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di Aurora Dal Maso L’intervistatore, lo conoscete bene, è Alberto Carollo.
- A proposito di Maschio adulto solitario (MAS), hai detto: “È un giro sull’ottovolante dei miei incubi”. Ci parli della genesi di questo romanzo e del protagonista, Dànilo Colombia? - Non creo mai un intreccio, mi lascio andare a un istinto personale, non faccio scalette, parto e scrivo la storia seguendo l’insegnamento di Hemingway ossia abbandonare la scrittura quando si è al culmine. Riguardo agli incubi, “Cuore di cuoio” era stato definito un libro sui sogni scritto nella lingua e nello stile del mio quartiere. Al tempo mi ero divertito molto a scriverlo perché mi ero slegato da tutte le sovrastrutture, da tutto quello che avevo letto, in qualche modo avevo scritto “alla Argentina”. In MAS, ho voluto mantenere la purezza di “Cuore di cuoio”, ma togliendo lo slang della zona in cui vivevo perché poco capibile. Non mi sono concentrato sulla storia, ma su qualcosa di mio. Volevo essere molto sincero, raccontare la vita senza fronzoli fatta di situazioni negative e terribili in cui si vive sempre allerta. Volevo scrivere senza sconti, una storia onesta, nuda e cruda con una lingua potente e il lettore se accetta le mie regole viene trascinato dentro alla vicenda. - La dedica “Ai deboli, agli insicuri, agli indifesi”, è solo in linea con il libro o ha un significato più ampio, si rivolge a questa categorie di persone? - Il libro è proprio dedicato agli sconfitti ed è in linea con il personaggio. Sono più attratto da chi ha dovuto barcamenarsi nella vita, piuttosto che dai brillanti, dai giusti, da quelli in gamba. Coloro che annaspano, non riescono a rivedersi nel corso degli eventi e il protagonista è così. La debolezza ci fa essere cattivi con le persone che ci sono accanto e gentili con gli altri. - Il capitano della caserma si chiama Corva, il comandante all’ospedale militare Carva, il capoarea alla fabbrica Dresden Corve, l’avvocato Corvo...sono facce dello stesso male o è un gioco dello scrittore? - Il male è uguale a se stesso e ho tratto ispirazione dal film “Siamo uomini o caporali” con Paolo Stoppa che, interpretava diversi personaggi, ma vessava di continuo Totò. Il rapporto male/bene qui è netto, il male si gonfia e il bene viene incarnato da una persona cieca proprio perché non vede il male attorno a lui, però vede il senso di disagio che altri non colgono. Ho scritto otto romanzi e il tema centrale era l’amicizia, ma in questo caso gli amici sono assenti. Quando mi sono trasferito a Milano tutto era nuovo e diverso, ma c’era la solitudine di non avere i miei amici vicini. Dànilo è solo e solitario, ha bisogno della gente, ma si tiene a debita distanza e lo dice: “A tre palmi dal culo vi amo tutti...“. - Dalla morte di Sara, il rapporto di Dànilo con il sesso femminile è incarnato da persone deboli o figure laide e grottesche. Cosa cerca il protagonista nelle donne e cosa cercano loro in un maschio adulto solitario? - Il vero amore, quello per Sara, si schianta subito e così facendo mi sono reso conto che stavo omaggiando l’amore assoluto, quel sentimento che tu alimenti da solo e vai a sbattere contro a un muro di cemento armato. Accanto a questo amore, tutte le altre donne sono un simulacro di banalità che Dànilo svilisce, odia, distrugge. Chi cerca il maschio adulto solitario è una persona perdente e i deboli, per natura, si uniscono e si avvicinano. È una specie di effetto domino del dolore. - C’è una visione impietosa del corpo, un’indugiare nella malattia, come nei quadri di Goya, di Schiele. In tutto questo s’inseriscono le scene di sesso che sono terra di nessuno in scrittura, tra sublime e ridicolo. - Tramite la sincerità, l’onestà, volevo dare la visione dell’atto in sé che avvicina i personaggi alla follia perché è qualcosa che esce dagli schemi di tutti i giorni, una sorta di anomalia. Gli scrittori spesso danno una versione edulcorata delle storie sessuali, una