di alberto carollo
Nota: il presente articolo riporta alcune riflessioni personali dell'autore sull'editoria a pagamento. Non ha pertanto carattere di analisi descrittiva del fenomeno né tanto meno pretese di completezza.

Qualche tempo fa ero al telefono con un amico. “Non metto più le mie recensioni in quel portale”, diceva. “Mi sono accapigliato con il dominus su questa storia di chi ha pagato chi e non c’è stato verso di intenderci!”. Il mio amico si riferiva a una questione “bastarda”, croce e delizia di tanti addetti ai lavori: l’editoria a pagamento. Il dominus del sito aveva adottato una linea decisa: il suo portale non avrebbe più ospitato recensioni e interviste che divulgassero autori che hanno pubblicato con contributo e, in quest’ottica, aveva rifiutato al mio amico la pubblicazione di alcuni pezzi “sospetti”.
La tesi sostenuta dal mio amico aveva degli argomenti condivisibili. “Io scrivo e mi occupo di critica; non sono un tecnico della carta stampata, non ho l’assillo di dover far quadrare il bilancio dell’azienda, fare indagini di mercato e via discorrendo… Io valuto un testo per la sua qualità letteraria: parliamo di poesia o narrativa, considero un autore per il suo talento e la riuscita dell’opera – a prescindere da quante copie potrà vendere, infischiandomene se ha deciso di sobbarcarsi tutto l’onere della pubblicazione. E lì a snocciolare i maestri coi quali si è formato, la sua autonomia di lettore, di critico ecc. Riflettendo sull’altro corno del dilemma (caro Aristotele!), posso però sottolineare – e il mio amico non me ne vorrà – che è altrettanto vero che il titolare di un dominio può fare del suo spazio in rete il cavolo che vuole, che la sua presa di posizione è più che legittima, dal momento che ha deciso di scendere in campo e di dare un forte segnale di diniego a questa tendenza diffusa che in qualche caso avrà permesso di portare all’attenzione dei lettori opere interessanti che altrimenti – forse, dico forse – non avrebbero avuto diffusione, ma nella maggioranza dei casi ha distorto le regole del mercato e alimentato il commercio di cattivi libri e di un malcostume nei rapporti tra autori e editori. Un libro non piove dal cielo – magari! – come la biblica manna; è prima di tutto il prodotto finale di una lunga catena che parte dall’autore e il suo manoscritto, passa per un ufficio commerciale e un contratto firmato, transita per una tipografia e approda in una libreria con tanto di prezzo al pubblico. Quando mi mettono un libro sotto il naso, non posso fare a meno di chiedermi da dove viene. Quando mi professo obiettore di coscienza e mi rifiuto di leggere Dan Brown perché mi hanno disintegrato i cosiddetti a furia di sbandierarmelo ovunque, sia che vada in edicola a prendere il giornale, che accenda la TV, entri in una concessionaria per un test drive promozionale o che opti per il catalogo di un piccolo editore di Vattelapesca, faccio una precisa scelta politica. Posso leggere l’ultimo Scurati edito da Bompiani – perché mi ha incuriosito, perché Walter Siti ne ha scritto bene su La Stampa e la sera stessa ch’è uscito il libro lo scrittore è stato catapultato sul divano della Dandini – o andare alla Fiera della microeditoria di Chiari e, che so, acquistare allo stand de Il Filo la silloge di Angela Fanelli Amore mai sconfitto. L’importante è che io sia consapevole di quel che acquisto e leggo. Non posso rimanermene nella mia torre d’avorio a pontificare sulla esclusiva bontà del talento letterario di un autore. Nel paniere sono diversi gli elementi da soppesare e ritengo sia giunto il momento di fare un po’ di chiarezza e di selezione, di professare un’etica della scelta. E’ fatto risaputo che l’editoria italiana non goda di buona salute. Si potrebbe aggiungere “in special modo in questo periodo, dove tutti i settori del mercato sono in crisi”. Il comparto editoriale ha però una sua peculiarità; era in crisi già da tempo “immemorabile”. Da che io ricordi – da quando ho cominciato a interessarmi, sia pur indirettamente, di questo ambito – si è fatto un gran parlare di “crisi della carta stampata”. I vari esperti-tuttologi-opinionisti interpellati sono tutti più o meno concordi nel riferire il problema al dato più evidente e inoppugnabile: in Italia si legge poco. O nulla. Recenti statistiche parlano di un libro l’anno per abitante. Non distinguiamo tra saggistica, poesia, narrativa eccetera, né entriamo in merito di generi e compagnia bella altrimenti potremmo ritrovarci a visionare cifre del tipo 0,… Fatto sta che io, nel mio piccolo, ne sollevo un centinaio l’anno dall’acquistare e leggere anche un solo libro (evitiamo di differenziare – angosce della statistica – coloro che acquistano e che effettivamente leggono da chi compra e mette sullo scaffale a prender polvere). I nostri espertoni, però, esplicitano un ulteriore, salomonico giudizio: in Italia si scrive più di quanto si legge. E ancora: “i grandi colossi editoriali fagocitano tutto”; “il segmento della piccola e media editoria è improvvisato e pionieristico. I pesci piccoli non dispongono di quella nicchia di lettori che in altri paesi europei permette una maggiore compliance e differenziazione delle proposte sul mercato”. E’ sulla base di queste disamine che in tempi non proprio recenti molti editori hanno iniziato la pratica agevole e sicura, per evitare il rischio del tracollo finanziario, di richiedere contributi economici ai propri autori. Spesso questi editori sono proprio ganzi nel perseguire i propri interessi. Quando l’autore esordiente, trepidante di veder pubblicato il frutto della sua fatica intellettuale, invia il manoscritto in lettura, gli rispondono con una “lettera aperta” dove, in modo persuasivo, delineano la loro linea di condotta per arginare il terribile momento di crisi che attanaglia anche le grandi cordate – figurarsi loro –; che un autore esordiente difficilmente riesce a trovare l’attenzione che merita (loro pubblicano solo libri di qualità) nella moltitudine delle proposte, e qualora ritengano che l’opera del nostro sia di indiscusso valore letterario, e potrebbe uscirne un nuovo Baricco o Camilleri, chiederebbero una collaborazione fattiva dell’autore per la copertura delle spese di edizione sostenute. Del resto, a ben pensarci, quanti grandi scrittori che ormai sono dei classici e hanno fatto la Storia, hanno pubblicato a proprie spese agli inizi? Prendete Proust per fare un esempio su tutti, ma l’elenco è davvero vasto. (continua...)
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