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Mag

2008

Tanto gentile. Su un sonetto di Dante, poeta contemporaneo
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Un breve e curioso viaggio all’interno del sonetto più famoso del sommo poeta, per scoprirne l’attualità dei temi poetici e quella di stile e di lingua.

 

di Alberto Carollo

villa Lattes, mercoledì 8 novembre 2006

 

Buonasera a tutti e grazie della partecipazione. Benvenuti a un’altra serata di Libero Libro [narrativa & dintorni], organizzato da CaRtaCaNta© laboratorio di materiali narrativi in collaborazione con la Circoscrizione 6. Nei precedenti incontri abbiamo navigato in autori e libri di ogni genere e tempo, dal giallo italiano di Scerbanenco a Virginia Woolf, dagli autori veneti di ieri e di oggi, tra paesaggi smarriti nella nebbia, al Bukowski di Paolo Roversi. Questa sera faremo una capatina nella Firenze di fine ‘200, per incontrare da vicino il più celebre sonetto di Dante, quello che molti di voi ricorderanno di aver letto e studiato sui banchi di scuola, Tanto gentile e tanto onesta pare.

 

Come presumo sia accaduto a molti di voi, nella mia carriera di studente mi sono chiesto spesso perché dare grande rilievo all’opera di un autore così lontano nel tempo come Dante, con una sensibilità e dei problemi per certi versi così difformi da quelli attuali. Perché non dare ampio spazio e precedenza, per esempio, al Novecento e alle sue avanguardie, più in sintonia con le importanti questioni dell’uomo moderno e contemporaneo?

La domanda è ovviamente retorica; sono svariati i motivi per cui Dante si è studiato e si studia e perché ancor oggi la sua opera costituisce una miniera inesauribile, un vasto repertorio di temi da indagare, di primaria importanza e di assoluto rilievo: è stato il padre della lingua italiana così come la conosciamo oggi, ha scritto delle opere capitali come la Commedia, fiore all’occhiello e insuperato modello che le altre letterature ci invidiano e via discorrendo. Ma Dante è anche un nostro “contemporaneo”, riprendendo un’espressione di Ezra Pound, e la lettura di questa sera trova il suo incipit in questo pretesto: andare a vedere (in parte) come si è trasformata la lingua che Dante ci ha insegnato a parlare e fare una breve ricognizione su alcune questioni da lui toccate: linguistiche, poetiche, stilistiche, filosofiche, antropologiche e religiose che hanno avuto grande fortuna e che bene o male hanno nutrito nel tempo il nostro immaginario e la nostra cultura, fino a costituire degli archetipi tuttora presenti e operanti nel panorama odierno. Non da ultimo scopriremo, – ed è questo il campo di applicazione che più ci interessa come appassionati di scrittura – come l’elevata qualità dei temi sia indissolubilmente legata alla questione formale, alla ricerca poetica e stilistica dell’Alighieri. Daremo perciò una sbirciatina nella sua bottega, per comprendere i meccanismi che regolano la complessa architettura delle sue composizioni. Il mio intento è quello di dare un taglio divulgativo a questa esposizione, per permettere a tutti di accedere in breve a questioni non sempre agevoli, spesso appannaggio degli addetti ai lavori ma comunque curiose e stimolanti per tutti coloro che vorranno ampliare e approfondire con ulteriori letture i diversi aspetti.

 

Il sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare viene composto da Dante verso la metà degli anni ’80 e poi inserito tra il 1293-94 nella Vita Nuova, un testo misto di prosa e poesia in 42 capitoli. La parte in prosa adempie a funzioni narrative. Si tratta di un prosimetro, sul modello del De Consolatione Philosophiae di Boezio. Vita separata dalla poesia dentro il “libello”, come lo definisce Dante stesso. Il racconto è una autobiografia poetica, dove il dato autobiografico viene continuamente trasfigurato e idealizzato; è il racconto dell’amore esemplare di Dante per Beatrice, un amore disinteressato che produce un rinnovamento spirituale e dal quale nascono le rime in lode della donna, il “dolce stil novo” dantesco. La successione delle liriche ( tre canzoni, una stanza e una doppia stanza di canzone, una ballata e venticinque sonetti) non è contemporanea alla prosa, o lo è solo in parte; i componimenti delineano la storia della poesia dantesca, che parte da residui di esperienze guittoniane e siculo-toscane, attraversa i toni dell’amore doloroso tipici di Cavalcanti e approda all’originale “stilo de la loda”, al “nuovo stile”.

La Vita Nuova non è solamente una Legenda Sanctae Beatricis, cioè un’opera di edificazione cristiana: è anche la storia di un itinerario sentimentale e letterario che conduce alla definizione dell’amore come contemplazione disinteressata e beatificante e alla nuova poetica della “loda”.

