di Aurora Dal Maso e Alberto Carollo Ad inaugurare l’anno nuovo con CaRtaCaNta, una nostra vecchia conoscenza, Ausilio Bertoli, prolifico scrittore vicentino. La sua ultima fatica letteraria è La sirena dell’immortalità edito dalla casa editrice Azimut. Nei panni dell’intervistatore, Alberto Carollo.
- L’incipit condensa in poco più di due pagine una sorta di “presentazione” del personaggio, ma chi è Delio Rizzi? Delio Rizzi è una persona comune che si può trovare in qualsiasi piazza di paese. L’input è venuto dall’osservazione dei presentatori di sagre paesane che introducono cantanti e poeti e mi sono chiesto: “Perché lo fanno?”. Non lo fanno per guadagno o per beneficio agli altri, ma per mettersi in mostra. La nostra è la società dell’immagine ed è nella natura umana voler apparire. Rizzi però non è un vero protagonista perché manca del talento necessario e la sua frustrazione sfocia in un disagio psichico.
- Rizzi elegge a proprio territorio di caccia la Croazia. Ripensando ai tuoi libri, questo è il primo personaggio che si allontana deliberatamente dal Veneto. Qual è il ponte che lega Vicenza alla Croazia? I Veneti oramai vanno in giro per il mondo e quando parlano dell’Istria e della Dalmazia dicono “è nostra”. Queste mete non solo attraggono per il mare e la bellezza dei paesaggi, per il turismo, ma anche perché vi è una situazione sociale – simile alla nostra Italia alla fine dell’ultima guerra - che per certi veneti è considerata un’opportunità, es. la delocalizzazione delle industrie per gli imprenditori, la ricerca di legami sentimentali, o solo per turismo sessuale. C’è infatti molta disperazione, la gente si arrabatta come può per sbarcare il lunario; molte donne sono sull’orlo della prostituzione.
- Dai primi libri dove i personaggi si affrancavano dal mondo rurale alla svolta con “50 di bocca – Il vizio della notte”, protagonista Basilio Bossio, icona del nostro Nordest; e ora Delio Rizzi, il tipo veneto che entra nel villaggio globale. In vent’anni di attività editoriale com’è cambiato Bertoli? Sono un sociologo di strada e come si trasforma la società anche Bertoli si trasforma perché non sto chiuso in casa, vado in mezzo alla gente, osservo gli altri.
- La tua prosa si è, per così dire, rarefatta nel corso degli ultimi libri: sempre più immediata, asciutta, evocativa, quasi cinematografica: perché? A me piace correre nel linguaggio, essere conciso e forse a forza di provarci ci sono riuscito.
- Parliamo di Delio Rizzi e del suo problema con le donne che mitizza o disprezza.. La sua instabilità affettiva lo fa oscillare da Sanja a Nina, infine a Irena. Il mondo femminile però gli rimane precluso. Nel romanzo ci sono donne forti che cercano di sopravvivere, di emergere, e il contrasto è netto con l’antieroe Rizzi. Tu ritieni che il personaggio corrisponda a una certa tipologia di vicentino tradizionalista e sciovinista che cozza contro un tipo di donna “autonoma”, che gli pone problematiche? Se un ragazzo è fragile cerca la donna “forte” e Rizzi istintivamente va in cerca di queste donne. Si affida a donne di carattere, rassicuranti, capaci di indirizzarlo e prendersi cura di lui. Non è un caso che alla fine si leghi a Irena, in grado di dargli una certa notorietà locale traducendo per il pubblico croato i suoi versi. C’è una “vicentinità” in questo anche se è spesso un luogo comune montato dai media, in quanto certi atteggiamenti li si possono rintracciare a Padova, a Treviso o in altre regioni d’Italia.
- A partire dal titolo il tuo romanzo riconduce a una riflessione sulla creatività e sulla “gestazione artistica”. Jung, per dirne una, ha analizzato gli elementi che presiedono il processo creativo e riguardo alla differenza tra genere maschile e femminile diceva che l’artista è uomo perché padre delle proprie opere. Delio Rizzi reagisce alla sterilità del suo sesso cercando una sorta di immortalità scrivendo versi, cercando di distinguersi. Concordi su queste tesi e pensi che il sacro terrore dell’artista di rimanere misconosciuto e disperdersi in una massa anonima sia reale? Ciascuno vuole lasciare una traccia e Rizzi vuole fare esattamente lo stesso e si sente frustrato perché i suoi tentativi sembrano votati al fallimento. Miriamo tutti a fare qualcosa come Delio Rizzi, in fondo. Semmai il suo problema è proprio che queste pretese artistiche si traducono in superficiali manie di protagonismo, di esclusivo desiderio di fama e celebrità. Non condivido il discorso di Jung e Freud riguardo all’uomo; le loro riflessioni risentono del periodo storico e infatti, attualmente, le donne sono più prolifiche nella produzione artistica.
- Hai pubblicato con Azimut. Come ti sei trovato? Francesca Mazzucato mi ha consigliato Azimut e mi sono trovato bene. Ho avuto un rapporto franco e leale col mio editor, Massimiliano Felli. Abbiamo lavorato bene insieme. Ho cambiato vari editori, ho sempre cercato un rapporto diretto con loro, sul piano umano e professionale; ho evitato di partecipare a movimenti, ho piuttosto cercato un percorso personale. Il mio suggerimento è di andar per conto proprio, senza partecipare per esempio alle antologie con l’obiettivo di risultare più visibili.
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