di alberto carolloNota: il presente articolo riporta alcune riflessioni personali dell'autore sull'editoria a pagamento. Non ha pertanto carattere di analisi descrittiva del fenomeno né tanto meno pretese di completezza.
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Capita che dopo le presentazioni si vada a cena con l’autore di turno. E’ un momento di piacere e convivialità, dove si scambiano impressioni sulla serata, si vagliano i problemi tecnici affrontati, l’efficacia del relatore, la risposta del pubblico, e poi si finisce per parlare invariabilmente delle difficoltà che incontrano le iniziative culturali in zona e più in generale in Italia. Parlando di editoria, più di un autore (da chi pubblica per i grandi a chi esce in libreria con le piccole case indipendenti) esprime diversi motivi di insoddisfazione nel rapporto col proprio editore. C’è chi è seccato con l’ufficio stampa che batte la fiacca, chi rimprovera l’editore di non spingere abbastanza il prodotto o di tenere poco in considerazione il valore degli autori che ha in catalogo, chi lancia un j’accuse all’azienda megastore che ti fa uscire il libro anche dal tabacchino sotto casa, per una settimana, poi scompari dagli scaffali e buona notte al secchio. Riguardo all’editoria a pagamento, tutti la stigmatizzano ma – credetemi – non ho ancora trovato uno scrittore (anche tra coloro che contatto via mail o telefono per recensioni, interviste e compagnia bella) che entrando in argomento mi dica: “Sì. Ho pagato un contributo per pubblicare con…” Mi accontenterei anche di “All’inizio carriera ho pagato un contributo a un editore. E’ stata un’opportunità per…”.
Va da sé che non sono il confessore di questi signori, ma è comunque facile captare come il pagamento del contributo editoriale sia sentito come una macchia, qualcosa di sgradito sul quale glissare. Questo perché ci si rende conto che un editore che si rispetti è un imprenditore che investe su un prodotto, intellettuale o d’ingegno che dir si voglia, e corrisponde una somma a chi gli mette a disposizione i diritti della propria opera. Al di fuori di questa logica, ch’è semplice e stringente al tempo stesso, il rapporto tra editore e autore è un rapporto contraffatto, a più livelli. Hai voglia, editore, di tirare in ballo l’intero campionario di buone scuse per chiedere il contributo; ciò che fai, sic et simpliciter, è far leva sul legittimo desiderio di un esordiente (o meno) di veder pubblicato il proprio libro, di farlo entrare in un circuito di librerie (poche), di vederlo distribuito, con la segreta speranza che per vie traverse e misteriose possa venir notato da qualcuno che ha un peso nell’ambiente e che possa, infine, coprirlo di gloria e denaro. Intanto, però, il nostro scrittore vive il conflitto della propria coscienza. Del contributo è meglio tacere, non è indice di merito. Più facile dire, anche di fronte all’evidenza: “A me non hanno chiesto niente.” Probabilmente, in quel caso, l’editore avrà fiutato l’innegabile qualità letteraria, il libro “capace di marciare da solo”. Ma allora perché ha venduto così poche copie? Sono dolori, e mi scuso se navigo sul filo dell’humor, se non ostento una – forse – più opportuna deferenza. A ben vedere non c’è niente di illegale nell’editoria a pagamento. Perché vergognarsene? E’ come il sesso. Il bondage non è perseguibile per legge se praticato da adulti consenzienti. In fondo mica te l’ha prescritto il dottore di firmare il contratto col contributo. Non c’è una legge, in Italia, che vieti questo genere di transazioni. L’unica obiezione, torno a sottolinearlo, è di tipo etico. Più sopra sostenevo che si tratta di una prassi diffusa e consolidata. Vorrei offrire un servizio più articolato ai miei lettori in questo senso. Se cliccate qui troverete la bozza di un contratto “molto verosimile”, utilizzato da alcuni editori. L’accordo di acquisto elenca, numerandole, le varie voci riguardanti diritti e doveri spettanti alle due parti chiamate in causa, Autore e Editore. In coda alle tre pagine di contratto vi è però un “accordo integrativo”, dove viene richiesto il contributo all’Autore che si impegna a acquistare tot copie dell’opera. Le modalità di pagamento del contributo, con molta premura da parte dell’editore, prevedono anche una dilazione rateale, dato