27

Mag

2009

Editori corsari e autori kamikaze - prima parte PDF Stampa E-mail
focus on - focus on

di alberto carollo

Nota: il presente articolo riporta alcune riflessioni personali dell'autore sull'editoria a pagamento. Non ha pertanto carattere di analisi descrittiva del fenomeno né tanto meno pretese di completezza.



money

Qualche tempo fa ero al telefono con un amico.
“Non metto più le mie recensioni in quel portale”, diceva. “Mi sono accapigliato con il dominus su questa storia di chi ha pagato chi e non c’è stato verso di intenderci!”.
Il mio amico si riferiva a una questione “bastarda”, croce e delizia di tanti addetti ai lavori: l’editoria a pagamento. Il dominus del sito aveva adottato una linea decisa: il suo portale non avrebbe più ospitato recensioni e interviste che divulgassero autori che hanno pubblicato con contributo e, in quest’ottica, aveva rifiutato al mio amico la pubblicazione di alcuni pezzi “sospetti”.

La tesi sostenuta dal mio amico aveva degli argomenti condivisibili. “Io scrivo e mi occupo di critica; non sono un tecnico della carta stampata, non ho l’assillo di dover far quadrare il bilancio dell’azienda, fare indagini di mercato e via discorrendo… Io valuto un testo per la sua qualità letteraria: parliamo di poesia o narrativa, considero un autore per il suo talento e la riuscita dell’opera – a prescindere da quante copie potrà vendere, infischiandomene se ha deciso di sobbarcarsi tutto l’onere della pubblicazione. E lì a snocciolare i maestri coi quali si è formato, la sua autonomia di lettore, di critico ecc. Riflettendo sull’altro corno del dilemma (caro Aristotele!), posso però sottolineare – e il mio amico non me ne vorrà – che è altrettanto vero che il titolare di un dominio può fare del suo spazio in rete il cavolo che vuole, che la sua presa di posizione è più che legittima, dal momento che ha deciso di scendere in campo e di dare un forte segnale di diniego a questa tendenza diffusa che in qualche caso avrà permesso di portare all’attenzione dei lettori opere interessanti che altrimenti – forse, dico forse – non avrebbero avuto diffusione, ma nella maggioranza dei casi ha distorto le regole del mercato e alimentato il commercio di cattivi libri e di un malcostume nei rapporti tra autori e editori. Un libro non piove dal cielo – magari! – come la biblica manna; è prima di tutto il prodotto finale di una lunga catena che parte dall’autore e il suo manoscritto, passa per un ufficio commerciale e un contratto firmato, transita per una tipografia e approda in una libreria con tanto di prezzo al pubblico. Quando mi mettono un libro sotto il naso, non posso fare a meno di chiedermi da dove viene. Quando mi professo obiettore di coscienza e mi rifiuto di leggere Dan Brown perché mi hanno disintegrato i cosiddetti a furia di sbandierarmelo ovunque, sia che vada in edicola a prendere il giornale, che accenda la TV, entri in una concessionaria per un test drive promozionale o che opti per il catalogo di un piccolo editore di Vattelapesca, faccio una precisa scelta politica. Posso leggere l’ultimo Scurati edito da Bompiani – perché mi ha incuriosito, perché Walter Siti ne ha scritto bene su La Stampa e la sera stessa ch’è uscito il libro lo scrittore è stato catapultato sul divano della Dandini – o andare alla Fiera della microeditoria di Chiari e, che so, acquistare allo stand de Il Filo la silloge di Angela Fanelli Amore mai sconfitto. L’importante è che io sia consapevole di quel che acquisto e leggo. Non posso rimanermene nella mia torre d’avorio a pontificare sulla esclusiva bontà del talento letterario di un autore. Nel paniere sono diversi gli elementi da soppesare e ritengo sia giunto il momento di fare un po’ di chiarezza e di selezione, di professare un’etica della scelta.
E’ fatto risaputo che l’editoria italiana non goda di buona salute. Si potrebbe aggiungere “in special modo in questo periodo, dove tutti i settori del mercato sono in crisi”. Il comparto editoriale ha però una sua peculiarità; era in crisi già da tempo “immemorabile”. Da che io ricordi – da quando ho cominciato a interessarmi, sia pur indirettamente, di questo ambito – si è fatto un gran parlare di “crisi della carta stampata”. I vari esperti-tuttologi-opinionisti interpellati sono tutti più o meno concordi nel riferire il problema al dato più evidente e inoppugnabile: in Italia si legge poco. O nulla. Recenti statistiche parlano di un libro l’anno per abitante. Non distinguiamo tra saggistica, poesia, narrativa eccetera, né entriamo in merito di generi e compagnia bella altrimenti potremmo ritrovarci a visionare cifre del tipo 0,… Fatto sta che io, nel mio piccolo, ne sollevo un centinaio l’anno dall’acquistare e leggere anche un solo libro (evitiamo di differenziare – angosce della statistica – coloro che acquistano e che effettivamente leggono da chi compra e mette sullo scaffale a prender polvere). I nostri espertoni, però, esplicitano un ulteriore, salomonico giudizio: in Italia si scrive più di quanto si legge. E ancora: “i grandi colossi editoriali fagocitano tutto”; “il segmento della piccola e media editoria è improvvisato e pionieristico. I pesci piccoli non dispongono di quella nicchia di lettori che in altri paesi europei permette una maggiore compliance e differenziazione delle proposte sul mercato”.
E’ sulla base di queste disamine che in tempi non proprio recenti molti editori hanno iniziato la pratica agevole e sicura, per evitare il rischio del tracollo finanziario, di richiedere contributi economici ai propri autori. Spesso questi editori sono proprio ganzi nel perseguire i propri interessi. Quando l’autore esordiente, trepidante di veder pubblicato il frutto della sua fatica intellettuale, invia il manoscritto in lettura, gli rispondono con una “lettera aperta” dove, in modo persuasivo, delineano la loro linea di condotta per arginare il terribile momento di crisi che attanaglia anche le grandi cordate – figurarsi loro –; che un autore esordiente difficilmente riesce a trovare l’attenzione che merita (loro pubblicano solo libri di qualità) nella moltitudine delle proposte, e qualora ritengano che l’opera del nostro sia di indiscusso valore letterario, e potrebbe uscirne un nuovo Baricco o Camilleri, chiederebbero una collaborazione fattiva dell’autore per la copertura delle spese di edizione sostenute. Del resto, a ben pensarci, quanti grandi scrittori che ormai sono dei classici e hanno fatto la Storia, hanno pubblicato a proprie spese agli inizi? Prendete Proust per fare un esempio su tutti, ma l’elenco è davvero vasto.
(continua...)

