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Apr

2009

Incontro Cristiano Cavina 17 aprile 2009
serate evento - serate evento

di Aurora Dal Maso

Venerdì è stato nostro ospite Cristiano Cavina, autore di talento e persona di estrema semplicità. Quella di Cavina è una vita tra le storie e il punto di partenza e arrivo è sempre un paese per noi da fiaba ovvero Casola Valsenio. Il protagonista di questo romanzo, “I frutti dimenticati” rimane impigliato tra le trame del destino: incontra per la prima volta suo padre e contemporaneamente diventa papà.  


Un ringraziamento a coloro che hanno collaborato attivamente all’incontro e come sempre un grazie speciale ad Alberto Carollo.

- Quali sono stati i tuoi inizi?
- Sono stati due e bisogna dividere tra scrivere e raccontare. Ho iniziato presto a raccontare, sono sempre stato un chiacchierone e ho sempre ricamato inventando scuse per dire che non avevo il padre. Sono sempre vissuto in mezzo alle storie: mia nonna e mia mamma litigavano spesso, io ascoltavo e ricostruivo le storie della mia famiglia. Ho lavorato anche in un bar e anche lì ritrovavo le stesse storie e anche tra amici ci raccontavamo un sacco di storie. Lo scrivere è arrivato tardi, fino a diciotto anni non ho scritto niente. Mi è sempre piaciuto leggere, le prime letture sono state “Le avventure di Pandi” e ricordo una maestra che ci raccontava i libri che leggeva.
Il mio primo romanzo era un giallo ambientato a Casola poi ho scritto un horror ambientato a Casola e infine una storia di fantasia ambientato a Casola. Scrivere per me è molto buffo perché sono un narratore, non uno scrittore. Avevo quattro, cinque storie da raccontare e l’ho fatto, non faccio la carriera da scrittore, non punto al successo, prendo questa cosa così, come un fatto accidentale.

- Non avere il padre è stato un punto di forza perché lo individuavi nei personaggi letterari e ne “I frutti dimenticati” scrivi di esserti sempre sentito speciale. Ti è servito anche nella vita questo essere speciale?
- Alla lunga è stato un disastro. È molto buffo perché sapevo che i lettori mi avrebbero chiesto se era vero che avevo incontrato mio padre e io avevo deciso di dire una volta sì e una no, ma poi è successa una cosa e ho deciso di dire la verità perché a Casola ho incontrato una ragazza che come me non conosceva il padre e un giorno lo ha incontrato. La storia del libro è tutta vera tranne l’incontro con il padre che non ho mai incontrato. Quando sono usciti i libri pensavo “Chissà se si farà vivo” e scrivendo “I frutti dimenticati” ho pensato “E se...”. Non è accaduto nella vita reale, ma nella mia testa è successo molte volte. Volevo scrivere del mio periodo all’Itis, ma ho dovuto scrivere questo libro doloroso. Ho iniziato a scriverlo il 28 agosto e l’ho finito il 9 settembre e non mi ricordo niente di quei giorni, scrivevo di notte. Mi ricordo solo di aver fatto pace con mio padre senza aver mai litigato. Il libro è una considerazione sui padri e anche se lo incontrassi veramente non lo riconoscerei perché il mio vero padre sono stati mia madre, i miei nonni, gli amici, le suore e i libri.

- Perché sono così importanti i ricordi del passato e questo riconoscersi nei tratti degli avi?
- Le persone sono come i tempi verbali e io sono coniugato al passato remoto. Non so perché, forse per un gusto epico della quotidianità. Io penso che la vita di mio nonno sia più eroica di tante altre perché la sua storia per me è portentosa. Mi piace pensare a tutti questi antenati la cui punta ora è Giovanni...non è una mia considerazione ma è tratta da un film di Spielberg, “Amistad”.

