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Sulla base della traccia fornita durante il corso di scrittura creativa 2008, i partecipanti hanno elaborato i propri racconti. Racconto di Mirella Dal Lago
“camicia?” Jason posò il rasoio sul lavabo e rispose all’amico “camicia. 20’ P VI OVEST” Mezz’ora più tardi l’Audi TT nera sfrecciava nell’umidità della notte, illuminata dai lampioni gialli dell’autostrada. “ti piace questo?”.
Senza attendere risposta, Jason alzò il volume già alto e abbozzò un sorriso. Quel ritmo metallico, ossessivo, inquietante, al massimo volume gli dava la sensazione di riempire l’aria e lo spazio di tutto l’abitacolo, di comprimerlo, entrando dentro di lui. Sì, quella musica riusciva a entrargli dentro le orecchie, dentro il cervello, dentro. Sentiva le vibrazioni pulsare dentro il suo corpo in simbiosi col volante e il sedile… per un attimo chiuse gli occhi. Quello stordimento totale lo annientava e lo riempiva tutto. Lo faceva sentire meno vuoto, meno solo… “oh, insomma, basta!” esplose dopo un po’ Tommy.”finalmente ti vedo dopo un sacco di tempo. Mi dici preparati al ratto delle Sabine, fatti bello, dopo ti spiego. Ma allora spiegati! E poi, vorrei parlarti senza diventare afono e sordo, ti spiace?” “scusa, scusa, non ti ricordavo così p… e che cazz…” si precipitò ad abbassare il volume. ”ok, ok! Ecchè? Sei cambiato? Dov’è finito il mio Tommy preferito?” “tu, piuttosto, mi sembri ancora non cresciuto dai tempi del liceo! Allora, raccontami, alla fine ha vinto tuo padre, sei andato a Verona?” Jason non poté trattenere una smorfia di dolore quasi fisico “ già, Economia e Commercio. Che vuoi, in fondo poi l’azienda resterà a me”. Sinceramente aveva anche provato a immaginarsi a gestire l’attività di famiglia, la premiata Ditta BULLONERIA MARANGONI di Marangoni Giacomo & F., a produrre e esportare bulloni per tutta la vita ma… “sono già al secondo anno e non mi sono ancora abituato all’idea. Il bilancio è una palla unica. Quanto alla minimizzazione dei costi e diritto poi… non so come andrà a finire. A casa ancora non ho detto che mi è andato male anche l’ultimo esame. Sarei stato più adatto all’ISEF, non trovi? Guarda che fisico, guarda qua! E magari avrei trovato anche qualche compagna di corso un po’ più gnocca!” Tommy sorrise, ricordando quanta fortuna avesse sempre avuto Jason con le donne. Fortuna in tutto, veramente: era anche bello, oltre che discretamente agiato. E in gamba, se solo si fosse impegnato un po’… “bella macchina, è tua?” “Già. Regalo del papi per i diciotto. Fa parte del pacchetto. Mi pare una compensazione equa per avermi rovinato la vita…” Tenersi a sinistra e proseguire per4.6 km- A4 Tenersi a destra e proseguire per 325 m. – SVINCOLO MESTRE-VIA CASTELLANA La voce impersonale del navigatore si era risvegliata dal torpore all’alzarsi della barra di pedaggio. Alla rotonda prendere la prima uscita proseguire per 27 m.… …Via Noalese 35 destinazione raggiunta! Parcheggiare era stata un’impresa. Il B 2 era l’unico locale di Zero Branco, in pieno centro. Quel sabato sera, oltre alla clientela abituale, ospitava anche il party di matricole, organizzato da vecchi compagni di liceo di James. “eccolo, finalmente! Siamo qui! Ciao, vecio!” “elà, ciao. Quanto tempo…” “venite che vi presento agli altri…l’aperitivo da quella parte, prego” Il locale era carino, non troppo grande ma nemmeno un buco. La musica era quella da inizio serata, ancora un po’ soft. Gli ospiti si conoscevano praticamente tutti. Gli unici nuovi erano loro due. “avevi proprio ragione!...