che la somma è piuttosto consistente: 3900 euro! La precisazione più importante, a mio avviso, la trovate verso la fine, quando viene espressamente sottolineato che “Questo documento è parte integrante del contratto di edizione”. La filosofia che sottende una strategia di questo tipo dà per scontata una prassi – quella della richiesta di contributo – comunemente acquisita nella regolamentazione dei rapporti tra Autore e Editore. Questo stato di cose è la risultante di attività commerciali poste in essere da sedicenti editori da una parte, ma pure la conseguenza di una cattiva o scarsa formazione degli autori in materia di contratti editoriali, o la mancata acquisizione di informazioni atte a muoversi in ambienti potenzialmente perniciosi. Nella maggioranza dei casi, però – mi spiace dirlo – è il prodotto di un malcostume, di un comportamento deplorevole e alla lunga controproducente degli stessi autori, che si immolano sull’altare del contributo editoriale come dei kamikaze, per la nobile causa della propria opera. Kamikaze, dico, da se stessi e da alcuni ritenuti forse degni di qualche motivo di ammirazione per la forza con la quale perseguono i propri sogni e ideali. Eppure il loro sacrificio (le rarissime eccezioni confermano la regola) è assolutamente inutile. Non ho difficoltà a ammettere, per coerenza, che qualche tempo fa la mia posizione su questo genere di politiche era piuttosto moderata. Non avevo, al tempo, l’esperienza di cui posso disporre ora, come facilmente intuibile anche da alcuni passaggi di un’intervista rilasciata per un sito qualche tempo fa. In quel periodo mi divertivo a punzecchiare un mio amico scrittore, col dente avvelenato riguardo al contributo. Gli dicevo: “Fanno bene a pagare. Il portafogli gonfio è l’unico talento di cui dispongono in quantità. Per il resto la mediocrità delle loro proposte è palese.” Per metterla sul pratico, mi riferivo a un episodio in particolare: dalle mie parti un noto avvocato propose 20.000 euro a una nota casa editrice se questa accettava di pubblicare il suo nuovo libro. L’editore, con una politica aziendale ben definita e strutturata, con un’immagine da difendere, rifiutò. Ma altri editori, forse minori, cosa avrebbero fatto? Il mio amico scrittore si infervorava quando intavolavo discorsi di questo tipo. “Sono queste bassezze che creano il precedente. Se il mercato sarà saturato dagli Autori a Proprie Spese – A.P.S., li chiamava così Umberto Eco ne “Il pendolo di Focault” –, non ci sarà più posto per chi ha scritto cose degne e non vuole cacciare soldi ma intascare i diritti della propria opera!” Il mio amico aveva perfettamente ragione. Io dicevo anche: “Se acquistare un tot di copie è conveniente e puoi rientrare in parte delle spese; se hanno un buon ufficio stampa, se ti portano alle fiere e ti procurano dei buoni recensori, non è il caso di fare un piccolo investimento?” Sbagliato. La mia ipotesi inesperta era destinata a cozzare con la dura legge del Far West. Un editore con le spalle al coperto, che ha intascato il contributo rientrando in buona parte delle spese sostenute, non è incentivato a spingere autore e libro. Non rischia di suo; ogni operazione nella direzione di un suo coinvolgimento diretto (mobilitare l’ufficio stampa, sbattersi per promuovere il libro, andare alle fiere per sua maggiore visibilità) è delegittimata sul nascere dall’aver fatto quadrare i propri bilanci. Inutile perdere altro tempo prezioso, stipendiare figure accessorie di professionisti: per cosa? Meglio capitalizzare ulteriormente, cercare altri autori da spennare. Perciò il nostro scrittore emergente si trova a avere il libro collocato in una pagina di un sito, in una collana secondaria. Magari si organizzano un paio di presentazioni, esce una recensione e stop. Nel mare magnum delle proposte il libro del nostro esordiente che ha pagato il contributo forse non è mai esistito, se non nelle aspirazioni di chi ci ha rimesso sogni e denaro. E nel caso di una richiesta di contributo limitata esclusivamente all’acquisto vincolato di un numero di copie del proprio libro da parte dell’autore: è anche questa da considerarsi una richiesta di contributo in senso stretto? Le opinioni, al riguardo – basta girare per siti e forum – sono discordanti. La “richiesta di contributo” va