 

Tanto gentile è stato oggetto di un celebre saggio di Contini: Esercizio di interpretazione sopra un sonetto di Dante. Contini si proponeva da una parte di mostrare concretamente che la lingua italiana è stabile nelle sue strutture morfologiche e sintattiche, ma che il mutamento semantico è stato profondo. La lingua è stabile nelle sue strutture portanti perché è stata parlata in passato da una ristretta cerchia di parlanti. Il secondo scopo era di mettere in guardia i commentatori, mostrando che se si interpreta questo testo con i significati odierni dati alle parole, non si capisce niente. L’analisi del sonetto è perciò un esercizio di semantica storica, sulla scia di Contini.

 

Lettura del testo per comprenderne, già di primo acchito, l’atmosfera incantata, la struttura sintattica e ritmica pacata e lineare, la dolcezza e musicalità del verso.

 

Parafrasi del testo > ovvero traduzione in un italiano moderno, per vedere le distanze tra italiano di oggi e quello del Duecento.

La mia signora si rivela così nobile e così piena di dignità quando saluta, che ogni lingua ammutolisce a forza di tremare, e gli occhi non osano guardarla. Lei procede, cammina sentendosi lodare, tutta ammantata di benevolenza [lett. benignamente ammantata di.], e appare evidente che sia una creatura venuta dal cielo in terra a mostrare un miracolo [o plurale = miracoli; nel testo miracol]. Si mostra così bella a chi la guarda intensamente che provoca, attraverso gli occhi, una dolcezza al cuore che non può comprendere chi non ne ha esperienza; e appare che dalla sua fisionomia si muova un corpo sottile, dolce e persuasivo, pieno d’amore, che dice all’anima: “Sospira”.

Conclusione: non c’è quasi una parola piena che avesse lo stesso significato che ha oggi. Procediamo parola per parola:

Tanto gentile. Gentile vuol dire puramente “nobile”. L’etimologia in latino è “gens” > era la fascia più nobile della popolazione romana. L’aggettivo di gens, gentilis, ha preso una serie di significati, es. Summa contra gentilis (Tommaso d’Aquino). Qui i gentili sono i pagani. Per un ebreo il gentile è l’ariano. Per questo termine fa testo anche Dante stesso; nel Convivio il tema è il problema della nobiltà; in Le dolci rime d’amor ch’io solia (4° trattato del Convivio) si sostiene la tesi, un caposaldo della teoria stilnovista, che la nobiltà è nobiltà d’animo e non di schiatta, di famiglia. Dante è convinto di questa tesi e polemizza anche con l’imperatore Federico II (che pure ammira e stima), che sostiene l’esatto opposto. Vi ricordo Il Convivio perché se parafrasate basta dire “nobile”, ma c’è una precisa implicazione culturale: nel sonetto Dante dice “nobile d’animo”.

E tanto onesta. Significa “dignitosa”, “decorosa”. E’ un latinismo = onestus, aggettivo che deriva da onor. Dante definisce Catone, nel Purg., veglio onesto; definisce la sua barba oneste piume e ancora pudica in faccia e nell’andare onesta. Onesto è il corrispettivo negli atteggiamenti esteriori di quella nobiltà d’animo. Chi è nobile d’animo non può essere che dignitoso e decoroso negli atteggiamenti. Alcune anime dell’antipurgatorio scappano con una fretta che l’onestade (...) dismaga > la fretta toglie loro l’onestà e il decoro. Accostamento di onesto a nobile, perciò. Tutto il resto è impostato su quello che appare in Beatrice, e sull’effetto che lei ha su chi la guarda.


Pare. E’ il verbo chiave del sonetto. Compare tre volte, in posizioni strategiche: fine del verso 1; inizio del verso 7; in anafora all’inizio del verso 12. Il suo sinonimo è mostrare e mostrarsi, in posizione strategica > fine della quartina e inizio della terzina.

La donna mia. Donna conserva il significato del suo etimo = domina, signora. Perché la donna è chiamata signora? E’ un fatto di tradizione culturale, che risale alla poesia trobadorica, dove domna è la Signora, con un valore sociale preciso. Il trovatore ama e dichiara il suo amore per una donna di rango superiore, per una signora feudale (es. Eleonora d’Aquitania). Gli antichi trovatori chiamavano la loro donna senhor; antichi trovatori provenzali chiamavano la loro donna al maschile midons > mio signore. Dante usa donna, ma anche femmina, con una profonda differenza. Femmina viene usata per una distinzione sessuale rispetto ai maschi. In altri casi c’è una differenza sostanziale. Quando Dante incomincia un nuovo stile in Donne ch’avete intelletto d’amore, dice che parlerà alle donne e alle pure femmine. Il termine femmina compare tra le parole che non si devono usare nella lirica più alta. Nel sogno di Dante in Purgatorio, il poeta vede apparire una femmina balba, sgraziata, alla quale viene contrapposta una donna, alla fine del canto, santa e presta.

