di alberto carollo
Nota: il presente articolo riporta alcune riflessioni personali dell'autore sull'editoria a pagamento. Non ha pertanto carattere di analisi descrittiva del fenomeno né tanto meno pretese di completezza. 
Leggi la prima parte.
Qualche anno addietro, terminato di scrivere un romanzo - con la presunzione che potesse avere un qualche valore -, ho deciso di spedirlo a vari editori. I tempi di lettura del manoscritto sono stati in certi casi biblici, e ho ottenuto risposte anche a distanza di due, tre anni. Molte le letterine pre-confezionate “La ringraziamo ma al momento non rientra nella nostra linea editoriale”; altre più circostanziate ma uguali nella sostanza. In molti casi il manoscritto è un messaggio nella bottiglia, e il naufrago attende invano che qualcuno si manifesti, che arrivi a salvarlo dal suo isolamento.
Ho ricevuto almeno sei proposte di pubblicazione con richiesta di contributo. Non ho inviato manoscritti a 360°, col pensiero che sparando in tutte le direzioni prima o poi avrei centrato il bersaglio. Mi sono studiato il catalogo degli editori interpellati, ho creduto che una proposta come la mia li potesse interessare. Ho letto i loro libri, puntato quegli editori che più si avvicinavano alla mia idea di narrativa. Di alcuni avevo avuto qualche soffiata sulla possibilità che mi fosse richiesto un contributo, ma visto che il loro sito e le modalità di contatto non ne facevano menzione, ho deciso comunque di spedire e di stare a vedere. In alcuni dei sei casi le proposte di contratto si sono rivelate illuminanti sulle strategie di questi sedicenti editori. In un caso mi si chiedeva di cedere totalmente i diritti all’editore, che ne diventava unico titolare e responsabile. Primo consiglio: non azzardatevi mai a trasferire completamente i diritti di un’opera del vostro ingegno. Potrete anche giudicarla di scarso valore ma (le vie dell’editoria sono infinite!) domani, putacaso, l’editore potrebbe far fortuna alle vostre spalle senza l’obbligo di corrispondervi neanche una minima percentuale. Secondo consiglio: leggete attentamente il contratto. Per quanto tempo trasferite i diritti all’editore? Il periodo è genericamente variabile da tre a sette anni, dieci, a volte di più. Chi vi pubblica ritiene in un certo arco di tempo di poter rientrare delle spese sostenute, con edizioni tascabili o l’approdo del libro ai Remainder e circuiti alternativi. Prima o poi dovrete essere in grado di ritornare i soli usufruttuari del vostro prodotto. Quante copie sono previste per la prima edizione? Un esordiente fortunato, in Italia, vende con la prima edizione 500 copie (e si bacia i gomiti!). Non sto parlando de “La solitudine dei numeri primi” di Giordano, attenzione. Gravitiamo nella sfera della piccola e media editoria, non dei fenomeni circensi. Quindi è inutile che vi sparino una tiratura di 2.000 copie per la prima edizione. Siate più umili, accontentatevi di meno. In mancanza del bollino S.I.A.E. è difficile che riusciate a attestare la bontà del numero di copie effettivamente stampate da un editore, a meno che non vi facciate un salto in tipografia – San Tommaso docet – e stiate col naso sulle macchine a contare gli esemplari sfornati. Dovrete fidarvi della sua professionalità. L’importante è che non vi chieda di sostenere in toto le spese di edizione, perché tanto vale che andiate a farvi un giro dall’amico dell’amico che fa il tipografo: forse vi farebbe un preventivo più conveniente. Controllate la percentuale che vi spetta sul prezzo di copertina di ogni copia venduta (può variare da un minimo dell’8% al 15%; raramente il 20%). Valutate sempre la scelta della collana, il formato del volume, dei caratteri grafici e tipografici. Ci sono alcune collane che sono un po’ come l’appartamento della servitù nella villa dei nobili, o peggio, lo sgabuzzino delle scope. Le si utilizza per ampliare il parco delle proposte ma ospitano in genere antologie di premi letterari orchestrati per racimolare qualche gruzzoletto, o edizioni commemorative o fuori collana per autori che a forza