è…è… è troppo…” le parole non le uscivano. Ne era rimasta letteralmente rapita. In silenziosa ammirazione per ogni minimo dettaglio del suo corpo, del suo look, di ogni sua espressione. Era rimasta lì, pietrificata, con gli occhi sbarrati, nella penombra, in fondo al bancone del bar. Quasi non respirava. Quasi che farlo avesse potuto spezzare la magia di quella visione … E già sentiva di essersi presa una bella cotta! Bea, al suo fianco, sorrideva soddisfatta tirando su con la cannuccia il fondo del suo long drink. Suo cugino Paolo aveva fatto in modo di invitare alla loro festa quel miracolo della natura, e ora lei poteva vantare il diritto di scoop, senza contare il fatto che grazie a lei le ragazze della compagnia avevano potuto prepararsi all’evento con largo anticipo rispetto alle altre. Le guerre, si sa, si possono vincere a colpi di spada o… di estetista... Finalmente Alice si era scossa dal trance in cui era caduta. Ma ancora non parlava. Con orrore sentiva che le stava spuntando un foruncolo nuovo, proprio vicino al naso! Eppure aveva fatto il possibile per prepararsi all’evento: ricostruzione unghie per coprire quelle mangiucchiate, pulizia viso, ceretta fino al ginocchio, parrucchiera. Era poi finita da Pavan abbigliamento per cercare qualcosa di nuovo. Invece ne era uscita, al solito, con un capo classico, nero, che scendesse morbido lungo i fianchi, per coprirli e slanciarla un po’. Così, in quel momento, si sentiva una specie di caramella incartata morbida, magari alla liquirizia… Una morositas! “è troppo bello per me” sussurrò finalmente alla sua migliore amica. “oh, dai, Alice, non fare così! I ragazzi di solito hanno gusti pessimi. Ehm, cioè, vedono una donna in modo diverso da come… ci vediamo noi. Ne so qualcosa io, che non riesco mai a rimediare un ragazzo, anche se, obiettivamente, sono car… Ma già Alice non l’ascoltava più,decisa a prendere “il toro per le corna” e affrontare a modo suo la faccenda. Quel caratterino determinato l’aveva già aiutata altre volte a superare le difficoltà. Tutta suo padre, brillante imprenditore vinicolo, pioniere della viticoltura biologica e inventore della protezione dal fungo della peronospera. Purtroppo però aveva ereditato da lui anche le guance e i fianchi troppo robusti, la bocca sottile come una ferita e quegli occhi scuri un po’ vicini ma penetranti e intelligenti. Respirò a fondo per farsi coraggio e attraversò la pista per avvicinarsi a lui, che ancora non sapeva che sarebbe diventato, per una volta, la preda. Presentazioni informali con tiepida stretta di mano, senza slanci. James abbassò per un attimo lo sguardo verso di lei, per riprendere subito dopo la conversazione interrotta. Alice fu avvolta dal suo profumo, che riconobbe subito, senza esitazioni. Era fahrenhei, di Dior .Sentiva le gambe diventarle di ghiaccio. Il cuore forse si era fermato, non lo sentiva più. Anzi no, adesso batteva forte, incontrollabile… Il tempo che seguì le sembrò sospeso in un’ altra dimensione. Si sentiva appagata solo per il fatto di sentirlo vicino. Intorno a lei la festa continuava, ma era come ovattata, lontana. E inutili erano stati i suoi tentativi di catturare ancora la sua attenzione… “non ti smentisci mai, hai fatto vittime anche questa sera, a quanto vedo!” Paolo gli porse l’’ennesimo pesca-limon. “e chi sarebbe? Non vedo nessuna qui intorno…” seguì lo sguardo divertito dell’amico e finalmente la scorse. “ah, quella! E che è, il mocio vileda?” “fossi in te un pensierino lo farei. È tutta la serata che ti consuma e ti sta appresso. Magari non sarà il massimo quanto a bellezza, ma Alice la conosco da sempre e ti assicuro che è una cara ragazza, molto in gamba. Dai James, torna sulla terra: la vita è fatta anche di altre cose, più importanti dell’ultima maglietta della Gas o delle Paciotti ai piedi. E poi non ti dovrei spiegare io che una ragazza non è fatta solo di carrozzeria. Ha anche un’anima e un cervello. E poi, passato l’attimo di evasione, con lei dovresti sentirti bene anche dopo, anche senza dire niente di spiritoso, anche se non hai niente di firmato addosso, solo per il fatto di stare insieme e… ” osservò l’espressione perplessa dell’amico e si fermò. Forse era inutile spiegare, forse era tempo perso. Da dietro le lenti scure dei suoi inseparabili Ray–Ban James