Mia. In italiano antico la posizione dell’aggettivo possessivo era molto libera; in quello moderno no.

Quand’ella altrui saluta. Condivide un’antica tradizione romanza: ma maîtresse quand’elle.

Altrui. Complemento oggetto. E’ una sorta di appoggio per il verbo. Sembrerebbe che Beatrice salutasse tutti gli altri, tranne Dante. Vuol segnalare che il verbo è transitivo e non intransitivo.

Saluta. Il saluto è un tema di estrema importanza. Un carattere tipico della poesia in generale può essere la sua ambiguità. Per alcuni commentatori la poesia antica ha un solo significato, mentre poesia e letterature moderne e contemporanee presentano un’estrema ambiguità di significati (es. Kafka). Assumiamo la posizione dubbia che Dante presenti delle ambiguità. Saluta. In certi casi non c’è dubbio che il significato è connesso alla salus latina, alla salvezza [beatifica].

Ch’ogne (toscanizzato) lingua deven. La E tonica aperta dittonga = diviene.
Qui non c’è dittongamento per due ragioni = è un latinismo, reso più probabile dal fatto che avete deven e non divien. La E o la O aperta non dittongavano in siciliano. Qui può trattarsi di latinismo + sicilianismo.

Tremando muta. “Diventa muta tremando” è causale = a causa del tremor. Per Contini “a forza di tremare” (perciò strumentale, non causale).

E li occhi no l’ardiscon di guardare. “Non osano neppure guardarla”.
Nella quartina successiva qualcosa cambia.

Ella si va sentendosi laudare. Il soggetto era ‘ella’ in italiano antico; lei si usava solo nei casi obliqui > a lei, di lei. La forza di ‘ella’ la si vede dal fatto che nella lingua antica si poteva utilizzare ‘ella’ anche nei casi obliqui. Ella è rimasto nel registro alto della lingua > così, ad esempio, in Dannunzio. Nonostante il robusto attacco che ha dato ad ella Manzoni > nella quarantana, dove M. ha toscanizzato ed eliminato gli aulicismi. Tutti gli ella della ventisettana vengono corretti in lei – mentre non tutti gli egli vengono corretti in lui, ma vengono mantenuti per riferirsi a Dio, al Cardinale e altre autorità. C’è una asimmetria tra ella e egli. La soluzione manzoniana non è stata accettata del tutto. Ella non si usa più se non in un registro formale, come pronome di cortesia: Ella, signor Ministro. Egli > l’utilizzo del pronome dipende un po’ dalle generazioni. In genere non si usa mai parlando, ma persiste, in alcuni casi, nello scritto. E’ comunque un pronome destinato a sparire.

Si va > Si è un dativo etico o di vantaggio (dà intimità a un’azione interiore, la soggettivizza) , che nell’italiano moderno è rimasto solo come Se ne va.

Sentendosi laudare. Come fa a sentirsi laudare se tutti sono muti? Beatrice sente che gli astanti la lodano senza parole. Solo così si può uscire da questa apparente aporia. Laudare è un latinismo. Lo “stilo della loda”. C’è un anticipo molto forte della tematica della loda: l’antica forma matrice, simile alla Ballata, si chiama Lauda (dal latino) e non Loda.

Vestuta. E non vestita; è un sicilianismo. Il participio ire (participio passato ato) diventa uto in siciliano; di ferute e non ferite. Cino da Pistoia = Omo feruto.
Si tratta di una metafora, di un veicolo di vestire. Per rispettarlo viene parafrasato con ammantata. La metafora della veste è tipica dello Stilnovo; è tipica di questa poesia che descrive l’esterno documentato dall’interno. Con viso vestito di humilitate. E’ questa una metafora illustre, che ha una tradizione, un relé tra medioevo latino e poesia volgare. La fonte è il De Amore di Andrea Capellano. Umilitatis ornatur vestiri > vestirsi dell’ornamento dell’umiltà. Capellano deriva da altra fonte > Lettera ai Colossesi di San Paolo. Nella poesia cortese delle origini umiltà vuol dire benevolenza, ciò che la donna ha o non ha nei confronti dell’amante. Cavalcanti: Cotanta d’umiltà donna mi pare, ch’ogn’altra in verso lei la chiam ira [crudeltà, insensibilità]. E’ qui presente una ridondanza; la donna è ammantata benignamente di ogni benevolenza. Mentre la benevolenza è un atteggiamento esteriore, la benignità è una qualità interiore.

E par. E appare evidente.

