20

Ott

2008

Cosa cambia: falsi movimenti tra reportage e journal intime.
consigli di lettura - consigli di lettura
di Alberto Carollo


Giusto qualche sera fa ho terminato la lettura di Cosa cambia (Marsilio, pagg. 188, Euro 16,00), ultima fatica letteraria del veneziano Roberto Ferrucci, classe 1960. Ho conosciuto Ferrucci come docente di scrittura creativa all’università di Padova; avevo già avuto modo di leggere alcuni suoi precedenti lavori, come gli arguti reportage di Andate e ritorni, scorribande a Nordest (Amos edizioni, 2003) e altri interventi in quotidiani, riviste e internet. Prendendo a prestito le parole del risvolto di copertina del libro e applicandole – anziché al romanzo – al suo autore, potremmo dire che Ferrucci è tante cose: scrittore, giornalista, insegnante, cultore dell’immagine a tutto campo, catturata a mezzo foto e video, dispiegando quanto la moderna tecnologia e il web consentono, con l’intento di rappresentare e documentare insieme. Aspetti, questi, che hanno avuto un peso specifico non indifferente nella costruzione e gestazione di Cosa cambia che ritengo, a tutt’oggi (senza tema di smentite), essere il suo progetto più ambizioso e articolato.

Ferrucci era a Genova, nelle giornate che hanno ospitato il G8, nel luglio del 2001, nella doppia veste di manifestante e cronista, assillato dalla costante preoccupazione di inviare in tempo utile i suoi pezzi alle varie testate venete per le quali lavorava come free lance. Gli articoli, le foto, i video e i taccuini di appunti, nonché gli eventi vissuti sulla propria pelle costituirono allora un corpus di materiali al quale dare un’opportuna collocazione, da non esaurirsi in emozioni bruciate in pochi istanti, in parole allineate alla spicciolata, quasi “incapaci di raccontare”, nello sfilacciato della quotidianità, nel viavai frenetico di quelle ore terribili dove con inaspettata e brutale violenza veniva fatta piazza pulita di ogni garanzia personale. C’era l’imperativo interiore di metabolizzare ciò che Genova aveva espresso, cosa Genova aveva rappresentato. E premeva il bisogno di adottare dei filtri, di trovare “la giusta distanza” nei confronti della Storia, di collegare il fatto privato a quello pubblico, perché ogni evento pubblico di questa portata ha una ripercussione in ogni vicenda personale.

E allora Cosa cambia implica forse un sottinteso punto di domanda nella formulazione del titolo? No. Cosa cambia è un’affermazione; Cosa cambia testimonia cosa è cambiato dal G8 del 2001 a oggi. La memoria di Ferrucci è precisa e affilata, supportata da una tecnologia che non imbroglia come la penna o la rievocazione nostalgica del tempo perduto. Ci sono le nuvole di fumo dei gas urticanti, le manganellate, il sangue rappreso sulle pareti della scuola Diaz, le urla e gli spari, le vetrine frantumate e le auto incendiate, il panico serpeggiante nelle fila del corteo, il caldo soffocante, piazza Alimonda e lo strazio del cadavere di Carlo Giuliani. Sotto i nostri occhi di lettori sfilano sequenze di foto, .jpg numerate e così dettagliate da darci la sensazione di stare sfogliando davvero un album digitale, assieme al protagonista del romanzo. Che non è Ferrucci, anche se gli assomiglia molto. La piccola storia nella grande Storia vede infatti un cronista quarantenne che torna a Genova anni dopo il G8, alloggia in una anonima stanza d’albergo e rievoca quelle giornate febbrili. Nei suoi pensieri, alle vicende pubbliche che ben conosciamo, si mischiano le figure di tre donne: Angela, un amore “esaurito” da poco che permea il racconto di sottile malinconia, di sofferenza per un distacco di cui non ci è dato sapere gli antefatti; Magdalena, la ragazza segnata indelebilmente, nel corpo e nell’anima, dai soprusi di quei giorni; Elisa, un amore che nasce, inaspettato e sensuale, nella disperazione che regnava nelle fila del corteo dei no global.

