21

Mag

2009

Ricordando Mario RIgoni Stern PDF Stampa E-mail
focus on - focus on

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa appassionata monografia del "Sergente"

Mario Rigoni Stern. Le stagioni di un uomo

di Renzo Montagnoli

Mario Rigoni Stern

"Mi sarebbe piaciuto conoscere di persona Mario Rigoni Stern, sarebbe stato un mio grande desiderio sedermi davanti a lui e guardarlo negli occhi."


1° Novembre 1921 – 16 giugno 2008.
Sono queste due date che nel registro del tempo identificano la nascita e la morte di uno
dei più grandi narratori che abbia avuto il nostro paese.
Mario Rigoni Stern ha vissuto in questo periodo le stagioni della natura e quelle dell’uomo,

così simili tranne per il fatto che prime si ripetono, mentre le altre rappresentano la

parabola dell’esistenza.
Mai come in lui si è potuto riscontrare l’identità fra uomo e natura, mai come in lui i

romanzi e i racconti sono stati una lunga, attenta e riflessiva autobiografia.
Profondamente legato alla sua terra natia, a quell’altopiano dei Sette Comuni a cui

pervennero i suoi avi Cimbri molti secoli fa, ne è stato il cantore e l’araldo, lo storico

popolare e il consacratore delle tradizioni.

Eppure nella sua infanzia nulla lasciava presagire questa naturale inclinazione per la narrativa, ma certi talenti hanno bisogno di qualche elemento catalizzatore per potersi

rivelare e nel giovane Stern questo è stato rappresentato dalla guerra, a cui aderì

volontariamente, sotto l’influsso di una martellante propaganda del regime che gli fece

credere che fosse il destino di ogni uomo e, nel caso specifico, la vocazione di un popolo

forte, guerriero, addestrato e istruito per la gloria di una nazione che rivendicava le

tradizioni dell’antico impero romano.
Combatté così nel battaglione Vestone della divisione Tridentina prima ai confini con la

Francia, poi in Albania, in Grecia e in Russia. A ogni teatro di guerra, pur non lesinando

gli sforzi per compiere il suo dovere, quelle certezze infuse dalla retorica cominciarono a

incrinarsi di fronte alla brutalità del conflitto, alla nostra inadeguata preparazione e,

soprattutto, al pensiero che un uomo contro un altro uomo non esalta le sue qualità, ma le

deprime, le svilisce.
Per quanto nella campagna di Russia riuscisse a meritare una medaglia d’argento al valor

militare, questa sua trasformazione da indottrinato a uomo di libero pensiero ebbe il suo

compimento proprio nel corso della drammatica ritirata, raccontata in modo sorprendente per

capacità di analisi e per partecipazione emozionale e per scopi non solo di memoria, ma

anche pacifisti.
Nelle rigide temperature della steppa, in mezzo alle tormente di neve, fra un combattimento

e l’altro per aprire la via che riporta a casa sbocciò un Mario Rigoni Stern rinnovato, al

punto che in epoca successiva ebbe a dire queste parole:
Il momento culminante della mia vita non è stato quando ho vinto premi letterari, o ho

scritto libri, ma quando la notte dal 15 al 16 sono partito da qui sul Don con 70 alpini e

ho camminato verso occidente per arrivare a casa, e sono riuscito a sganciarmi dal mio

caposaldo senza perdere un uomo, e riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo

sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita...
Riuscì a tornare, ma non con tutti i suoi settanta alpini, sempre impressi nella sua

memoria, compagni di sventura che poi riunì in un commovente abbraccio in un romanzo di

notevole bellezza.
Dopo un periodo di prigionia nei lager tedeschi, terminata la guerra, s’impiegò al catasto

di Asiago, si sposò ed ebbe tre figli. Nel frattempo decise di raccontare la sua esperienza

di quella drammatica ritirata e nacque così uno dei suoi capolavori, Il sergente nella neve,

che venne pubblicato nel 1953 grazie all’interessamento di Elio Vittorini, da lui conosciuto

due anni prima.
Questo romanzo non è semplicemente il frutto di un’esperienza vissuta personalmente, non è