versione morbida della faccenda. Ho lavorato in un bar e dalle chiacchiere ascoltate posso dire che su dieci incontri amorosi, nove nascevano dall’esigenza di arrivare a quel punto. Il maschio adulto solitario vede nel sesso una rivincita. Dànilo odia a tal punto la collega di lavoro Armida, che il suo scopo è conquistarla solo per sbulinarla a letto. È una dinamica comune nell’ambito maschile e uno scrittore non deve dare sconti alla realtà. - Parliamo di Taranto, la tua città feticcio. Consideri un vantaggio guardare Taranto dalla tua postazione in Brianza? - Sì, ho avuto una visione cristallina da quando mi sono allontanato. Io racconto la mia Taranto, quella degli anni ’80 e i tarantini di oggi non si riconoscono in questa descrizione. È la Taranto delle sparatorie, la Taranto di Cito, la Taranto violenta della strage della Barberia, dove non si capiva più dov’era la legalità. Quando stavo a Taranto non scrivevo della mia città, ma di tutt’altro. - Dànilo torna alle sue origine ferine. Hai strappato la pelle alla realtà, ma questo habitat è così senza speranza? - L’animalità è positiva perché c’è la possibilità di guardarsi in faccia per capire che gli orpelli che ci circondano sono inutili. Il contatto con la natura ti dice che le cose fondamentali sono due o tre. Ha anche un’accezione negativa che è l’aspetto brutale. Siamo in grado di fare cose terribili, c’è gente che a un certo punto perde l’equilibrio e ammazza un’altra persona. Noi siamo capaci di fare queste cose. Ho voluto fotografare, non giudicare, accettare o altro, un personaggio in grado di amare e distruggere. - Tra le lettura di Dànilo ritroviamo Kafka, Poe, Lovecraft, King, Stoker, Bukowski, Dostoevskij e la Divina Commedia. Corrisponde alla tua biblioteca? - No, l’ho ritagliata sul personaggio, io sono affascinato dalla letteratura araba. Uno scrittore deve essere innamorato della lettura e io mi considero un lettore forte. Ricordo di aver letto da ragazzino un racconto di Poe “L’uomo della folla” che mi aveva spiazzato e sconvolto. È un’idea che mi era piaciuta tantissimo e ha ispirato MAS. Poe serve per capire cosa non devi scrivere, è un deterrente perché ha raggiunto vette così alte che tu devi decidere se fermarti o scavalcare la montagna. - Per pubblicare MAS hai avuto difficoltà? - Il romanzo è stato rifiutato da tutti gli editori italiani, finché sono riuscito a pubblicarlo con Manni. Ho conservato le recensioni uscite sui giornali assieme alle mail di rifiuto. Rizzoli per esempio mi ha scritto: “Lei è un’ottima penna perché perde il tempo così?”. Un altro esempio: alle riunioni di Mondadori tra i direttori di collana ci sono gli scrittori Cane, Franchini, Dazieri che devono decidere del lavoro di altri, ma che sono molto condizionati dalla loro scrittura. Penso che i responsabili di collana non dovrebbero essere scrittori e posso dirlo liberamente perché molti sono amici e sono molto bravi, ma non sopporto questa idea di fare portiere e arbitro assieme. È sbagliatissimo, io stesso se dovessi decidere il destino di un manoscritto non avrei la capacità critica di un lettore. Alla fine è arrivato Manni e ho capito che Agnese aveva compreso il libro perché mi ha detto: “È il tuo libro meno autobiografico, ma quello che ti rappresenta di più”. Il problema è che un libro del genere non arriva in tutte le librerie e se voi non mi aveste invitato, a Vicenza non sarebbe mai arrivato. - Come riesci a ritagliarti il tempo per scrivere? - Quando è nato il mio primo figlio, qualcuno mi ha detto:”Non scriverai più”. In realtà ho fatto mia la massima di Bukowski nel libro “Il Capitano è fuori a pranzo” ossia “Nessuno può impedire a uno scrittore di scrivere tranne se stesso”. Dedico il primo mattino alla scrittura e scrivo ogni giorno come diceva Céline “Scrivo in fretta e furia come capita e come viene”.
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| Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Maggio 2010 23:19 |







