Margarete Buber-Neumann, Milena, l'amica di Kafka, (Adelphi, 1999, pp. 304, € 9,30)
di alberto carollo

Franz Kafka è uno dei miei scrittori preferiti e una delle voci più grandi del ‘900 letterario. Rabbrividisco al solo pensiero che romanzi come Il "Processo" (1924), "Il Castello" (1926), "America" (1927), pubblicati postumi, avrebbero potuto andare perduti. Lo scrittore ceco, in punto di morte, pregò il suo intimo amico Max Brod di distruggere tutte le sue opere. Brod, scrittore anch’esso, contravvenne alle ultime volontà di Kafka ma la sua non fu tutta infamia; egli era perfettamente consapevole della grandezza della sua opera. Potete leggere questa storia in "I testamenti traditi" di Milan Kundera (Adelphi, 1993).
Kundera sottolinea che nella storia del romanzo è racchiuso il più grande tesoro della sapienza esistenziale e considera la più alta evoluzione estetica della forma-romanzo quel mescolare la realtà alla fantasia che vede Kafka anticipatore e innovatore. In un altro suo libro, "L’arte del romanzo" (Adelphi, 1987) fa un’acuta analisi della poetica dell’autore de "La metamorfosi" e spiega al lettore l’attualità della sua scrittura, come la sua angoscia e visione del mondo siano uno specchio fedele della contemporaneità. Personalmente apprezzo molto la capacità di sintesi e la chiarezza espositiva di Kundera; il suo intromettersi come autore in alcuni suoi romanzi, mescolando i generi del saggio e della narrativa, ha fatto storcere il naso a molti commentatori ma è innegabile la sua abilità di rendere semplici e comprensibili intricate questioni estetiche e filosofiche o dipanare l’intricata matassa dei sentimenti che albergano nell’animo dei suoi personaggi. Queste qualità rimangono inalterate anche nella sua produzione squisitamente saggistica ed entrambi i testi che ho citato sono letture affascinanti.
Il lettore che ancora non ha frequentato abbastanza Kafka troverà in libreria o in biblioteca di tutto e di più. Conservo alcune edizioni BUR e Garzanti delle sue opere con un buon apparato critico ma anche Mondadori ha pubblicato e ripubblicato in varie collane quelli che sono diventati classici della letteratura moderna. Volete un titolo? Franz Kafka, "Lettere a Milena" (Mondadori, 1988 e seguenti). E a proposito di Milena Jesenská, la donna che Kafka amò di un amore struggente e disperato, vi consiglio un interessante libro di Margarete Buber-Neumann, "Milena, l’amica di Kafka" (Adelphi,1999): ovvero la sua vita raccontata dall’amica che la conobbe nel campo di concentramento di Ravensbruck. Si tratta di un saggio che coinvolge emotivamente il lettore nelle vicende delle due donne che condivisero la stessa terribile sorte nei lager nazisti e non solo. Attraverso la storia di Milena, che fu anche giornalista e scrittrice di una sensibilità e talento straordinari, ci viene offerto un panorama della vita intellettuale a Praga dagli anni ’20 del secolo scorso fino allo scoppio della seconda Guerra Mondiale e un punto di vista privilegiato e imprescindibile sull’uomo e sullo scrittore Kafka. Difficilmente troveremo nelle biografie kafkiane in commercio l’immagine limpida e adamantina che ci offre Milena dell’amato, dell’uomo-scrittore Kafka. La sua visione ci restituisce a pieno il rapporto di Kafka con il suo mondo, la genesi della sua angoscia esistenziale, il connubio per lui inscindibile tra vita e arte che lo condusse, prima di una morte precoce in sanatorio, a istigare – benché la curasse –, a coltivare “spiritualmente” la sua malattia. In una lettera a Max Brod scriveva: “Lei chiede come mai Frank abbia paura dell’amore e non abbia paura della vita. Io penso invece che non sia così. La vita è per lui qualcosa di totalmente diverso che per tutti gli altri uomini. Soprattutto il denaro, la Borsa, l’ufficio dei cambi, una macchina per scrivere sono per lui cose mistiche (e lo sono realmente, tranne che per noialtri), insomma sono enigmi stranissimi di fronte ai quali lui non ha assolutamente l’atteggiamento che abbiamo noi. Il suo lavoro di impiegato è forse il comune assolvimento di un dovere? Per lui l’ufficio – anche il suo ufficio – è una cosa enigmatica e ammirevole come la locomotiva per un bambino piccolo. Non riesce a capire le cose più semplici di questo mondo.”
Milena scrisse anche un necrologio (Notizia del giorno, in ‘Narodni Listy’, 6 giugno 1924, apparso nella rivista ‘Forum’, Wien IX/97) del quale riporto un brano nella traduzione italiana: “(…) Il male gli conferì una sensibilità che sfiora il miracoloso e un rigore spirituale terrificante, tanto era alieno da qualsiasi compromesso; eppure, viceversa, fu anche un uomo che fece ricadere sulla malattia tutto il peso della propria angoscia di vivere. Era timido, timoroso, dolce e buono, ma scrisse libri crudeli e dolorosi. Vedeva il mondo popolato di demoni invisibili che lottano contro l’uomo indifeso e lo annientano. Era lungimirante, troppo saggio per poter vivere e troppo debole per combattere: ma la sua debolezza era quella degli uomini nobili e belli che non sanno misurarsi con la paura, i malintesi, la mancanza di amore e le menzogne intellettuali; degli uomini che consapevoli fin dall’inizio della propria impotenza, si lasciano soggiogare, ma coprono il vincitore di ignominia.” Cos’altro aggiungere?
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