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Mag

2008

Adìos Fidel
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Recensione di Patrizia Garofalo

 (data di inserimento: 5 maggio 2008)

 

E’ un romanzo, precisa l’autore , pezzi di vita randagia “d’una Cuba che cambia e non sa cosa vuol diventare” “ mi è costato fatica. Lacrime e sangue. Perché tra queste pagine c’è la mia vita. Per la prima volta. Per questo se dico che  è un romanzo credetemi. E il protagonista è un’isola che spinge lo sguardo verso il futuro e rimpiange il passato”.

Lo scrittore stavolta si configura in un personaggio in cerca di un capocomico che gli affidi secondo la tipologia dei “ sei personaggi in cerca d’autore”, un ruolo che lo ri-conosca , mentre disperato cerca tra ricordi e lacrime,  in un’ identità che lo salvi  e restituisca al cuore quel futuro che si delinea senza  cambiamenti e che continua a vivere l’attimo di un bacio come ristoro.” E’ bella in fondo l’Avana se la guardi negli occhi di una donna” La passione , il sesso, il tornado non  fanno pensare ad altro , interrompono la fruizione del tempo, mentre si aspetta che il diluvio di sentimenti  passi trascinando tutto, anche i ricordi.

L’inseguirsi delle parole  catapulta tutto ciò che incontra, persino la carta nella quale  Aljeandro scrive.” E io aspetto con la mente rivolta al romanzo da finire e un occhio alla disperazione che mi circonda”.

Un romanzo vero quindi, come lui si premura a presentarlo,  tra l’evolversi degli eventi, il ricordo, la nostalgia, la speranza che la scrittura fissi la  vita perché non  tutto  vada alla deriva. Il tornado vive l’incombenza  di “un tenebroso spettacolo di morte sulla vecchia Avana” un“calpestare la desolazione”. “Come sciabolate furenti che vengono dal cielo”  distruggere  quello che già non esiste più , in presa diretta come un film scattato sul posto dove, preciserà poi l’autore, sono eroi , quelli che restano e non quelli che partono sorteggiati dal BOMBO. Il testo  conduce dentro la sua Avana , trascina tra ricordi e favole, tra case e ruderi e il palazzo di Toyo  che, nella sua fatiscenza, raccoglie e conserva i ricordi della sua infanzia.  Le pagine 25, 26, 27 costituiscono un piccolo capolavoro a se stante all’interno dell’opera.Sebbene fuso con essa possiedono una reggenza artistica indipendente. Mentre un cielo sta per esplodere e la gente trascina e mette al riparo le ultime cose, il Nostro, cammina e mette a fuoco il suo assoluto bisogno della scrittura come unico mezzo per “ mantenere in vita la vita”.”neppure il tornado può cambiarmi la vita” “osservo brandelli di rifiuti affacciarsi dai cassonetti che presto voleranno nel vento” “tuoni scuotono il silenzio.  “e io aspetto nel silenzio con la mente rivolta al romanzo da finire e un occhi alla disperazione che mi circonda” Passerà  il tornado ma non le parole però con le quali Aljendro è riuscito ad imprimerlo nel foglio dell’opera che sembra trasudi di  quelle tempeste dell’animo che lasciano inebetiti, ghiacciati ,  pronti per un respiro ampio prima di una nuova attesa..Le parole si inseguono rotolandosi le une sulle altre, come colpi sempre più forti, gli occhi colgono gli istanti prima dello sconvolgimento, preconizzano  il disfacimento , il dolore, la rassegnazione del dopo. Verrebbe da chiedersi se in realtà il tornado altro non “significhi” che la storia dell’Avana, dei suoi sogni, illusioni, morti e bicchieri di rhum.

L’intero scritto desidera in realtà  prendere le distanze dal sogno ormai sotterrato di Don Chisciotte che risuona nell’aula della classe quasi come fastidioso rumore ed accettare la realtà di un atteso riconoscimento,  una sosta per pensare , scrivere e inviare ad uno scomodo editore italiano. Alejandro  attraversa il testo con tutte le sue contraddizioni e smarrimenti di giovane  in una terra immobile  di cui vive con  scetticismo la santeria e la  ritualità come  nel racconto de “La Milagrosa” “lei ti proteggerà ovunque andrai. Oggi però non è capace di asciugare le lacrime. Le piccole righe che rigano il volto di Juliana. Per quelle ci sono io, anche se non posso capire” “ Ho uno zio palero che risolve i problemi di tutti e non può fare niente per me. Ma forse è meglio così

Almeno non dovrò ringraziare nessuno. Neppure uno stupidissimo santo”. Nell’apparente frazionamento del testo,  esso trova la sua coesione nel sentimento che  spinge lo scrittore a denudarsi, a parlare di sè , delle cicatrici che non rimarginano nello scorrere affabulante dei ricordi  in una  concezione dell’arte a-poetica persino nella lirica, spoglia di sentimentalismo e retorica. Intessono le parole , un’infanzia solida di affetti, confortata da una famiglia in cui i gesti valevano più delle parole fino all’angoscioso addio a Marisol, forse  schizzata dal ricordo del sangue di quel pugnale che aveva inciso per sempre la morte della madre. Alejandro con discrezione  accompagnerà la fine del nonno,  senza mai negare che  Fidel è meglio di Batista “ morirà pensando che aver creduto a qualcosa e’ stato importante. E in fondo ha ragione. E’ importante credere. Se poi la vita tradisce le idee non e’ colpa delle idee ma della vita”  Dopo un  passaggio meraviglioso sul suicidio di Manuel Acosta, in cui, con un pungente sarcasmo, il verbo è usato al transitivo……….” Manuel Acosta è stato suicidato”., spetta a lui e al padre vivere l’addio a Fidel e la  percezione di una fine senza  preconizzabile rinascita.

“ La rivoluzione cubana in mano ai ragazzini mi fa un po’ paura”

“ ecco il grande cambiamento della nostra storia, che tutto cambi perché niente cambi, come ha già detto qualcuno. Adios Fidel. Ci mancherai.”

 Merita un’ attenzione particolare la Lettera a mia madre che costituisce il nucleo emblematico del testo in un’equivalenza che  la letteratura italiana conosce nell’ideale dell’ostrica  e nella valenza della casa in Giovanni Verga .Chi lascia la propria terra , chi si toglie la vita ,semina dolore, spaesamento , sarà stato egoista degli altrui sentimenti ed aspettative , non avrà pace  e ri-conoscimento, i bambini che ha abbandonato smarriti, saranno per sempre uomini in cerca  di una parte in quel palcoscenico dell’Avana che come un fantasma apparirà a coloro che l’hanno abbandonata fino a farli ammalare del “ terrore della nostalgia.

Alejandro Torreguitart Ruiz,
Adiós Fidel - All'Avana senza un cazzo da fare, Edizioni Il Foglio, 184 pp., € 15,00 ISBN 978-88-7606-177-6
www.ilfoglioletterario.it
 
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Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Maggio 2010 23:19