Cosa cambia è una lettura che spiazza, all’inizio, in quanto scardina i criteri che siamo soliti assegnare al genere. E’ a tutti gli effetti un romanzo, ma convive in equilibrio col reportage d’autore e una attenta, quasi didascalica, ricostruzione storica. Il rumore di fondo della prosa, quel connettivo che tiene insieme e rende credibile il tutto, è però a mio avviso il tono da journal intime, da diario personale di questo io narrante in crisi sentimentale. Le prime pagine, in questo senso, sono una sorta di “cartina di tornasole”: il narratore/cronista tesse il suo bozzolo nella stanza 914. E’ solo, con i suoi taccuini, le foto, il powerbook, il palmare, la carta stradale di Genova. La tecnologia tornerà con insistenza, più volte, cifra di una vera e propria ossessione, come un’appendice al servizio dello sguardo, della penna e dell’anima, con il segreto timore di non “catturare” abbastanza, di non riuscire a decifrare ciò che un’esitazione, un istante di distrazione potrebbero cacciare nell’oblio.

Nella prima parte del romanzo abbonda una sintassi ipotattica, colma di virgole, di enunciati racchiusi dai trattini, di subordinate a iosa, che bene esprime questa voce meditabonda, che si scava nella memoria con l’ausilio di tutti gli indizi raccolti. Ma c’è una memoria privata e una della Storia. E come dice un personaggio del libro, la memoria non è neutra (…) è un conflitto costante. Lo smarrimento del protagonista è palpabile; all’inizio Genova è una sorta di cartolina evanescente, colma di attrattive, col sottofondo della voce di de André, paragonata a “una poltrona di velluto rosso scuro d’inverno”. Poi il paesaggio cambia, tutto diviene buio e paura. Anche il ritmo della scrittura si fa più incalzante, assecondando la violenza crescente. In queste pagine mi sono scoperto a riflettere: il punto di vista è quello privilegiato del testimone che in quei giorni, col pass della stampa, poteva entrare nella famigerata zona rossa, ma quanti reportage abbiamo già letto, da quante diverse angolazioni abbiamo visitato la Genova del G8, evento della massima sovraesposizione mediatica? Come far risultare interessante una voce che ci parli ancora di Genova 2001?

Genova ha avuto il pregio di imprimere – col marchio del sangue, sic! – nell’immaginario collettivo di una generazione la potenza di un movimento socio-politico, ma come è cambiata in pochi anni quella voce? E’ forse una voce che si sta affievolendo? Certo è che la generazione dei quarantenni, quella alla quale appartiene Ferrucci e chi scrive, è una generazione in bilico. Ci siamo lasciati alle spalle le pretese sessantottine di cambiare il mondo, le ubriacature delle barricate, dove molti di coloro che tuonavano contro la classe al potere sono oggi, a loro volta, direttori di reti tivù, di giornali e/o capitani d’industria e/o dirigenti politici. Il nostro dissenso e la nostra indignazione per alcuni paesaggi contemporanei sono gli stessi, ma non ci sentirete urlare; la nostra voce è un bisbiglio nel frastuono di una vita martellante, che scorre a velocità iperbolica. Per ascoltarla bisogna sintonizzarsi, trovare la frequenza giusta.

Cosa cambia, perciò, alla fine della fiera? Tutto e niente. L’instabilità dei quarantenni di Ferrucci è una quasi immobilità, un falso movimento. “E qualcuno deve proprio averlo notato, il gesto di questo qui – me – in piedi in mezzo al corridoio, al momento di dover appendere il cappotto, il mio solito slittamento, quel gesto incerto, le braccia che accennano verso una direzione e poi, movimento impercettibile, vanno nell’altra”. Anche il personaggio di Elisa, compagna dei giorni di Genova, è soggetta alle stesse dinamiche: “No, non guardò nemmeno lì, il piccolo piazzale dove ci baciammo, Elisa. Eppure, passando di là, qualcosa successe. O forse mi piace pensarlo. Una specie di scarto, un movimento impercettibile del viso, una roba del genere. O forse niente. Che ne so.(…)” Il viaggio è tutto interiore, col corredo di occasioni mancate e di fallimenti sentimentali, di dolori che segnano nel tempo. Lo scrittore Ferrucci invoca per sé la disposizione morale – se mai la letteratura ha o abbia avuto bisogno di un’etica – a farsi sguardo, testimone lucido della propria epoca, di indicarci le coordinate di una possibile presa di coscienza. E’ questo a fare la differenza, a mostrare una direzione. Altre figure elaboreranno strategie politiche; l’arte “si accontenta” di cogliere risonanze intime, di non dimenticare, di accostare magari la propria voce a quella di Bono, che in quei giorni del G8, con gli U2, era a Torino per un memorabile concerto – al quale Ferrucci ci accompagna in un episodio tra i più riusciti del romanzo -: “C’è solo una lezione da imparare dalla storia, disse Bono. La violenza non ha mai ragione.” How long must we sing this song? (Per quanto tempo ancora dovremo cantare questa canzone?)

