| di Patrizia Sartori (Vincitore del concorso letterario nazionale "San Valentino: poesie, racconti e lettere d'amore", quarta edizione, anno 2007, organizzato dal centro teatrale Il teatro dell'anima diretto da Elisa Piano, Quartu Sant'Elena, Cagliari)
 Ciao. Tu lo sai , non sono venuta a trovarti molto spesso e la cosa peggiore è che ti ho dato anche tante colpe. Da bambina mi costringevano a venire nella tua casa, piena di simboli che non capivo e sempre buia. Tu eri cattivo con chi lo era altrettanto, così mi dicevano. E sai, io ci credevo anche. Era importante venire da te con il vestito buono. Mi facevano imparare e recitare tante cose, ma io non le capivo tutte e, quando chiedevo ai grandi di spiegarmi il significato di qualcosa, difficilmente riuscivano ad essere convincenti. Però io dicevo: - Sì, ho capito.- così loro erano soddisfatti. Poi è arrivato un giorno importante; tutti noi bambini avevamo un bel vestito, uguale per tutti. Dovevamo venire a mangiare a casa tua. Io ero felice; lì ci hanno detto tante cose, poi siamo andati a giocare e le abbiamo dimenticate. Negli anni dell’adolescenza non esistevi perché le cose da fare erano tante; tutte belle e tutte, naturalmente, proibite. Forse è stato allora che ho imparato ad odiarti un po’. Bisognava studiare, ed era faticoso, ma non si poteva baciare un ragazzo perché era una cosa bella. Poi a scuola, nell’ora in cui si parlava di te, il tempo non passava mai e tutto sembrava complicato e senza risposta. Intanto gli anni passavano e Tu rimanevi una presenza scomoda da interpellare solo quando gli avvenimenti erano troppo difficili da interpretare. Spesso mi rendevo conto che un significato vero non esisteva, o almeno, non ce n’era uno solo. Dopo questa chiacchierata, o meglio monologo, ti chiederai perché sono venuta a disturbarti. Forse perché mi hanno insegnato che Tu sei sempre disponibile con chiunque. Visto che ascolti sempre, ho cominciato da te questo mio viaggio dell’amore. Non voglio certo dirti che penso Tu sia il più importante di tutti, non sono così ipocrita. Pensa che qualche tempo fa avevo addirittura cercato di conoscere qualcun’altro. Cercavo delle risposte più facili da interpretare di quelle che mi dai Tu. Guardavo sui libri ma poi ho pensato che non potevo farti questo torto, ti saresti sicuramente offeso, sensibile come sei. Lo sai, quando ci parliamo a tu per tu, mi sembra di poterti dire veramente quello che penso. Forse adesso stai abbozzando un mezzo sorriso sotto i baffi, sempre se li hai, perché tanto tu sai già tutto, vero? Sai che comunque, nonostante tutto, è a te che penso ogni volta che la mia felicità diventa qualcosa che trascende il suo stesso esistere. Quando riesce a muovere qualcosa dentro che conosci solo Tu. Era la sensazione che provavo da adolescente quando mi innamoravo e, nel silenzio, nell’angolo più buio di me, sapevo che anche questo era opera tua. E’ stato quello che ho sentito nel giorno in cui, vestita di bianco, sono venuta nella tua casa. Quel signore che avevi incaricato mi parlava, ma io non lo sentivo perché dietro a lui c’eri Tu. Io ti vedevo e sentivo chiaramente le tue parole che mi dicevano: - Vai, stai tranquilla, è la strada giusta e io sarò lì con te…- Lo so che questa cosa, raccontata ad altri, non è molto comprensibile ma di sicuro Tu lo sai e non c’è bisogno di spiegare che mi sentivo leggera e come dotata di una incredibile energia. Che dire poi di quando dalla mia finestra, vedo compiersi, dietro le montagne, un tramonto dai colori indimenticabili e mi sembra di vederti lì, in piedi con la bacchetta magica che ti diverti a cambiare i colori. Poi mi guardi e sorridi se io sorrido, mi accarezzi i capelli se mi scende una lacrima di malinconia. Ma