cioè e la cronistoria di un evento occorso all’autore, ma per la capacità di analisi, di

estrapolazione dei fatti e per il messaggio pacifista che ne emerge raggiunge vette di

universalità su tematiche di interesse generale che lo rendono un’opera di ampia e rilevante

completezza.
L’autore ha saputo ricreare l’atmosfera in modo tale che il coinvolgimento è totale; si

legge, e poco a poco si è presenti al caposaldo, ci si trova intorno al tagliere con la

polenta di segale, si vivono le pericolose ore dello sganciamento, e infine si cammina, si

combatte, si patisce la fame, si soffre il freddo, si prova l’angoscia della lunga ritirata.
Già questo è molto, ma Il sergente nella neve è assai di più, è un’opera dove è sempre

presente la natura, ammirata anche quando è inclemente e con pagine in cui si respirano lo

sgomento e l’attrazione per la grandezza nell’universo, ed è inoltre un’ode sommessa a una

virtù ormai purtroppo desueta, la pietà.
Così, fra un combattimento e l’altro, descritti magistralmente, c’è il tempo per le

riflessioni di fatti appena accaduti e che nel trascorrere del tempo  (l’opera verrà

ultimata qualche anno dopo quel tragico 1943) si sfumano per scoprirne gli aspetti più

reconditi. E’ il caso del pasto consumato in un’isba insieme a dei soldati russi, in una

pausa della battaglia di Nikolajewka. Al riguardo la riflessione di Stern è quanto semplice

ed efficace: “In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini

un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto di più del rispetto che gli

animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano

portato degli uomini a saper restare uomini.”
C’è tutto il senso della pietà, prima per se stessi e poi per gli altri, c’è quella

comprensione della propria e dell’altrui debolezza,  c’è una ritrovata umanità che supera

ogni barriera e confine.
E’ un grandissimo messaggio di pace di un uomo che, partito volontario per la guerra, ne

ritornerà maturato, ma soprattutto consapevole dell’autentica dignità di ogni essere umano.
Quello che poi sorprende in questo primo romanzo è la capacità di prosa poetica che ha

l’autore, con quelle descrizioni brevi, ma ispirate, del firmamento, del Don, della pianura

ghiacciata. Sono stacchi che non sono avulsi dalla narrazione, ma che si innestano nella

stessa in modo preciso e solo quando serve, a riprova di un’esperienza professionale innata.
Al riguardo Rigoni Stern si supera nelle ultime pagine con quella ritrovata serenità nel

caldo di un’isba e con le ragazze russe che filano la canapa cantando le loro canzoni

popolari.
Nonostante il successo, occorsero ben nove anni prima che Rigoni Stern vedesse pubblicato un

altro suo libro, Il bosco degli urogalli, una raccolta di racconti, per lo più imperniati

sulla caccia, in cui il contatto dell’uomo con la natura diventa centralità e di fatto dà

vita a un filone di grande pregio in cui l’autore asiaghese  diventerà insuperabile. La

lunga marcia sulla neve per avvicinarsi alle prede, il silenzio dei monti nel freddo

dell’alba, i boschi in cui si svolge la contesa donano un tocco di magia grazie a una vera e

propria prosa poetica e danno l’idea di un ritorno dell’uomo alle origini, quando era in

armonia con la natura.
Anche questo libro fu un successo, ma non ne seguirono subito altri, soprattutto perché il

lavoro impegnava e fu solo nel 1970, quando lasciò l’occupazione, che poté dedicarsi a tempo

pieno all’attività di scrittore.
Nascono così nel 1971 Quota Albania, sulla sua esperienza bellica, e nel 1973 Ritorno sul