stava provando a trovare qualcosa in lei degno d’interesse. Dopotutto, anche suo padre si era sposato con le pezze sul sedere, come si dice. E sua madre aveva ben nove anni più di lui e un cospicuo conto in banca. Forse anche il papi aveva fatto una scelta di convenienza, ma gli sembrava che le cose in famiglia filassero bene, a parte quel lontano periodo in cui era stato spedito dalla nonna e mamma aveva sempre gli occhi rossi… Ancora poco convinto, James decise di provare. Alice si sentì lievitare da terra di almeno dieci centimetri quando le porse il suo Batida. Ed era ancora più emozionata e felice quando, salutati gli altri, dovette aumentare il ritmo dei suoi piccoli passi per stare dietro ai suoi, verso la macchina, verso… Tommy era stato molto comprensivo. “ ci mancherebbe, per il ritorno mi arrangio, torno domani e dormo da Ale. Ci sentiamo. Su messenger, così poi mi racconti…” Si era trattenuto dal commentare che per la prima volta lo vedeva insieme a una ragazza normale. Temeva che ci avrebbe ripensato. Fu investita dal profumo di James appena salita. Tutto parlava di lui. Il sedile di pelle nera era freddo. La musica appena accesa, così metallica e monotona, la metteva a disagio. Le sorrise. Dagli amici si era fatto spiegare un posto un po’ appartato, lì vicino. Procedeva incerto e lentamente, un po’ perché non conosceva la strada e cercava di riconoscere le indicazioni, un po’ a causa della nebbia che nel frattempo si era infittita. “no, qui dovresti girare a destra e subito dopo a sinistra, appena superato il vivaio” si lasciò sfuggire Alice, rivelando così involontariamente di conoscere già la destinazione. Fari spenti, il niente intorno. Anche la nebbia era complice, quella notte. James armeggiò con la musica. Iglesias no, slipknot nemmeno, non erano adatti. Cercò qualcosa di giusto, che compensasse la conversazione assente. E d’altra parte, non si conoscevano. Di cosa potevano parlare? Erano due mondi diversi che s’incontravano… Attese che le prime note dolci, carezzevoli, riscaldassero l’aria… Certe sere spengo la luce E rimango per ore Da solo con me Resto con la radio accesa A guardare nel buio Perché Faccio i conti con la mia vita E poi dico a me stesso Adesso o mai più Cerco le intenzioni migliori Piango tutti i miei errori Perché Ho bisogno d’amore E di aprire il mio cuore… “come hai fatto a indovinare che questa canzone mi piace? È la mia preferita, sai?” James non rispose. Le si avvicinò e le carezzò i capelli, poi il viso paffuto. Infine la baciò. Alice era vagamente delusa. Dalla freddezza di quella situazione, dal sapore sconosciuto delle sue labbra, dal suo modo di baciare un po’ frettoloso e superficiale. Non disse niente, decisa a continuare fino in fondo, per raccontare poi alle sue amiche che era stato fantastico. Lui ancora non era del tutto convinto di quanto stava accadendo. Si sentiva incastrato, ma ormai era in gioco. Mentalmente ordinò a suo fratello più piccolo, come lo chiamava lui, di non abbandonarlo proprio adesso. Ripensò a Battista, vecchio operaio di suo padre, e alla sua filosofia spicciola in fatto di donne. Una sua battuta ricorrente era che “quando xe scuro, ogni dona xe bona, basta ke la respira!” No, lui non condivideva questa teoria, non ancora almeno. Ricambiò le sue attenzioni e cercò di essere dolce. Ancora di più quando le sussurrò con voce calda, da far sciogliere il cuore, “Tranquilla. Ho capito che non l’hai mai fatto, e non è il caso di farlo qui, adesso… quindi rilassati, ascoltiamo buona musica e ci coccoliamo un po’, ti va?” “come hai fatto a capirlo? Ce l’ho forse scritto in fronte?” le sue guance erano diventate di un rosso acceso, ma per fortuna il buio le occultava. Solo la sua voce tradiva un po’ il suo disagio, l’imbarazzo. “oh, no, è solo che…non so, io lo capisco. Dal tuo modo di parlare, di guardarmi, perfino da come stai seduta, io lo so. Ma tranquilla, non è successo niente…” e cercò