si è voluto portarli in libreria, per qualche imperscrutabile motivo. Altro aspetto dolente di alcune case editrici piccole e medie è l’editing del testo. L’editor è una specie in via di estinzione, come le balene megattere. Ci si appella alla clausola del contratto “l’Autore si impegna a collaborare alla correzione delle bozze (effettuata anche dalla redazione) ecc…” da leggersi come “l’Autore è tenuto a correggersi adeguatamente le bozze in quanto non ci possiamo permettere di stipendiare un editor”. Molto spesso, a una fase precedente, la scelta di un manoscritto da parte del comitato di lettura si basa anche sul fatto che non vi si debba troppo intervenire. Più è prossimo al layout di stampa meglio è. Se dovessi fare un computo statistico della mole di refusi, di errori di sintassi, di ripetizioni, di anacoluti, di ridondanze e pleonasmi che ho rintracciato negli ultimi dieci libri di editori indipendenti che ho letto, salvati cielo! – è l’esclamazione preferita di mia madre, mi sembra ci stia bene qui. Non voglio dire che i refusi non siano presenti anche nei prodotti delle grandi case. Nella sola edizione italiana della “Trilogia della fondazione” di Asimov ne sono stati segnalati centinaia. E’ che se ci fai l’occhio lo noti un romanzo ch’è passato dal setaccio di un revisore. Per quanto consapevole e preparato sia, l’orizzonte di un autore ha un suo limite. Dove finisce il suo orizzonte comincia quello del revisore. La scrittura è vischiosa, ci resiste; facciamo fatica a liberarci di pagine alle quali siamo affezionati, anche se nell’economia complessiva dello script, in nome di una sua coerenza strutturale, andrebbero cassate. L’assuefazione a un livello di lettura unilaterale del proprio testo, specie quando ci si è stati sopra a lungo, può giocare brutti scherzi. Basta farlo leggere a due o tre collaboratori competenti per averne di rimando impressioni che configurano, per noi autori, visioni oblique e inaspettate. O solo per rendersi conto degli svarioni in cui siamo incorsi, delle perniciose distrazioni che ci hanno impedito una panoramica più ampia, come in una partita a scacchi, dove prevenire e figurarsi un buon numero di possibili mosse dell’avversario può essere determinante. L’anno scorso, finalmente, novello Crusoe, vedo spuntare una nave all’orizzonte. “Sono salvo”, mi dico. “Lascerò quest’isola senza vita e tornerò alla civiltà”. “Gentilissimo, il suo romanzo è interessante; ha un buon intreccio, il suo punto di forza sono i dialoghi, diretti, quasi una sceneggiatura; ma nella nostra gabbia editoriale risulta troppo lungo. Se lei volesse rimetterci mano…” A scrivermi in questi termini è il direttore editoriale di una piccola casa editrice. Piccola ma con un pedigree di tutto rispetto: attiva dal 1985, collaborazioni con le università, una rivista di ricerca letteraria dove figurano articoli con firme eccellenti, un catalogo articolato (poesia, narrativa, saggistica) dove si collocano molti esordienti ma anche qualche nome di spicco (Alda Merini, Edoardo Sanguineti, giusto per farne un paio al di sopra di ogni sospetto). Mi vengono fornite delle indicazioni e, basito, apprendo che mi rileggerebbero volentieri il testo revisionato. Ringrazio per la cortesia e l’opportunità che mi danno. Non mi sorprende tanto il fatto che siano interessati al mio lavoro; mi sorprende che l’editor lo abbia letto attentamente, dandomi dei suggerimenti puntuali, che mi sento di condividere. Mi sono preso qualche mese di tempo. Sono andato giù di mannaia, mi sono portato pure il manoscritto in ferie, al mare, per sforbiciare a dovere. Ho chiesto un parere a due lettori di fiducia, ho accolto i loro consigli, re-impastato e ri-spedito il plico al mio caro direttore. Mi risponde nel giro di una manciata di giorni: “E’ senz’altro migliorato, ma non mi giudichi pignolo. Io sfronderei ancora.” Seguono ulteriori indicazioni. Un po’ ci sto male, perché mi viene la nausea all’idea di tornare a chinare una volta ancora il capo su quel testo. Mi sembra di conoscerlo a memoria, pure nelle varianti. Mi