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di Aurora Dal Maso
![]() Per salutarvi prima della pausa estiva, abbiamo chiuso in bellezza con lo scrittore Mauro Covacich. Si è parlato di “Amore Contro” rieditato da Einaudi, già pubblicato da Mondadori nel 2001, “un intreccio di pericolose relazioni fra una donna attratta da chi l’ha violata bambina, la sorella (maga), un ragazzo solo, emarginato e digiuno d’amore”. Ricordiamo anche “Prima di sparire” (Einaudi, 2008) che s’inserisce nella “Trilogia delle stelle” di cui fa parte “A perdifiato” (Mondadori, 2003) a quanto pare il libro più amato. Un ringraziamento all’imprescindibile Alberto della Rovere, all’Associazione culturale “Maestrale”, alla libreria Mondadori di Vicenza e a chi ci ha seguito in questi mesi.
- Il primo scarto su cui vorrei soffermarmi è il senso dell’intelligenza delle cose. - L’intelligenza delle cose è una delle cose in cui credo. Alle volte, sia nel loro accanimento contro di noi e altre volte quando sembrano risolvere la situazione sollevandoci dalle difficoltà, ho l’impressione che ci sia un’intelligenza. Capita di avere un problema e di non saper come affrontarlo e fatalmente si risolve senza volontà o merito della persona che è coinvolta. C’è un film che amo molto, a cui forse questo libro deve qualcosa che è “Magnolia” di Anderson. Nel prologo moglie e marito litigano, nel frattempo il figlio sale sul tetto della casa e decide di suicidarsi. Mentre si butta passa davanti alla finestra dei genitori, sotto c’è un tendone di un bar e potrebbe salvarsi, ma la mamma prende il fucile, spara al marito, lo manca e uccide il figlio. Questo tipo di situazioni sono al limite del deviato come Sergio, protagonista del libro. - In questo tuo accostarsi al reale, qualche recensore ha rinvenuto un solco che ti possa collocare nel nouveau roman. Sei ascrivibile a questo genere? - No, non mi vedo ascrivibile al nouveau roman che aveva una letteratura molto filosofica, con presupposti teorici molto forti, non la sento mia però non è facile interpretarsi perché ogni volta che sento rileggere i miei brani ho sempre una sensazione di disgusto. Ho dovuto mordermi le mani per non intervenire su questo libro. Ho una sensazione di grave insofferenza per le cose che ho scritto quando le rileggo. Sopporto e difendo le ultime cose scritte, ma quando si crea un minimo di distanza, se potessi riscriverei. Quello che consegno all’editore per me è il massimo grado di approssimazione a quello che vorrei fare. - C’è una copertina peculiare. Io ho avuto la percezione di fiaba capovolta, c’è la presenza di un’anomalia, di una catastrofe imminente. La copertina l’hai scelta tu? - È uno dei pochi casi in cui sono riuscito ad ottenere che venisse pubblicata la copertina che desideravo. É un’eccezione perché Einaudi ha comprato il libro da Mondadori. Per me quell’immagine vuol dire tantissimo ed è di Mark Ryden che gioca spesso sull’ambiguità con dei personaggi cartoon che sono inquietanti e in effetti il romanzo può essere considerato una favola nera. È una rara occasione in cui la copertina intercetta lo spirito del libro. - Un altro tema è il tragico, la presenza del male. Tu non giochi con il male, non sei Tarantino. Hai coscienza del male che è prodotto di un essere umano contro un altro essere umano, mi hai ricordato il Coetzee di “Vergogna”. - Ti ringrazio per il riferimento a Coetzee. Sarà che ho paura del male, sono una persona seria e noiosa. Non per contraddirti, ma in questo libro ci sono anche scene comiche sul male. Il libro ha sullo sfondo i maghi in tv, io a un certo punto ho avuto una fascinazione per loro, riscrivevo le voci di questi maghi registrati su VHS e sono nati tre personaggi secondari della storia. Ho capito cosa mi colpiva: le persone che telefonavano. Se uno ci fa attenzione, si accorge che le persone che telefonano non sono così stupide come si potrebbe immaginare e ho pensato che potenzialmente fossero le persone che avevo vicine. Persone benestanti, realizzate che poi però si chiudevano in una stanza e telefonavano a uno sconosciuto chiedendo salute, lavoro, amore. Era un urlo di solitudine e la maggioranza delle persone non credeva che il mago avrebbe detto loro qualcosa, ma era un ascolto possibile. Quell’aneddoto racconta anche di cosa voglia dire fare lo scrittore in provincia: io lavoravo al piano terra di una casa a tre piani e la gente che passava mi vedeva. Trascorrevo tutta la mia giornata in casa, mentre la mia compagna faceva la restauratrice, usciva la mattina e rientrava la sera. Un giorno il “capocasa” ha incrociato la mia compagna che rientrava per dirle qualcosa e ha aggiunto: ”L’avrei detto anche a Mauro, ma sta sempre lì a giocare al computer”. - Ci racconti del “piano