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Cigale  - editori corsari e...   |2009-05-27 10:13:31
A voi. L'articolo era piuttosto lungo e dati l'argomento e i tempi di lettura in
rete ho preferito dividerlo in sezioni.
A breve la seconda parte...
patrizia garofalo  - editoria   |2009-05-28 00:28:48
complimenti , come sempre un parlare chiaro e sempre esaustivo.
aspetto di
leggerti presto sul tema interessante e "toccanti"
ti abbraccio e vi
auguro un successone per la prossima serata, come sempre organizzata da chi
conosco come ottimi ospiti.
un abbraccio patrizia
Alberto C  - editoria   |2009-05-29 13:47:04
Grazie Patrizia per il tuo supporto continuo e i graditi commenti. Buon lavoro -
sempre infaticabile! -, auguri per il nuovo libro in uscita e per tutte le tue
iniziative.
GiuliaS83     |2009-05-28 14:25:48
Articolo interessante, che riassume acutamente la questione crisi
editoriale/editoria a pagamento.
Aspetto con molto interesse il suo seguito.
Per ora mi vengono solo un paio di osservazioni:

>L’importante è che io
sia consapevole >di quel che acquisto e leggo.

Giustissimo! E in questo il
ruolo della rete e di articoli come questo sono sempre più fondamentali. Quindi
complimenti!

>Non posso rimanermene nella mia >torre d’avorio a pontificare
sulla >esclusiva bontà del talento letterario >di un autore.

Ehm... questo
è quello che, tecnicamante, facciamo noi di Studio83.
Nel senso che non
"chiudiamo" ad autori che hanno pubblicato a pagamento, ma li recensiamo
come gli altri, proprio in virtù di un discorso legato alla qualità
letteraria.
Il problema è che spesso la qualità letteraria dell'autore è
legata strettamente al fatto che abbia pubblicato a pagamento. Dammi un libro di
una casa editrice "normale" e uno pubblicato con contributo e
quest'ultimo sarà peggiore nel 90% dei casi, sia dal punto di vista del
contenuto, sia del packaging e della veste redazionale. Quindi si finisce per
dare un parere letterario a un'opera che:
- non è letteraria, nel senso che
non aveva assolutamente i requisiti per la pubblicazione... è una cosa che
dispiace dire a uno scrittore, ma bisogna essere sinceri anche per il suo
bene."Il medico pietoso..."
- è legata strettamente al discorso del
contributo, perché salta agli occhi la scarsa cura filologica, ma anche
sintattica, redazionale e grafica con cui è realizzato.