Don, in cui in parte completa la narrazione della campagna di Russia e in parte racconta un

viaggio in quelle terre che videro la drammatica ritirata, effettuato però una trentina di

anni dopo.
Sono buoni libri, ma non ripetono qualitativamente Il sergente nella neve e Il bosco degli

urogalli.
Bisognerà attendere ancora cinque anni, il 1978, quando uscirà un altro capolavoro, Storia

di Tönle, premiato con il Campiello e con il Bagutta.
E’ un nuovo filone, quello della memoria, delle origini della sua gente di Asiago, una

comunità che in Stern assurge al valore di unica e autentica patria.
Tönle Bintarn è un contadino, un pastore, un contrabbandiere per necessità che per sfuggire

a una condanna vaga per tutta l’Europa austro-ungarica, adattandosi a fare a qualsiasi

lavoro, ma sempre con la speranza di tornare, l’unica vera forza che lo sostiene nonostante

le fatiche e le privazioni. Questo piccolo grande uomo è legato inscindibilmente alla sua

terra, all’alternarsi delle stagioni sia della natura che della vita. Non c’è evento che

possa fermarlo, non c’è nulla che possa dissuaderlo, perché lui è ed esiste solo in funzione

di quella piccola patria fra i monti.
Ritornerà, subirà i contraccolpi della Grande Guerra e della Strafenspedition, di cui sarà

vittima senza che ci siano carnefici. La violenza di un conflitto non lo ferma, sempre va,

sempre resiste, per poter tornare a quei luoghi a lui indissolubilmente legati e che sarà

costretto a vedere distrutti, profanati dalla malvagità degli uomini.
In lui non c’è odio, ma solo tristezza e come in una storia dove c’è sempre un inizio e una

fine, Tönle Bintarn sa quando tirarsi da parte e comprendere che per lui è arrivata l’ultima

stagione.
E’ un romanzo di rara e stupefacente bellezza, un omaggio di Stern alla sua gente e che

verrà degnamente completato nel 1985 da L’anno della vittoria, che racconta invece del

ritorno della comunità ai suoi luoghi natii, dopo essere stata costretta a lasciare

l’altopiano ed Asiago a seguito dell’attacco austriaco.
Sono pagine di intensa commozione, con donne, vecchi e bambini, che, a guerra finita,

s’incamminano per raggiungere le loro vecchie case, che troveranno distrutte in uno

sconvolgimento che interessa anche i prati, i boschi, le sommità dei loro monti, al punto da

faticare a riconoscerli. E poi ci sono trincee, proiettili inesplosi e tanti, tanti, troppi

morti insepolti.
I giorni sono difficili, senza più un tetto, senza forse un futuro, ma la comunità viene

prima di tutto e a poco a poco si ricompattano, si aiutano, si danno da fare, riacquistano

quella dignità di uomini liberi e di popolo che la diaspora sembrava aver soffocato.
E’ gente mite, laboriosa, il cui contatto continuo con la natura è un’inderogabile

necessità; non saranno molti quelli istruiti, ma tanto hanno da insegnare a tutti, noi

compresi, come il simpatico vecchietto Tana che, durante un’escursione con due compaesani,

si imbatte nei resti di un accampamento austriaco, al centro del quale troneggia una forca.
La sua osservazione al riguardo è di una logica ferrea ed estremamente umana: “ Da noi li

fucilavano, qui li impiccavano. E invece la loro colpa era di aver avuto paura e di voler

vivere.”.
E’ un pacifismo che viene dall’animo, senza retorica, come molte altre pagine di questo

stupendo libro.
La storia di Tönle è un romanzo sull’uomo, sul suo innato sentimento per la terra dove è

nato e vissuto, sulla nostalgia che prevale su ogni evento e che fa della battaglia per il

ritorno a casa un inno al concetto di patria come luogo dei propri affetti.
L’anno della vittoria è invece un’opera corale, dove uomini come Tönle, riuniti, esaltano il

concetto di comunità, di identiche radici, indissolubili, inalienabili, tali da superare

ogni difficoltà purché sempre solidali, in un’unica grande famiglia per cui vale la pena di

vivere e di lottare.
Successivamente, nel 1986, esce Amore di confine, una raccolta di quarantaquattro racconti,

del tutto autobiografici, che rinsaldano il concetto di comunità. Nella varietà delle trame,

nell’apparente semplicità dello stile dello scrittore che, fra le sue caratteristiche, ha

una propensione colloquiale che induce il lettore a pendere dalle sue labbra, anche questo

libro riveste caratteristiche qualitative di indubbio elevato livello.
Occorrerà però attendere ancora qualche anno per vedere un altro capolavoro. Nel frattempo