rimbocco le maniche e via. In effetti l’editor ha ragione. Le osservazioni sono preziose, imparo molto insistendo sulla riscrittura. Penso che questo dovrebbe essere un rapporto ideale tra autore e editor. Anche coi miei lettori fidati: non sempre sono d’accordo sui tagli e sostituzioni che mi propongono, ma li tengo in forte considerazione, cerco di soppesare, e di decidere per il meglio. Alla terza lettura del manoscritto le cose filano. “Se lei è d’accordo lo passerei al commerciale per una valutazione ai fini della vendibilità”. Se sono d’accordo? Non aspetto altro. Il commerciale mi risponde nel giro di qualche giorno, ed è la classica tegola che ti cade in testa: “Gentile Alberto, probabilmente lei sa quanto noi che il libro di un autore poco noto non dà alcuna possibilità all’editore di rientrare dei costi di produzione. Le chiediamo, quindi, di sostenerci nel recupero parziale dei nostri costi mediante: - un preacquisto di libri per un importo di euro 2.000,00, a fronte del quale le forniremo 100 copie del volume; - un contributo di euro 3.000,00. Da parte nostra ci impegniamo per la migliore diffusione del libro (ufficio stampa, inserimento nel catalogo e nel nostro sito con una sua pagina, inserimento nella newsletter che inviamo agli iscritti della nostra mailing list, partecipazione alle maggiori fiere italiane del settore – almeno Torino, Galassia Gutenberg, Più libri più liberi, Fiera di Pisa e Belgioioso; spedizione concordata a premi qualificati).” Qui ci vuole un effetto sonoro: SDENG! Cerchi di rimanere in piedi, dopo la mazzata, stordito; pensi di aver letto male, invece è tutto lì, nero su bianco. Richiesta di contributo. Una mail striminzita, quattro righe in cui mi chiedono soldi. Una mail di questo genere suscita pulsioni diverse ma a noi interessano, in questa sede, alcune considerazioni che condenso in una risposta, non appena ritorno padrone di me e delle mie facoltà linguistiche: “Spettabile redazione, devo dire la verità: la vostra mail mi ha stecchito in quanto non vi facevo una casa editrice che chiede contributi - e per giunta così onerosi - ai suoi autori. Se il libro è passato al giudizio dell’editor, che ringrazio ancora per i consigli, vuol dire che qualche qualità, e io credo anche possibilità di vendita, il libro ce l'abbia. Io sarei anche stato propenso, forse, a un preacquisto di libri. 100 copie sono poche e uno come me che opera nel settore culturale e che ha un discreto giro di contatti e possibilità di presentare il libro in varie sedi ne avrebbe richieste e vendute in proprio sicuramente di più. Quello che non capisco è perché un editore non sia disposto a rischiare per un autore che giudica valido. Capisco la crisi dell'editoria e bla bla, ma qui mi si chiedono soldi in quattro righe di mail e non ho neanche visionato una bozza di contratto dove si specificano diritti e doveri miei e dell’editore. Dai 2.000 euro richiesti per il preacquisto arguisco che il libro (se ne acquisto 100 copie) dovrebbe costare 20 euro a copia. Il mio libro non supera di certo le 300 pagine e, facciamo un solo esempio, il romanzo di Pinco Pallino si avvicina alle 350 e costa 17 euro. Devo pagare una copia del mio libro più del prezzo di copertina? E chi è quel lettore così masochista che acquisterebbe il libro di un esordiente a 20 euro? Insomma, da un ufficio commerciale di una casa editrice che ha una buona immagine e pubblica libri di qualità, che in più di un'occasione ho promosso, mi aspettavo più chiarezza.” Scusate se vi tedio con queste vicende personali ma sono convinto che questa mia avventura sia emblematica di come frullano le cose negli ambienti editoriali del Bel Paese e che, con minime varianti, sono molto simili le storie che vi possono raccontare centinaia di scrittori esordienti. Se ne lascio traccia è perché ritengo possa essere di qualche utilità. Ma prima di estrapolare ulteriori considerazioni, offro un diritto di replica nella risposta del direttore editoriale: “Gentilissimo, essendo impossibilitato a farlo il direttore commerciale, le rispondo io in breve pur se non è di mia competenza. 