riferita non solo a una somma da corrispondere generalmente all’editore per farlo rientrare delle spese di pubblicazione (era il mio caso, nella seconda parte, per cui mi si chiedevano 3.000 euro a perdere), ma anche alla richiesta di acquisto di un numero precisato di copie, di contributi per ISBN, editing, agenzia letteraria, correzione di bozze et similia. Nel contratto qui in esame (punto 12 della bozza di contratto) l’Editore riconosce all’Autore il diritto a uno sconto del 50% sulle copie che intendesse acquistare per uso non commerciale. Tolto il cappio del contributo (nell’accordo integrativo si vincola l’Autore all’acquisto di 260 copie a prezzo pieno!), se chi mi pubblica mi permette un acquisto non vincolato di copie del mio libro a metà del prezzo di copertina, io ci penserei sopra. Mi permetterebbe un congruo acquisto di copie che poi spedirei a amici o addetti ai lavori e potenziali recensori coi quali ho un contatto diretto. Altre copie le regalerei a amici e conoscenti. Altre copie ancora potrei venderle direttamente a qualche presentazione del genere circoli, biblioteche, rientrando in parte delle spese – poco, ma pur meno di niente. Se la Montagna non va da Maometto sarà lo stesso Maometto a dirigersi alla Montagna e sovente gli autori esordienti si danno da fare per organizzare presentazioni, partecipano a fiere e concorsi con l’obiettivo di trovare nuovi canali di diffusione alla propria attività. Che l’editore faccia la sua parte ma è pure assodato che gli autori che non si fanno vedere in giro, almeno agli esordi, rimangono un po’ tagliati fuori. Il motivo romantico dello scrittore sepolto vivo nel suo scriptorium è retaggio di ere preistoriche. Nella moltitudine delle pubblicazioni (circa 60.000 ogni anno in Italia) la visibilità è questione di istanti: chi sgomita guadagna un briciolo di attenzione. Se il lettore gli dà una possibilità e scopre che oltre alle spalle grosse il nostro scrittore sa anche scrivere bene, potrebbe anche acquistarne il libro seguente. Delineato per sommi capi questo bel quadretto d’insieme non è che ora farò saltar fuori il classico coniglio dal cilindro. Non ho soluzioni miracolose da suggerire o idee geniali da porre in opera per minare e sconvolgere questo inveterato sistema di prebende. Il fatto che si continui a parlare di questi argomenti, nei media, diffusamente e non solo tra gli addetti del settore, fa circolare di più e meglio le informazioni, contribuendo a rendere più facili, serene e consapevoli le scelte degli autori in materia di contratti editoriali e operando al contempo un’azione di contenzione di quegli editori finora impuniti, inclini a comportarsi in modo piratesco, approfittandosi di quegli sprovveduti votati a sacrificare tutto in favore di una pubblicazione. Ai piccoli e medi editori mi sentirei di dire: pubblicate meno libri se temete di non rientrare con le spese. Pochi libri, ma curati con l’amore di un artigiano, seguendo passo passo gli autori delle vostre scuderie. Non ho di certo il pallino per gli affari ma ritengo che se sarete più selettivi, se curerete con attenzione l’editing, il packaging, la promozione (contatti coi recensori, parchi lettori, librerie, fiere e manifestazioni varie), la distribuzione e così via, non disperderete energie in operazioni dubbie o tendenti a arraffare qualche spicciolo in più. Esiste anche in Italia una fascia di “lettori forti”, curiosi, attenti e molto esigenti. Se non vendete presso questo pubblico qualcosa non quadra: o siete poco visibili o non proponete libri che abbiano un certo standard qualitativo. Ai “lettori forti” – e nelle loro file ci sono molti scrittori – direi: leggete con più accortezza. Sbrigliatevi dalle pastoie del marketing, che vi vorrebbero ingabbiare in corsie preferenziali. Ci sono in giro dei premi Strega illeggibili, e non è detto che un libro edito da Einaudi o da Bompiani, giusto per dirne due, sia necessariamente un libro di qualità. Potrei stilare una lista, ma sarebbe chilometrica e sono in chiusura. Guardatevi attorno: ci sono realtà editoriali medie e piccole che pubblicano buoni libri. Faccio qualche nome? Marcos y Marcos, Iperborea, Fazi, Fandango, Azimut, Fernandel, Foschi, Meridiano zero, Minimum Fax, Pequod (alla rinfusa, senza pretese di completezza). Basta digitare