Stern scrive un libro un po’ particolare, Arboreto salvatico, ricco di annotazioni

botaniche, ma non tanto da costituire un testo specializzato e quindi essere di poco agevole

lettura; ogni tanto ci sono richiami a fatti di cui l’autore è stato protagonista o

testimone che impreziosiscono l’opera, così come i richiami a quanto altri hanno scritto

della natura, come nelle commoventi ultime pagine, dedicate al ciliegio. C’è così la visione

di una vecchia casa contadina, vuota e abbandonata, ora posta in vendita per costruire un

condominio per i villeggianti, così che il vecchio ciliegio che nei pressi vi dimora da

tantissimi anni e che porta le ferite della prima guerra mondiale sarà inesorabilmente

abbattuto.
Nell’autore c’è l’autentico sincero dolore di Ljubov Andreevna quando è costretta a vendere

i suoi amati alberi nel Giardino dei ciliegi di Cechov.
“Mio caro, dolce, meraviglioso giardino…Vita mia, giovinezza mia, felicità mia.

Addio!...Addio.”  
Con il ciliegio di Asiago che verrà abbattuto se ne va un amico, un testimone e protagonista

di gioventù, se ne vanno ricordi, emozioni passate, se ne va un pezzo dell’autore.
Per quanto opera minore, Arboreto salvatico resta un testo di assai piacevole lettura e in

cui sono presenti tutte le caratteristiche di Rigoni Stern, ma soprattutto quella

indispensabile perfetta unione dell’uomo con la natura.
Nel 1995 esce Le stagioni di Giacomo, premio Grinzane Cavour, il capolavoro di cui accennavo

prima.
E’ un romanzo struggente su una gioventù che non poté conoscere le gioie della vita tipiche

della sua età, su un mondo di miseria e di fame in cui tuttavia fiorivano la solidarietà e

il mutuo soccorso, su un fascismo retorico e tronfio che non solo non permise a tanti, a

troppi di vivere dignitosamente, ma che sacrificò inutilmente in una guerra non sentita

proprio quei figli che avrebbero dovuto rappresentare l’avvenire.
Giacomo, l’amico di Mario Rigoni Stern, non può essere bambino, ma si deve adattare a

qualsiasi lavoro pur di sopravvivere. Così segue le orme del padre diventando un

recuperante, cioè raccogliendo quanto di bellico è rimasto sull’altopiano. E’ un lavoro

duro, pericoloso e anche poco remunerato, ma è l’unico possibile, perché il regime,

nonostante le promesse, non è in grado di creare nuove occasioni di occupazione, se non per

periodi limitati e sempre legati al suo mondo irreale dove conta solo l’apparenza.
Giacomo è la tipica figura del ragazzo diventato troppo presto uomo, ma che, nonostante le

avversità, riesce a cogliere i valori della vita, con quel senso di umiltà che è proprio di

chi è povero di beni materiali, ma ricco d’animo.
Conoscerà anche l’amore, un sentimento delicato delineato in modo magistrale, una storia che

non potrà aver seguito, perché la tempesta della guerra non restituirà  il protagonista al

suo altopiano.
Questo è un romanzo che dovrebbe entrare di diritto nei programmi scolastici, affinché i

giovani di oggi abbiano quella memoria di un passato ancor recente che a loro è stata

preclusa da un insensato sistema che promette un inarrivabile benessere di tipo solo

materiale.
Come al solito stupisce lo stile di Mario Rigoni Stern, quella capacità di narrare come se

fosse davanti al lettore e con pacatezza gli raccontasse la vita di questo suo grande amico.
Le stagioni di Giacomo si concludono con il gelido inverno della campagna di Russia.
Successivamente usciranno altri libri di racconti, tutti di buon livello, come Sentieri

sotto la neve, Inverni lontani,   Tra due guerre e altre storie, L’ultima partita a carte,