1 Non siamo mercanti. Il fatto che ho lavorato a fondo e gratuitamente su un libro del quale non avevo nessuna certezza di pubblicare, avrebbe già dovuto farglielo capire. Cestiniamo vari manoscritti ogni settimana e teniamo al nostro catalogo. 2 Non siamo mecenati perché non ne abbiamo i mezzi. Altri sicuramente possono farlo. Pubblichiamo come investimento abbastanza libri durante l'anno senza chiedere contributi agli autori quando pensiamo che questi libri hanno la forza di marciare da soli. Se lei pensa ad un circuito distributivo in aggiunta a quello delle librerie dovrebbe farci delle proposte in merito. 3 Quella che ha ricevuto dalla segreteria era una proposta di intenti, non il contratto che mandiamo in seguito, quando c'è questo primo accordo e sul quale compaiono le altre voci che elenca. 4 Il prezzo di copertina di un libro viene stabilito dall'editore sulla base di criteri fissi da una parte e sulle opportunità di vendite dall'altra. Per questo e altro, avrebbe potuto sentirsi, qualora lo avesse ritenuto necessario e opportuno, con il direttore commerciale. 5 Anche noi siamo abituati da 25 anni a lavorare con impegno e passione, al meglio delle nostre forze, per come sappiamo e possiamo. Teniamo alla nostra immagine e la difendiamo, stia sicuro, senza imbrogliare la gente (…).” L’ho trascritta papale papale. Ogni lettore può trarre le sue conclusioni. Il direttore commerciale non ha tempo per l’autore (troppo occupato a far quadrare i bilanci?), perciò delega il direttore editoriale a scrivermi. Al punto 1 posso solo dire che… c’è mica bisogno di vergognarsi, a essere mercanti. Vendono libri o no? E’ un mercato quello nel quale operano, hanno delle politiche aziendali precise, e sono iscritti all’Associazione Italiana Editori. Cestinano vari manoscritti ogni settimana e tengono al loro catalogo. Evidentemente il mio libro si colloca in una ombrosa terra di nessuno dove presenta certi requisiti di interesse ma, al punto 2, non è in grado di marciare da solo. Ecco perché chiedono il contributo, per non esporsi troppo al rischio. Certo, è comprensibile. Del resto non sono mecenati. Avete capito? Voi editori che non chiedete contributi potete anche fregiarvi del titolo di mecenati. E’ lusinghiero, non trovate? Ancora: al punto 2, “Allora ditelo che avevate in mente un circuito distributivo in aggiunta! Potevate parlare col direttore del commerciale, farci delle proposte.” Sì, magari anche occuparmi della distribuzione. L’autore fa di tutto in questo paese: si edita, si pubblica (vedi il proliferare di fenomeni come Lulu o ilmiolibro.it), si distribuisce e si promuove. L’editore intasca solo il contributo. Al punto 3 c’è la “proposta d’intenti”; la bozza del contratto la mandano in seguito. Prima tastano il terreno per vedere se il pollo ci sta. E’ evidente in questo caso una certa reticenza; sono perfettamente consapevoli di essere dei meschinelli ma senza contributo dell’autore e spalle ben coperte non è il caso di esporsi. Se qualcuno è così gentile da spiegarmi il punto 4 mi fa un favore. Non ho capito niente di “opportunità di vendite”. Quello che più si evince da questa storia è che, comunque, la richiesta di contributo è una prassi diffusa e consolidata a livello di piccola e media editoria, e lo dico con un certo rammarico in quanto la mia attività con l’associazione CaRtaCaNta è sempre stata, fin dal principio, rivolta anche a quei prodotti della piccola e media editoria ritenuti, secondo le nostre inclinazioni e rilievi, di qualità. Proposte che sempre ci siamo sforzati di divulgare – e lo faremo anche in futuro. Certo, d’ora in poi lo faremo con più accortezza. Dico “accortezza”, perché parlare di militanza attiva non è sempre facile quando ci si muove in uno scenario come questo, mutevole e insidioso, dove il trasformismo – quasi modaiolo, visto che di questi temi si parla con sempre maggiore frequenza, in rete e altrove – è diventato un’esigenza, come cantava Fossati. (continua...)
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