so che ti piace giocare nei modi più strani. Chissà come sei felice quando vedi i bimbi costruire pupazzi con quei fiocchetti bianchi che ogni tanto di diverti a raccogliere e lanciare. Quando muovi l’acqua poi, insieme alle onde riesci a sollevare i sentimenti più nascosti di chi le osserva. E’ come se tentassi di parlare a chi vuole ascoltarti. E non dirmi che, quando mi vedi triste, non vai a chiedere alle stelle se ce n’è una che, per caso, abbia voglia di fare un giretto sulla terra, magari indossando il vestito più chiaro e facendo la strada più lunga, in modo che io possa vederla. Poi ci sono loro. Non so se prima pensi a chi deve nascere e lo abbini a una coppia che in quel momento ti sta simpatica o se prendi due tipi strani, che ti sembra vadano bene insieme, e ti diverti a selezionare da loro questo o quel cromosoma per farne un puzzle meraviglioso. Sicuramente questo è un tuo segreto che non vuoi dire a nessuno. Come altrettanto misterioso deve essere quel processo che, nonostante liti, discussioni, arrabbiature, musi lunghi per un giorno o per anni, ci lega indissolubilmente. E con il tempo, solo con il passare del tempo e tanta pazienza ci fa capire tante cose. Solo dopo, a volte quando è troppo tardi, riusciamo a capire che nel loro sgridarci, nei loro divieti, nelle lodi mai fatte o negli abbracci mai dati, si nascondevano due persone che forse stavano imparando quel nuovo compito e, a volte, soffrivano e piangevano di nascosto perché non trovavano la strada giusta. Magari, anche loro, come io adesso, si chiedevano quale fosse veramente il senso ultimo di tutte le cose e che cosa dovevano assolutamente lasciarci o insegnarci; e non era una scelta facile. Forse, solo cercare di chiedersi se sono stati veramente felici, è un segno d’amore per loro; nonostante la ruota della vita voglia che questa domanda, spesso, riusciamo a porcela solo quando il tempo ci scappa dalle mani e una lacrima, cadendo, lo insegue. Di mia madre ricordo la durezza, dipinta in volto dalla penna di una vita vissuta da adulta troppo presto e l’amore trattenuto, rinchiuso in un maglione confezionato a mano. Di mio padre, il lavoro duro che non lasciava tempo e voglia per un gioco ma portava le monete per comprare un giro in giostra e, insieme, i nostri sorrisi. Oggi sono rimaste tutte le vecchie domande e quelle nuove che la solita ruota accompagna nella mia nuova famiglia. Oggi c’è lui che ha deciso di camminare insieme a me. Due mondi che si fondono, a volte in armonia, a volte con scintille che lasciano sempre la voglia di andare avanti e di cercare. Che bella e, che importante, l’illusione di pensare che certi sbagli non li faremo e altre cose saranno migliori di quelle che hanno fatto loro. In realtà poi, l’amore che ci lega ci farà capire che non saranno né migliori, né peggiori, ma solo diverse. Insieme facciamo progetti per visitare tanti luoghi. A volte penso che amarti voglia dire anche andare lontano, a vedere quello che hai creato. Ma forse amarti è anche preparare la sua torta preferita o mandargli un bacio quando ritorna e ha dimenticato di togliere le scarpe sporche. Amarti è curare il mio cane ammalato e accarezzarlo, sapendo che qualche risposta la troverò nei suoi occhi. Amarti è… Ognuno di noi te lo dimostra a modo suo. Ma la sai una cosa? Mi piacerebbe sapere che cosa provi Tu quando qualcuno compie queste azioni. Quanto sei felice e che cosa fai. Io ti immagino seduto sopra una nuvola mentre sorridi e ti pizzichi la barba soddisfatto pensando che lì non servi più e ci sarà bisogno di te da un’altra parte. Cosa posso dirti per salutarti? Me la mandi una stella? Sta scendendo una lacrima, ma non perché sono triste.
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