Aspettando l’alba e altri racconti, I racconti di guerra, libri di sicuro interesse e di

piacevole lettura, ma che non possono essere definiti dei capolavori, per quanto

perfettamente inseriti nel ciclo letterario dell’autore.
Rigoni Stern è da tanto che scrive, gli anni cominciano a passare, i ricordi poco a poco

prendono il sopravvento sul presente. Non si è inaridita la vena creativa, ma non riesce a

cogliere qualche cosa di nuovo. E’ forse tempo di bilanci, di riflessioni su ciò che si è

fatto e su quello che invece si è dimenticato, o ci è stato impossibile fare.
Il talento e la creatività hanno un ultimo guizzo in un’opera di sublime bellezza e così nel

2006 esce Stagioni.    
Questo volume infatti parla stagioni, sempre uguali nel loro avvicendarsi e pure sempre così

diverse.
Ma non si tratta solo dei periodi dell’anno, bensì anche di quelli di una vita e in questi

riemergono i ricordi dei predecessori che già vissero quelle stagioni.
Mario Rigoni Stern ci offre un’opera straordinaria, frutto di esperienza di vita, di

profondo rispetto e amore per la natura.
Le sue parole scendono sulla carta svolazzando come fiocchi di neve, le osservazioni, le

memorie si accavallano, dando luogo a una narrazione in apparenza discontinua, ma che

finisce con l’avvincere in modo inequivocabile.
L’autore comincia con l’inverno (Sono nato alle soglie dell’inverno, in montagna, e la neve

ha accompagnato la mia vita) e la neve è lo sfondo di scenari che si avvicendano, fra il

presente del bosco e il passato della drammatica campagna di Russia, emblemi della natura e

della violenza dell’uomo.
Gli eventi del tempo trascorso sono giustamente mediati, quasi un intermezzo del presente,

invece vivo, vitale, emergente dalle pagine con il profumo dell’aria, i richiami degli

animali, lo scenario che prende corpo e che idealmente sembra che compaia di fronte agli

occhi.
Ecco, questa capacità di trasmettere, di dare vita a immagini che toccano tutti i sensi è

semplicemente sbalorditiva e suscita un’emozione che cresce pagina dopo pagina.
Dopo l’inverno viene la primavera ( Sensi e fantasia ti aiutano a scoprire la primavera del

bosco, che è misteriosa, segreta, viva), con l’odore fresco dell’erba bagnata, con i trilli

delle allodole, con il risveglio di tutta la natura, ma anche con il percorso nel bosco

dello scampato al lager tedesco, l’inizio esaltante della ritrovata libertà; i ricordi in

una stagione viva sono più numerosi e così si passa da una visita a Versailles durante il

crepuscolo alla figura del nonno adorato, che fumava i sigari Virginia e che ora riposa con

i suoi vecchi compagni “nati sotto Francesco Giuseppe e morti sotto Vittorio Emanuele”.
L’estate ha le sue caratteristiche (L’estate in montagna è sempre breve; anche la notte

estiva è breve a rinfrescare l’aria; la luna calante e il crepuscolo dell’alba, con le due

diverse tonalità, creano una luce sparsa sulle cime e nell’alta valle, ma dentro il bosco la

notte ancora non si dissolve.), con le femmine del cervo che si appartano per dare alla luce

i piccoli e con il taglio rituale del bosco, ma anche con memorie più estive, come la storia

di Nello del Dosso o le vacanze nel Salento, o in Croazia.
E infine arriva l’autunno (Le foglie degli aceri montani hanno preso la luce dall’ambra e la

brezza del mattino le stacca dai rami, adagiandole al suolo).
Il sottobosco è rigoglioso ed è la stagione buona per la caccia, magari per una battuta a

Naturno, quasi un rito di origini antiche; ma è anche un’ultima stagione, con il toccante

episodio dello zio Arrigo che, ormai molto anziano, si trascina faticosamente sull’altipiano

a rivedere i luoghi dove ha combattuto durante la prima guerra mondiale, a rievocare e a

risentire l’incombenza della morte, quasi il tentativo di esorcizzarla ora che per lui la

vita volge al termine. 
A questa stagione si accompagna una dolce malinconia e il libro si chiude, così com’era

iniziato, con le avvisaglie di neve, un perpetuarsi di stagioni, di nascite e di morti, un

infinito ciclo vitale.
Leggere questo libro è come scrutare dentro l’anima dell’autore, riscoprire con lui i valori