editori in qualsiasi motore di ricerca e vi si aprirà allo sguardo un’intera galassia. Esploratela e vi troverete delle vere chicche. Eccovi un link: cliccate qui. Seguite quegli editori che si distinguono per non chiedere il contributo. E’ in corso una lodevole iniziativa editoriale de I sognatori: il direttore editoriale, l’amico Aldo Moscatelli, ha varato un “Manifesto contro il contributo editoriale”, che si propone di rendere accessibili a tutti informazioni, dati e aspetti sottaciuti o poco noti dell’universo editoriale, nonché la possibilità concreta di creare un fronte comune contro l’editoria a pagamento. Leggetelo attentamente; si tratta di un’iniziativa che non ha precedenti in questo ambiente e forse, proprio per questo, dichiaratamente spiazzante e provocatoria. I dieci punti nodali, ciascuno dei quali scandito in chiave kantiana dai tre momenti della tesi, antitesi e sintesi, ha suscitato pareri contrastanti o silenzi sospetti - se non colpevoli - in quegli editori chiamati a parteciparvi. Certo è che l’iniziativa è nel suo insieme decisamente intrigante e la sola articolazione teorica del Manifesto, gli argomenti di riflessione messi in campo, offrono una vasta gamma delle dinamiche che caratterizzano l’editoria del Belpaese, con una visione dall’interno di un editore che ha deciso con coraggio di assumere una posizione netta e intransigente nei confronti del contributo editoriale. Basta leggere il catalogo de I sognatori per rendersi conto della loro proposta controcorrente: pochi titoli, di narrativa pura; un’attenta selezione degli autori in base alla loro qualità e personalità, in sintonia con la filosofia della casa editrice; infine, cura e dedizione artigianali nei confronti dell’oggetto-libro. I piccoli e giovani editori che hanno aderito all’iniziativa, assumendosi la responsabilità del proprio ruolo, sono presenti in una pagina web a loro dedicata: “Capitani coraggiosi”. Si tratta di piccole realtà editoriali che fanno ben sperare per il futuro dell’imprenditoria culturale a misura d’uomo (o di scrittore) in Italia, e hanno i nomi di: Ad est dell’equatore, Las Vegas edizioni, Intermezzi etcetera. Non le cito per esteso ma vi rimando alla pagina: qui. Altra ammirevole iniziativa è quella della giovane Linda Rando di Writer’s dream. In questo portale sono presenti il forum e il blog rivolto agli scrittori esordienti, ma c’è pure un succoso digest di editori, ovvero tre liste dove gli editori vengono ripartiti in base a opinioni basate su informazioni raccolte da varie fonti. Nella lista INFERNO gli editori che chiedono contributi, che non seguono gli scrittori e non hanno distribuzione; nella lista PURGATORIO quelli che chiedono contributi non proprio esosi, che seguono gli autori etcetera; in PARADISO quegli editori che non chiedono il contributo, sono distribuiti e seguono gli autori. Il sito è pure una vetrina per gli esordienti e offre gratuitamente servizi editoriali a cura di professionisti, free lance e volontari. Qualcosa si muove, insomma, a ben vedere. E i nostri editori a pagamento dormono sonni meno tranquilli. Mi sono lasciato in coda gli scrittori. A loro mi sentirei di dire: tirate fuori il capo dalla sabbia. Fare il kamikaze non porterà un vantaggio in più, manco uno, alla vostra causa. Non vi farà progredire di un passo sul cammino della realizzazione dei vostri sogni. Rifiutate le proposte editoriali con richiesta di contributo; è statisticamente provato che non vi faranno conquistare posizioni prossime al traguardo nella scalata al successo, né più né meno di quelle che guadagnereste col solo vostro talento. Siete sicuri del valore del vostro lavoro? Allora dite NO, senza remore. Pensate se tutti si rifiutassero, come voi, di pagare un contributo editoriale a queste “stamperie camuffate da case editrici”. Sparirebbero dal mercato seduta stante. Il loro fatturato di mercanti di bassa lega, “di scorza cortese e cuore contabile” (secondo la definizione di uno scrittore che stimo), crollerebbe miseramente. Gli autori non si rendono conto del potere di cui dispongono; sovente si lasciano incantare da scorciatoie fuorvianti, abbagliati dall’ego. Incapaci di operare una vera, consapevole scelta etica. Incapaci di fare la differenza.
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