di rimediare avvicinandosi a lei ancora di più, baciandole il collo e abbracciandola più forte. Si erano poi scambiati i numeri di cellulare, e tutto sembrava essere finito lì. Non ricordava quasi più chi fosse, quando rispose alla chiamata, il martedì successivo. Ma si riscosse subito e ricordò tutto di colpo, dopo che seppe il motivo della telefonata. “mono che? Mononucleosi? Infettiva?!!! E che roba è?” Alice gli raccontò che era ricoverata all’ospedale di Treviso, in terapia. Doveva stare praticamente immobile a letto, perché il virus le aveva provocato un rigonfiamento importante alla milza, e anche le ghiandole linfatiche del collo si erano ingrossate. Aveva anche la febbre e si sentiva davvero a terra. Aveva la sensazione di sentire sempre più dilatato il suo addome e il collo. “ se continuo così scoppierò!” esclamò sconsolata. La sua cadenza un po’ cantilenante, trevigiana, gli era familiare e cara, perchè gli ricordava quella del suo amico Paolo. La voce debole e spaventata della ragazza, così diversa da quella che ricordava, lo sconvolse. “ma scusa, hai detto che è anche infettiva? Ma allora… no, non è possibile. A..a…allora posso averla presa anch’io, da te?!!!” e subito si toccò il collo. Gli sembrava tutto a posto. Si sentiva bene. Ma ancora per quanto? E come avrebbe fatto a scoprire se l’aveva presa anche lui? e cos’ era questo virus? Nemmeno più si ricordava il nome. “mononucleosi” ripetè lei, cercando di scandire bene il nome, a voce più alta. “il suo nome scientifico è Epstein –Barr (EBV) ma è nota come malattia del bacio. no, non so se è pericolosa, per il momento mi hanno sistemata in una stanza da sola. Mi hanno fatto i prelievi, sapessi quanti! A un certo punto ho controllato i canini del dottore, sai, nel caso fosse un lontano parente di Drakula! Si sforzava di essere divertente, ma nessuno dei due aveva ormai voglia di ridere. “ascolta, ho pensato che era meglio dirtelo. Sai, dopo quello che c’è stato tra noi… sabato scorso. Così magari se ti senti male pure tu, sai già di cosa si tratta. Mi dispiace. Mi dispiace tanto. Non so come sia successo. Ora ti saluto. È entrato il dottore. Ciao” James rimase col cellulare a mezz’aria, senza parole, lo sguardo incredulo. Quando elaborò che non era uno scherzo ma la dura realtà, si lasciò prendere dal panico. Lui era sempre stato piuttosto sano e all’ospedale ci era stato solo qualche volta, a trovare gli altri. Le poche volte che in vita sua aveva dovuto fare qualche iniezione, era stato un dramma. E adesso? Era anche lui in pericolo di vita? S’immaginò febbricitante e moribondo, con sua madre al capezzale che lo assisteva nelle ultime ore, distrutta dal dolore. Tutti gli amici e le ragazze fuori dalla porta, in silenziosa e mesta attesa della notizia finale… cacciò l’immagine del suo funerale. Non ci voleva proprio pensare. Con la manica del maglione si asciugò le lacrime che silenziose gli rigavano il viso. Si chiese, stupito, da quanti anni non aveva pianto. Era una sensazione che aveva dimenticato e che lo lasciava spossato, senza forze. Pensò alla sua giovane vita, a tutti i progetti che non avrebbe più potuto, ormai, portare a termine. Non aveva mai creduto di dover morire, proprio lui! E in un modo così banale, poi! E mica a causa di una bella ragazza. No, con Alice! non riusciva a darsi pace. Che stupido era stato! Ma come aveva potuto essere così superficiale? Eppure credeva di sapere tutto sui rapporti a rischio. Ci stava attento, era stato sempre prudente, ma evidentemente non era bastato. E adesso? Forse la cosa migliore era dirlo a sua madre. Anzi, no. Prima era meglio cercare di capire di cosa si trattava e di quanto – mandò giù la saliva – gli restava da vivere. Partì subito. Se era in tempo, forse la ragazza avrebbe potuto ancora aiutarlo. O meglio, forse potevano fare qualcosa per lui i medici dell’ospedale di Treviso, che l’avevano in cura. Alice era distesa, immobile. Adesso