di un’esistenza semplice, in perfetta sintonia con la natura.
Non c’è una pagina che sia inferiore all’altra e tutto è in perfetto equilibrio, come la

vita di un uomo che è in pace con tutto e con se stesso.
Stagioni è stato il canto del cigno, il messaggio finale che compendia tutta l’opera di un

autore fecondo che ha lasciato una traccia indelebile nella letteratura.
Poi è venuta la malattia e l’ultima stagione si è avviata alla conclusione.
Mi sarebbe piaciuto conoscere di persona Mario Rigoni Stern, sarebbe stato un mio grande

desiderio sedermi davanti a lui e guardarlo negli occhi.
Sono sicuro che avrei potuto vedere Giacomo che con suo padre va alla ricerca di residuati

bellici su un altopiano ancora sconvolto dalla guerra, fra trincee appena celate dalla

natura che lenta riprende il suo posto. E poi si sarebbero susseguite altre immagini, come

il ritorno degli sfollati in una Asiago completamente distrutta, il loro iniziale

scoramento, ma poi la volontà di ricominciare, tutti insieme, uniti come una grande

famiglia, oppure il sorriso del vecchio Tönle che continua a camminare lungo le strade

dell’impero austriaco per guadagnare qualche cosa per sé e per i suoi, con il pensiero

sempre rivolto alla sua terra. Né avrebbe potuto mancare la figura dell’alpino Giuanin, che

chiede al sergente maggiore Mario Rigoni Stern  “ Sergentmagiù ghe rivarem a baita?”
Sono immagini vive, sempre presenti in me, perché l’autore le ha vissute così intensamente

da saperle trasmettere con le sue parole.
Mario Rigoni Stern ha scritto della sua vita, ma ha saputo cogliere nel particolare

quell’essenza eterna che è propria di ogni uomo. Non c’è finzione nei suoi libri, non  c’è

invenzione, ma solo una realtà che l’ha toccato e che lui con la sua sensibilità è riuscito

a tradurre magistralmente in parole. Anche il fatto più umile, quello che potrebbe essere

quasi insignificante diventa così “il fatto”, non un fatto, assurge a motivo di profonde

riflessioni, viene recepito come parte di noi, come evento che potrebbe toccarci.
E’ forse questa la grandezza di questo autore, cioè questa capacità di saper cogliere nel

particolare tutto quello che può essere un patrimonio comune, e lo fa con delicatezza, con

accenti spesso poetici, riuscendo a infondere, nonostante argomenti anche dolorosi, una

grande serenità, la stessa serenità che albergava nel suo cuore.
E’ morto verso gli inizi dell’estate astronomica, ma a me piace pensare che avrebbe

desiderato incamminarsi in un bosco innevato, raggiungere un bell’abete, sedersi appoggiando

la schiena al tronco, nell’attesa di quell’ultimo sonno che tanti soldati ha colto nella

ritirata di Russia.
Avrebbe ascoltato il cinguettio di qualche uccello e il sospiro del vento fra i rami e

quando si sarebbe accorto che il corpo ormai gelido avrebbe intorpidito anche i sensi, sono

sicuro che avrebbe detto queste ultime parole:
“Giuanin, sèma rivà a baita.”.


Fonti e bibliografia:

 

Wikipedia;

 

De Tzimbar von Siben Komoinen (I Cimbri dei Sette Comuni);

 

Il sergente nella neve (1953)  - Premio Bancarellino 1963;
Il bosco degli urogalli (1962);
Quota Albania (1971);
Ritorno sul Don (1973);
Storia di Tönle (1978) – Premio Campiello e Premio Bagutta;
Uomini, boschi e api (1980);
L’anno della vittoria (1985);
Amore di confine (1986);
Il libro degli animali (1990);
Arboreto salvatico (1991);
Le stagioni di Giacomo (1995) – Premio Grinzane Cavour;
Sentieri sotto la neve (1998);
Inverni lontani (1999);
Tra due guerre e altre storie (2000);
L’ultima partita a carte (2002);
Aspettando l’alba e altri racconti (2004);
I racconti di guerra (2006);
Stagioni (2006).


 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 27 Maggio 2009 08:29