- Un narratore usa dei filtri, tu hai fatto della tua vita un’opera d’arte. Non ti ha mai dato fastidio che i lettori sapessero molto di te?
- Quando racconto una storia devo sentirla e l’unico modo che ho di scrivere è dire “Io sono qui e ti racconto”. Io sono un portavoce e do voce alle storie di chi non ne ha, cerco di farlo nel miglior modo possibile. Il fatto del padre è una cosa che dentro di me è accaduta e questo libro non è l’autobiografia di Cavina, è un romanzo. Le persone normali meritano di essere raccontate. Quando entro in libreria vedo sugli scaffali moltissimi gialli, ma non sono l’unico genere che racconta la nostra realtà perché c’è un’Italia parallela che raramente prende l’aereo, usa spesso la bicicletta e dove non ci sono gli autobus di linea. Voglio raccontare tutto questo in un certo modo, in una casa editrice indipendente come Marcos y Marcos. Io sono un ragazzo di campagna che ama leggere, ma rimango un ragazzo di campagna e semmai hanno un futuro le mie storie e se non ne hanno almeno rimangono impigliate tra le pagine. Quando sono morti i miei nonni sono morte tante storie con loro e io voglio conservare questa eredità.
Non è tutto merito mio, ho preso molto dai libri letti. Per ogni libro scritto ho dei libri guida: per “Alla grande”, “Il prete bello”di Parise; per “Il paese di Tolintesac”, “Lessico familiare” della Ginzburg; per “Una stagione da esordienti”, “Pensare con i piedi” di Soriano e anche l’ultimo libro è zeppo di richiami. Devo a John Fante un buon 80% di come scrivo.

- Secondo te com’è cambiato il tuo paese, Casola?
- Io so che per molto tempo le case popolari erano super abitate poi c’è stato un periodo di spopolamento, ma ora sono tornate a ripopolarsi. Oggi vedendo i bambini stranieri riconosco me e i miei amici e comunque Casola ha l’adsl! Non è il luogo che conta, ma sono le persone che lo fanno, come diceva Lou reed “è uno stato della mente”. Per me è cambiata tantissimo, ma non è cambiata mai. Tutti i miei amici non abitano più a Casola ma ogni fine settimana tornano e parlano sempre del paese.

- Sentiremo ancora parlare di Giovanni e Anna?
- No, ho scritto abbastanza su tutta la sfilza di guai durante la gravidanza. Appena terminato ho fatto leggere il manoscritto ad Anna, dicendo che non l’avrei pubblicato se lei non avesse voluto, ha detto che l’ho dipinta troppo bene, in realtà è ancora meglio, però ha detto basta. Capita così è la storia a decidere quando presentarsi e pretende di essere raccontata.

- C’è una visione particolare di Dio che per te è una sorta di super vigile urbano che guarda dall’alto, ce ne vuoi parlare?
- Mia nonna era super religiosa e io sono cresciuto in chiesa, ho fatto il chierichetto, ma forse i libri mi hanno fatto pasticciare anche quello. Sono cresciuto pensando che i crocifissi fossero microscopie collegate al paradiso, non so perché.


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renata   |2009-04-23 09:19:46
Ho letto con interesse l'intervista a Cristiano Cavina, scrittore che non
conoscevo e che mi rammarico di non aver conosciuto in occasione della serata di
venerdì scorso.Quelo che mi sembra di cogliere è un'autenticità schietta e
una personalità che si presenta in modo diretto, senza le sovrastrutture che a
volte gli scrittori usano come belletto.La misione dei prossimi giorni sarà di
acquistare il suo libro,grazie ad Alberto e a quanti hanno preparato l'evento.
Alberto Carollo  - Cavina   |2009-04-25 23:01:09
Grazie del tuo contributo, Renata. E' l'effetto che fanno il personaggio/autore
Cavina e gli eccellenti reportages di Aurora. Quando li leggo è come rivivessi
gli incontri da spettatore. Ritrovo umori emozioni e sensazioni...
milvia     |2009-04-28 10:30:22
Bellissima intervista! Ottime le domande e per quanto riguarda le risposte...
Cristiano non si smentisce mai: risponde sempre... alla grande!
A Renata
consiglio vivamente di acquistare tutti i libri di Cavina. Ne vale davvero la
pena.

Milvia

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