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Nov

2009

Incontro Filippo Tuena 5 novembre 2009 PDF Stampa E-mail
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di Aurora Dal Maso

Ultimo parallelo di Filippo Tuena è un romanzo che infrange i limiti del tempo.

È stato un immenso piacere e una grandissima soddisfazione poter presentare questo libro straordinario e conoscere il suo brillante autore. Ringrazio l'amico Alberto per avermi accompagnato in questa avventura: sbucata dal mio angolino, anch'io ho provato l'ebrezza di essere presentatrice. L'intervista è da leggere tutta d'un fiato!

 

- Alberto Carollo: Com'è stato il tuo primo incontro con i diari di Scott e quali le suggestioni di questa lettura? Quando hai compreso che da quel materiale ne avresti tratto un romanzo?

- Filippo Tuena: Il primo incontro è avvenuto al ginnasio. Nell'antologia letteraria c'erano alcune pagine del diario di Scott e quella lettura mi aveva colpito. Molti anni dopo per caso incontrai un mio amico pittore che dipinge quadri figurativi e mi chiese di lavorare insieme. L'idea era di rappresentare personaggi storici nell'abito con cui intraprendevano il lungo viaggio nell'oltretomba, mi venne in mente Scott, le sue foto mi colpirono, pensai: “Perché non scrivere un libro?”.

Scrivo in maniera automatica, prima faccio un lavoro di ricerca che può durare mesi o anni poi metabolizzo questo materiale e cerco di esprimerlo in maniera letteraria. La prima stesura dei miei romanzi è in versi che mi serve per dare libero flusso alla mia scrittura.

Il rapporto che si stabilisce tra scrittore e l'oggetto del suo scrivere è l'argomento essenziale dei miei libri, come approccio un argomento e come lo sviluppo. Credo che sia quello che si fa sempre in tutti i rapporti, quello che c'interessa non è il fatto di conoscere una persona, ma come questa persona modifichi il nostro modo di pensare, come ci relazioniamo con lei. Questa è la base del mio lavoro di scrittore.

- Qualche tempo fa hai lanciato una discussione su blog di Satisfiction sul tema della lettura come esperienza autobiografica; riguardo al tuo rapporto coi diari di Scott hai coniato la domanda: “Chi scrive i libri che scriviamo?”. Cosa intendevi dire?

- Io mi sento scritto, un po' per il tipo di scrittura che adopero, un po' perché crediamo di andare a tentoni in cerca dell'argomento, ma in realtà io ho l'impressione che sappiamo inconsciamente dove andiamo, dove ci sono le tracce che ci possono servire.

Quando si schematizza molto la scrittura il libro si frantuma, si perde, invece allargando l'orizzonte lo scrittore compie un viaggio. L'identificazione che ho avuto sia con questo libro, sia con Le variazioni Reinach mi ha portato a un grado di partecipazione emotiva fortissimo.

Non scrivo più storie di fantasia, ma resoconti di eventi reali visti attraverso il mio punto di vista. La base è sempre documentaria e per me il dato reale è fondamentale, ci lavoro. Il vero argomento dei libri è la scrittura.

- Una delle peculiarità di questo romanzo è la voce narrante. In apertura compare la misteriosa figura dell'uomo in più, a chi appartiene questa voce? Vengono citati i versi di Eliot sulla cronaca di Shackleton e il dubbio di Keats.

- È volutamente indefinita perché sono convinto che i libri si fanno in due, metà lo scrittore metà il lettore. Questa figura che racconta il viaggio è di volta in volta lo scrittore che racconta, il lettore che legge. C'è un tema che mi affascinava: in Antartide fino all'arrivo dei primi esploratori nel '900 non era stato seppellito nessun uomo. Non c'è niente di più deserto di una terra che non conservi i morti cioè la nostra origine. Le sepolture danno umanità ai luoghi terreni, ma lì non c'erano salvo due esploratori morti nella precedente spedizione di Scott. Certe volte questa voce narrante io la identifico con i due corpi soli in questa terra desolata come se questi vedendo la nave di Scott arrivare, si sentissero tornare in vita. Ho tre, quattro libri che tengo sempre sottomano tra cui La terra desolata dove c'è la figura dell'uomo in più; lì ho trovato la chiave del libro.