Se però la
recensione è scritta con rispetto e con rigore, molti scrittori la accettano
con umiltà e prendono atto dello scivolone. E questa per noi è una cosa
positiva che speriamo vada a riflettersi anche sul "letterario" in senso
stretto.

Quindi gli atteggiamenti di chiusura sono giustificatissimi, anche
noi ne abbiamo nei confronti di nomi e case editrici che ci hanno già
dimostrato inaffidabilità o vera e propria prepotenza. Però anche lasciare da
parte il principio in sé, a volte, e andare nella sostanza del singolo caso
può servire a qualcosa.

Scusami per il commento fiume :-) alla prossima!
Laura Costantini  - Essere severi     |2009-05-28 16:51:42


Sono partita, in quanto autrice che ha pubblicato sei romanzi senza
mai cacciare una lira, da una posizione estremamente severa nei confronti di chi
pubblica con gli editori a pagamento. Poi un giorno una scrittrice mi chiede di
leggere il suo libro e, se lo ritengo all'altezza, di presentarglielo duranta
una serata romana al Papyrus Cafe'. Editrice del libro: IL FILO, la peggiore tra
le editrici a pagamento, la piu' subdola. Ho avuto la tentazione di rifiutare a
prescindere, poi ho cominciato a sfogliare il libro. Era ben scritto, aveva una
sua profonda dignita' letteraria, catturava l'attenzione. Alla fine ho
accettato, l'ho presentato e durante la presentazione ho detto chiaro e tondo
che il fatto che un'autrice valida fosse costretta a pubblicare con gente come
quella del FILO era la misura esatta di com'e' ridotta l'editoria italiana. Non
so se sia servito. So che adesso quell'autrice sta cercando un editore vero per
il suo secondo romanzo e spero tanto che possa trovarlo, perche' se lo merita.
Alberto C  - @Laura Costantini   |2009-05-29 14:30:11
Ringrazio Laura Costantini, che seguo con piacere e interesse da qualche tempo
nel suo blog, per la sua testimonianza.
Sono d'accordo su quanto dici de IL
FILO, casa editrice dalle bieche strategie - è bene cominciare a fare dei nomi,
se non negli articoli, che fungono da exemplum, nelle note a margine. Questo
aneddoto è una certificazione ulteriore che sono in molti gli autori di valore
che pubblicano a pagamento. Mi spiace solo che loro stessi, per primi, non
abbiano abbastanza consapevolezza e stima del proprio talento. Non
mercanteggiate al ribasso il vostro talento. Un editore che crede in un autore
non si fa coprire le spese di edizione. Lo cura, lo coccola, lo porta in giro,
si fa in quattro per promuoverlo e far quadrare anche il suo
bilancio.
Probabilmente questa scrittrice avrebbe sicuramente pubblicato un
libro ancora migliore se non avesse contemplato facili scorciatoie. Da quel che
riporti sembra che ora, però, sia più consapevole.
Buona fortuna a todos,
allora.
8-)
Alberto C  - @GiuliaS83   |2009-05-29 14:19:31
Innanzitutto, cara Giulia, ti ringrazio per il tuo feedback, davvero gradito e
competente. Grazie per aver posto l'accento sul ruolo della rete. Internet è
uno strumento dalle enormi potenzialità e utilizzarlo per il confronto a mezzo
articoli, forum ecc... è importante ai fini formativi. Le nostre osservazioni
possono essere di ausilio a chi non dispone di adeguate informazioni o le ha
parziali perché provengono dai consueti canali.
Riguardo alla questione
"torre d'avorio" mi riferivo a quella parte della critica che potremmo
definire non-militante. In alcuni casi è contraddistinta da una certa sicumera
riguardo a quei temi che non la coinvolgono in senso stretto o strumentale.
Altri scrittori/critici si arroccano nelle loro posizioni, preferendo non
formarsi un'opinione su ciò che esula dallo specifico, in questo caso dalla
bontà del valore letterario di un autore. Come tu scrivi giustamente, nella
maggioranza dei casi molti autori che hanno pubblicato con editori a pagamento
rivelano i limiti dei loro progetti. Molto spesso l'editor lo vedono col
binocolo, nel senso che i lettori della redazione in casa editrice fiutano un
lavoro interessante e spendibile, vedono che è scritto bene e... visto si
stampi! Tanto hanno le spalle coperte... dal contributo dell'autore! Come e in
che misura sono incentivati a proporre all'autore delle revisioni, a
confrontarsi, a sobbarcarsi un improbabile compito da amanuense medievale per
correggerne le bozze? C'è l'autore che lo fa per loro. Ma spesso l'autore ha
una visione limitata del suo testo, ha bisogno di collaboratori per rinvenire le
pecche dello script, sforbiciare, smussare, revisionare periodi, rendere la
sintassi meno claudicante, gli aggettivi più chiarificatori, eliminare la
sovrabbondanza di avverbi.
Riguardo al packaging: di recente ho letto un bel
romanzo, edito da un piccolo editore. Sembrava un libricino, poi aprendolo ho
visto pagine di caratteri fitti fitti, minuscoli. In quella gabbia editoriale
ammontava a circa 150 pagine, ma pensandoci bene, per rendersi attraente quanto
basta a un lettore, avrebbe dovuto farne almeno 220. Così l'editore risparmia
ma i caratteri grafici e tipografici non invogliano alla lettura. Nonostante
l'interesse è stata un'impresa arrivare alla fine! Anche la confezione rientra
in quelle caratteristiche che compendiano una politica editoriale "tout
court".
Per tornare a noi, ciò che mi prefiggevo era di incitare a una
cultura militante. Si può essere militanti in vario grado, e una soluzione come
la tua è senz'altro onesta nel desiderio di ospitare una pluralità di
interventi e nello stesso tempo sollecitare chi di dovere a riflettere con
umiltà sulle proprie manchevolezze. Per crescere.