aveva anche la febbre molto alta e un fastidioso mal di gola che la faceva parlare poco. Trovò la forza di sorridergli. “da quanto mi hanno spiegato, il virus colpisce un tipo di cellule del sangue chiamate Linfociti. Il loro numero aumenta notevolmente durante la fase acuta della malattia. C’è un aumento dei globuli bianchi, in particolare i monoliti. I dottori lo vedono dalle analisi…” James ripensò agli esami cui doveva sottoporsi. Ne era molto spaventato. Solo l’idea della siringa che penetrava nella sua vena e ne prelevava il sangue, gli faceva provare un senso di mancamento. Eppure doveva farsi coraggio. Era un uomo. Sentiva la schiena sudata insieme a brividi di freddo, mentre il suo braccio chiuso a pugno, avvolto nel laccio emostatico, era poggiato sopra un tavolino rivestito da un telo bianco, immacolato. La garza, impregnata di disinfettante giallo, fu passata sul punto della vena che sarebbe stato trafitto dall’ago. James decise che aveva già visto abbastanza. Voltò la testa verso la porta. Di colpo sentì l’ago entrargli dentro. Ci siamo, pensò. Un istante dopo sentì che gli mancava l’aria. La parete bianca con la porta bianca della piccola stanza nel reparto malattie infettive gli ballò attorno, sostituita subito dopo dal buio e dal silenzio. “come si sente?” James si guardò attorno, smarrito. Doveva essere svenuto. Il suo braccio sinistro era bloccato dalla flebo. Un liquido bianco scendeva goccia a goccia da una grossa ampolla di vetro appesa a un’asta di acciaio. Un’infermiera gli stava tenendo sollevati i piedi oltre l’altezza del cuore. “meglio, grazie, ma …mi dica, Dottore, quanto mi resta? “di cosa, mi scusi?” “ di vita! Quanto mi resta da vivere? Oh, accidenti, non ne posso più! Ho bisogno di sapere, ho bisogno… di prepararmi…” finì la frase con un filo di voce e cominciò a singhiozzare in modo convulso, sempre più forte. Il giovane medico e l’infermiera si guardarono e non poterono evitare di scoppiare a ridere. Il medico diede un’occhiata alla cartella clinica del paziente per verificarne il nome. “ehi James, dai, non fare così! Possibile che tu non lo sappia? È una banalissima mononucleosi, la malattia del bacio! Il contagio avviene attraverso la saliva. Baciato qualcuna ultimamente?” Gli sorrise benevolmente, mentre l’infermiera di mezza età aveva sistemato le sue estremità sotto le lenzuola e scherzava confidenzialmente. “Dotore, se no lo fa lu chel xe zovane, chi ga da farlo, mi che son vecia? Mi no me ricordo più come che se fa!” Era stato fortunato. Nessuna sintomatologia. Gli esami erano a posto. Almeno per il momento. Doveva solo tenere controllata la febbre per qualche tempo ed eventualmente assumere delle vitamine. Passò a salutare Alice, che si stava lentamente riprendendo. “ciao, Alice. Ti faccio tanti auguri. Guarisci presto. Appena stai bene chiamami. Ci rivediamo al P2.” “ok, grazie James. E scusami ancora per il casino che ti ho combinato.” James si protese verso di lei per… “no, - protestò lei, determinata - meglio di no, nemmeno sulla guancia!” e scoppiarono a ridere. Fuori dalle mura ospedaliere, James si sentì come rinato, più leggero. Era contento, senza apparenti motivi, solo per il fatto di esistere, di essere vivo e in salute. In due giorni di degenza aveva conosciuto persone, anche ragazzi, che erano stati meno fortunati di lui. Un timido sole invernale si rispecchiava nell’acqua del Cagnan. Alcuni gabbiani si lasciavano cullare pigramente dalla leggera corrente, sotto i ponti del centro, così bassi che sembravano toccare l’acqua. James respirò a pieni polmoni. E pensò che era bella la vita, e che era bello assaporarla tutta, anche in quegli aspetti che aveva fino allora ignorato o trascurato. Si tolse i Ray-Ban e si lasciò accecare dal riverbero, per rivedere tutto, in modo nuovo.
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| Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Maggio 2010 23:19 |