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patrizia garofalo  - cosa cambia   |2008-10-21 07:44:06
Genova ha cambiato tutti e tanto.
Ha bloccato la parola , l'opinione, ha
dimostrato il potere dell'illegalità, l'assenso dovuto alla paura di molti, le
voci di pochi. Spero non si faccia mai silenzio su quei giorni così vicini

che hanno struprato la musica della città in un violento e organizzato
susseguirsi di gesti e azioni e dolore assolutamente poco consoni alla
democrazia. nella caserma Diaz, e nelle fotografie di molto altro , nella morte
di un giovane, l'ipotassi non potrebbe cedere il passo a nessun altra modalità
di scrittura. Complimenti al recensore e certamente ad un autore coraggioso e
leale. Spero Vicenza offra tutto l'ascolto ...e la riflessione
dovuti.
Gradirei acquistare il libro, se gli amici di cartacanta potessero
inviarmelo con autografo dell'autore, da Vicenza, sarei loro molto
grata.
grazie
patrizia garofalo
Alberto Carollo  - Ferrucci & Cosa cambia   |2008-10-21 10:34:32
Ciò che avevo da dire su questo libro che mi ha indotto a riflettere sulla
realtà contemporanea e sulla mia generazione io l'ho già scritto. Spero
veniate a ascoltarlo Ferrucci, e vedere il suo video. Sarà una cosa
particolare, decisamente interessante e confido vi piacerà. Partecipate
numerosi, mi raccomando!
Davide  - Ferrucci     |2008-10-21 08:04:15
Non ho ancora avuto la possibilità di leggere il libro, però ho letto alcuni
articoli di Ferrucci, oltre al suo blog, e scrive molto bene.
patrizia garofalo  - cosa cambia   |2008-10-22 23:53:58
mi sembra di dover aggiungere che la grande importanza di questa presentazione
si avvicini molto alle problematiche di questi giorni sulle università e sulle
modalità di intervento
da parte del governo.
patrizia garofalo
Cigale  - cosa cambia   |2008-10-24 21:52:35
E' proprio così Patrizia. Questo libro è sempre attuale dopo quanto è
successo a Genova. E le vicende della riforma Gelmini, con le proteste
studentesche e le possibili repressioni da parte della polizia non fanno che
aprire un'altra ferita alla democrazia e attentare alle garanzie personali.
Speriamo che la situazione non precipiti come nel 2001, possiamo fare solo
quello.
giuseppe ausilio bertoli  - Cosa cambierà?   |2008-11-15 02:18:37
Ho riletto l'approfondita recensione (onestamente la migliore) che Alberto ha
fatto del libro di Ferrucci "Cosa cambia" proprio in questi giorni,
quando gli studenti contestano i tagli alla scuola, all' università e alla
ricerca.
Certo, l'università (e la scuola in genere) così com'è impostata
strutturalmente è da buttare: penso siate d'accordo. I corsi di laurea e le
discipline sono innumerevoli, frutto della vanagloria e degli interessi dei
potentati politici, culturali ed economici. E scarseggiano le risorse
finanziarie, i campus, le attrezzature e i centri di ricerca d'avanguardia, le
borse di studio o altri incentivi agli studenti e ai ricercatori motivati, con
l'apporto specialmente dello Stato. Che ha l'obbligo, stando alla Costituzione,
di garantire l'istruzione o la conoscenza a tutti. Senza, però, svilirne la
qualità.
Parecchi anni fa, ho contribuito anch'io a cambiarla, ma con quale
esito? con quale risultato?
Ferrucci fa il cronista, il narratore, il
testimone - avvalendosi del suo talento artistico, della sua eccezionale
sensibilità e delle sue sofisticate apparecchiature fotografiche, consapevole,
credo, di quanto l'immagine fotografica susciti, in chi la osservi, sentimenti e
ricordi immediati, molto più immediati delle pagine scritte - fa il testimone,
dicevo, sconcertato e indignato nei confronti di fatti violenti, crudeli,
cinici, consumati ai danni dei ragazzi e dei loro sogni. Quei ragazzi che ora -
suppongo, - ricomposti i sogni, cercano di cambiare lo statu quo, edificando una
società libera, armoniosa, solidale, dove ciascuno si senta cittadino, non
suddito. Al di là delle illusioni destinate a fallire, come sono fallite anni
fa.
Sono stato noioso? Ho scritto un pistolotto? Se sì, perdonatemi,
G.
Ausilio Bertoli

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Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Maggio 2010 23:19