- Aurora Dal Maso: I partecipanti alla spedizione dovevano redigere, per motivi di servizio, un diario. Scrivevano in condizioni tragiche lettere ai loro cari che come tu dici “avrebbero ingannato piuttosto che informare” perché arrivavano a destinazione anni dopo. In tal senso, la scrittura che rapporto stabilisce con il corso degli eventi?

- Io mi sono basato sui diari e le lettere di Scott, Wilson (medico della spedizione) e Bowers. C'è una lettera a cui sono molto affezionato, quella di Oates. Leggendola percepisci uno scollamento dalla realtà e un desiderio di tornare nell'alveo familiare. Il gioco è analizzare gli indizi che diari e lettere offrono. Ci vuole attenzione, il documento scritto raramente mente e un conto è vedere la trascrizione stampata e un conto è la calligrafia perché percepisci la difficoltà, è qualcosa di vivo. Loro avevano necessità delle parole scritte un po' come tutti noi.

- Le numerose foto presenti accompagnano le parole, dialogano con il testo. Hai “letto” le fotografie alla ricerca di dettagli, quali uno sguardo, un'espressione del volto. Quanto ti hanno aiutato nella stesura del romanzo queste foto e perché hai scelto di legarle alle parole?

- La mia formazione è quella di storico dell'arte perciò parto sempre da un'immagine per ragionare. Le ho inserite all'interno del testo senza didascalie perché mentre facevo il lavoro di ricerca entravo in contatto con questa realtà in maniera incisiva e volevo che il lettore compisse un piccolo sforzo e senza l'aiuto di una didascalia ci arrivasse per conto suo. Sempre perché secondo me il libro si fa in due, il lettore deve in qualche modo percorrere il lavoro che fa lo scrittore. C'è un autore che amo alla follia, Sebald che una dozzina d'anni fa ha iniziato a lavorare con le immagini in questa maniera. Noi abbiamo bisogno d'identificare l'oggetto del nostro desiderio.

- Parliamo di Scott. Ne hai ricavato un ritratto equilibrato, non l'hai mitizzato, né demonizzato. Tu scrivi “capitano di marina, esploratore di grandi ambizioni e di buona pratica e vasta esperienza anche se votato alla sconfitta” perché?

- A noi interessano i perdenti non i vincitori e ancor di più il limite. Lavorando su Michelangelo ho capito che si è sempre destinati al fallimento se si vuole raggiungere un limite difficile perché nel momento in cui lo raggiungi rompi l'opera. Michelangelo non è mai riuscito a portare a termine quasi nulla di quello che lui aveva immaginato e secondo me questo nasce dalla difficoltà o dal disamore che prova un autore quando ronza per molto tempo attorno a un'opera. Scott è tra gli esploratori quello che va più altrove di tutti. Ho sempre paragonato queste esplorazioni antartiche al viaggio sulla luna. Non c'era vantaggio economico ad andare in Antartide, era solo un tentativo per arrivare al limite estremo. Il problema di Scott è che lui come Michelangelo va un passo oltre e frantuma il suo progetto arrivando alla morte. Scott lo fa anche con il diario che è un'analisi disperata, una voglia di testimoniare fin dove è possibile.

- Un aspetto inesplicabile di questa spedizione è il sogno di Trygge Gran. Nella foto scattata al polo di fronte alla tenda norvegese gli esploratori sono estranei in un luogo estraneo e Gran aveva sognato questa scena molto prima.

- Gran si sveglia al mattino e dice ai compagni: “Ho sognato oggi 15 dicembre che Amundsen ha raggiunto il polo sud, ho visto una tenda con due bandiere e quattro uomini”. La distanza dal polo sud e il luogo dove si trovava Gran in quel momento era più di mille miglia. Quando otto mesi dopo trovano il corpo di Scott e compagni, con il diario e le foto la coincidenza appare impressionante. Potrà non essere vero, ma se fai il narratore queste sono occasioni che non ti può far scappare.

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Milvia     |2009-11-22 23:37:41
Mi è venuto il desiderio di leggere nuovamente questo capolavoro. Quando mi
capita di parlare di libri con amici (e mi capita spesso) lo consiglio sempre.
Bella, l'intervista.
Mi sarebbe piaciuto essere lì, con voi.

Milvia
Alberto C   |2009-11-23 22:45:02
Grazie Milvia: è stata davvero una splendida serata, magistralmente condensata
in questo bel reportage di Aurora, che attendevo di leggere con piacere, per
riassaporare le emozioni di questo incontro con Tuena, che giudico un grande
affabulatore.

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Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Novembre 2009 23:19