Come vedi pure io in quanto
a commenti fiume non scherzo.
8-)
pungola     |2009-05-31 13:09:12
è vero, l'importante è essere consapevoli nel momento della scelta. Negli
ultimi tempi, per vendere, si crea il "caso letterario", si veda
Giordano e compagnia bella, cercando di spingere in tutte le maniere l'autore in
classifica. Con Saviano, senza nulla togliere alla sua importante testimonianza,
hanno fatto lo stesso. Saviano vende perché è Saviano, diciamo la verità.
Questo per quanto riguarda i grandi gruppi editoriali e i pesci piccoli che non
possono attuare queste strategie? Via di contributo. Cifre pazzesche, indegne,
ma loro devono far fronte alle spese...o farsi una vacanza.
Attendo la seconda
parte.
Alberto C  - @pungola   |2009-05-31 23:31:11
La seconda parte, cara Pungola, racconta una vicenda che già conosci, per
esserne stata in parte testimone. Farò delle considerazioni generali su
quell'esperienza, che saranno il ponte per tirare le somme di questo lungo
sproloquio nella terza e ultima parte.
Ayame     |2009-05-28 19:25:47
Io ho recensito, all'inizio della "carriera" di WD, un libro pubblicato
a pagamento. Non sapevo che la casa editrice chiedesse contributi, se l'avessi
saputo non l'avrei recensito.
Il libro è carino, alla fine dei conti, ma, come
dire... si vede che è passato tra le mani di un editore a pagamento.

Oggi WD
non recensisce più autori che hanno pubblicato pagando; io sono dell'idea che o
si pubblica senza contributo o non si pubblica, non mi importa se tra le file
degli editori a pagamento ci sono libri stupendi: chi paga da noi non viene
recensito.
La mia modestissima opinione è che più recensori online dovrebbero
fare così. E' una delle poche vie che si hanno per tagliare davvero le gambe
all'editoria a pagamento.
Alberto C  - @Ayame   |2009-05-29 14:41:04
La tua è una posizione intransigente e come darti torto? Fare da esempio per
incoraggiare a cambiare il malcostume dilagante. Ma spesso non è facile
scoprire chi è a pagamento e chi no.
In certi casi, secondo la mia esperienza e
come dici tu, "si vede ch'è passato tra le mani di un editore a
pagamento", ma non è la regola. C'è chi è disposto a pagare fior di
quattrini per agenzie letterarie, editor free lance e via discorrendo, per poi
approdare con un testo emendato e confezionato come si deve... dall'editore a
pagamento! Spesso si è trasformisti. E' bene ricordare che l'editoria a
pagamento non è un reato, ma allora perché molti autori si vergognano di aver
pagato e - anche di fronte a una risaputa evidenza - si ostinano a dire: "Da
me non ha voluto niente"? Per la loro bella faccia o per qualcos'altro? Per
il Campiello o lo Strega assicurati (visto l'innegabile talento)?
Quella che
prospetta WD è una critica militante: lunga vita a WD!

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Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Luglio 2009 20:54