dell’universo”? - Io non so scrivere di nient’altro che delle cose che mi succedono, non so inventare. Una sera ho incontrato un amante della filosofia. Secondo lui si poteva racchiudere il sapere e possedere il mondo e come passatempo si creava “le strutture dell’universo”. Mi ha fatto vedere questo foglio che poi io ho rielaborato e inserito nel romanzo. L’esistenza del piano dell’universo è dovuto a questo fatto fortuito. Come dicevo, io non ho mai regalato una bella storia al lettore, io sono uno scrittore egoista, scrivo per me, la scrittura per me è conoscenza, non è una forma d’intrattenimento, non sopporto che si dica che il romanzo è un “passatempo colto” e quindi non invento, non credo alla fantasia, ma all’immaginazione. Alterare di poco il mondo che tutti condividiamo, altrimenti mi sento di mentire, o meglio la scrittura è menzogna, ma tu puoi mentire restando onesto. Sto pensando al dilagare dei best seller noir e mi chiedo: quanti di noi hanno visto morti, pistole? È un mondo che non ci appartiene e tutta questa curiosità è patologica. - Riguardo alla concezione della tua scrittura mi viene in mente Wilde che diceva “La verità prima o poi viene scoperta”. Vedo un curioso che combatte con la realtà che diventa verità. Ricordo l’eptalogo sulla modalità di scrivere il racconto e il primo comandamento era “pensa a vivere poi a scrivere”. - L’eptalogo era nato per scherzo e io l’ho preso in modo semiserio, sono regole che lasciano il tempo che trovano, ma quella regola è fondamentale. Parise diceva che lui era uno scrittore e non un letterato. Il letterato se ne sta nell’accademia, nelle redazioni delle riviste e può scrivere libri sui libri, lo scrittore è uno che deve buttarsi nella vita. Bisogna inseguire la vita più che la realtà, ecco perché scrittori come Calvino e Borges non mi piacciono perché hanno creato mondi cartacei. Quel tipo di cerebralità non mi avvince, io ho bisogno di sentire palpitare la vita. - Una componente importante è l’amore. L’amore è sempre contro? - Il titolo viene da una teoria di Angela. Per chi non ha letto il libro, ci sono tre personaggi Sergio, Angela ed Ester che sono due sorelle che vivono lontane e hanno ripreso a scriversi però sanno poco una dell’altra. Ester ha un rapporto ambiguo con Adriano, compagno di Angela, che la violava. Angela fa la maga e ha una teoria dell’amore contro: esiste una forma d’amore che anziché dare, sottrae, depriva e spesso viene esercitato contro un’altra persona. Adriano non ama Angela, ma la ama contro Ester. Credo che tutti noi abbiamo provato sulla nostra pelle l’amore che complica la vita, che ci rende più vulnerabili, più goffi. - All’inizio del testo c’è una citazione musicale da “Creep” dei Radiohead. - L’epigrafe è un pezzo delle canzone che amo di più del gruppo che amo di più e il libro deve molto ai primi due dischi dei Radiohead. Dal pubblico: - Cosa c’è di terapeutico nel leggere i tuoi libri? - Quando scrivo è l’unico momento in cui mi sento a casa. Non concepisco la scrittura come terapia, non scrivo per sfogarmi. Avendo una vita dinamica, la scrittura è l’unica cosa in cui credo e per questo la prendo in modo serio. Ho imparato a riconoscere un certo tipo di lettore mio e l’elemento del coraggio è importante non solo per affrontare la pagina, anche nella vita. È una persone che non distoglie lo sguardo da ciò che lo infastidisce ma lo affronta, si accanisce sulle cose, va a vedersi dei film che per altri sono massacranti, tipo Lars von Trier. Una persona che gli altri considerano pazza, fanatica e questa è la ragione per cui non vendo 100.000 copie, ma quando va bene 20.000. - Nei tuoi libri rinvengo una sorta di ossessione nei confronti di determinate tematiche. L’agonismo, l’inquinamento in “A perdifiato” per esempio, poi però l’esito formale è affilato, la scrittura è chirurgica. Quando riesci a liberarti dall’ossessione e calarla nella scrittura per renderla efficace? - L’ossessione viene congelata, non so dire come, so che vivo in questa contraddizione. Ho detto che la scrittura è la mia casa, ma se potessi non scriverei fino a che arrivo a un punto in cui se non scrivo divento pazzo. Prendo annotazioni, ma nel 99% dei casi butto tutto, nell’1% la tengo e tutto questo s’ingrossa sino a diventare un’ossessione. Ho dei periodi lunghi di “scrittura mentale” come la chiamo io, dove mi trattengo, poi diventa prepotente e faccio solo quello, mangio, dormo e scrivo e lì avviene questa trasformazione. Mi piace riuscire a snodare questo nucleo incandescente che covava dentro di me e faccio sì che non appaia così improvviso come è stato per me.
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| Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Maggio 2010 23:19 |