Cosa. In italiano antico voleva dire creatura, venuta dal cielo. Cosa sta in italiano antico in una rete di rapporti del tutto diversa. Qui non c’è un senso di possesso [ une chose, come in Balzac]. Vedi anche verso 43 di Donne ch’avete intelletto d’amore.
da cielo in terra. Oggi dovremmo dire dal cielo alla terra. Nell’italiano antico, però, enti come cielo e terra vengono trattati come nomi propri. Amor che muovi tua virtù da cielo.

Miracol mostrare. Non è una inversione poetica; è sintatticamente in uso nella poesia antica. Mostrare è sinonimo di parere.

Mostrasi. Non si tratta di una scelta stilistica, ma di un obbligo grammaticale > legge di Tobler-Mussafia > enclisi del pronome atono. Adolfo Tobler fece notare per primo come in francese antico non si possa aprire un discorso con un pronome atono; Adolfo Mussafia estese l’indagine all’italiano > in italiano antico le forme pronominali atone vengono dopo il verbo e si appoggiano ad esso nelle posizioni seguenti: a) a inizio periodo; b) dopo congiunzione [es. e menommi al...]; c) all’inizio della principale [es. Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti ch’a la mente altrui mi rechi]. E’ una legge perchè anticamente non ha eccezioni; viene meno nel corso del Quattrocento, dopodiché è chiaro che le espressioni come mostrasi sono scelte stilistiche di tipo aulico.
Domanda: la costruzione di questo verso è obbligatoria? No, c’erano due alternative:
a) A chi la mira sì piacente si mostra

b) Sì piacente si mostra a chi la mira

Ma siamo qui nel fanta-dantismo! Questo per dimostrare che l’inizio con mostrasi è intenzionale. Non si tratta qui di una anadiplosi multipla, ma di una anadiplosi con poliptoto, vale a dire quella figura retorica per cui si ha la ripetizione della stessa parola ma non nella stessa forma grammaticale: mostrasi sì > Dante l’ha fatto per una ragione: è implicata nella storia del sonetto. Nella forma sonetto delle origini, in Giacomo da Lentini, senza eccezione, la fronte (otto versi iniziali) è legata alla sirma spesso da una anadiplosi, che con ogni verosimiglianza deriva da una tecnica tipica delle canzoni provenzali, la coblas capfinidas > fine di una stanza e inizio della successiva con la stessa parola. Questa norma resta frequente anche nei siculo-toscani successivi a da Lentini. C’è sempre una parola nella fronte che viene ripetuta nella sirma. Dante è incappato nella legge di T-M per utilizzare l’espediente retorico [retorica di un genere] della coblas capfinidas.

Piacente. Vuol dire bella sic et simpliciter; non come oggi, dove piacente è qualcosa di minore di bello (E’ ancora una donna piacente). Ha la stessa connotazione del provenzale plazer = un catalogo di cose belle. Piacere significa anche bellezza > Mi prese del costui piacer sì forte (Inf., Canto V), vale a dire Mi innamorai perché era bello. Folgòre da San Gimignano.

A chi la mira. Nel sonetto c’è uno sviluppo narrativo; prima gli astanti non osano neanche guardare Beatrice; ora invece la guardano. Guardare è verbo durativo. L’italiano antico aveva guardare, che era neutro, e mirare > guardare a lungo e intensamente, con ammirazione. Questa eccezione è scomparsa nell’italiano odierno. Guatare era invece guardare intensamente, ma con odio. Acqua perigliosa e guata > il naufrago che guarda con odio l’acqua che lo sta sommergendo. L’italiano moderno ha perso alcuni valori aspettuali della lingua latina.

Per li occhi. Attraverso. Per il tramite degli occhi è un topos stilnovistico, in Dante e Cavalcanti. Dolcezza al core > core è sicilianismo, forse il più celebre. In latino volgare corem, che dittonga in italiano con cuore. In siciliano non avviene la dittongazione. Si dice ancora oggi cori. La forma sicilianeggiante di core è quella dei testi poetici, che sta in rima. La prosa della Vita Nuova presenta invece cuore. Questo non indica l’usus dantesco, ma quello dei manoscritti del Trecento > di Dante non abbiamo alcun autografo.

Che ‘ntender no la può chi no la prova. La reduplicazione di la è un fenomeno che noi oggi diremmo della forma parlata o di quella dei semicolti. In italiano antico non andava così. E vidi ombre che amor di nostra vita dipartille (Inf., V). Era un fenomeno dell’italiano antico. E’ una censura di Bembo, ma è spuntata fuori di nuovo, continuando ad avere una vita classica, dell’italiano aulico. Concettualmente è un altro topos in Dante e Cavalcanti: si può sapere qualcosa solo se se ne ha esperienza. Questa nozione è già presente nel Tesoretto di Brunetto Latini.

E par che... si mova. Sicilianismo > in italiano moderno muova (dittongato). Tutte queste parole core-laudare-mova stanno in rima, cioè nella maggiore evidenza del testo.

De la sua labbia. [Inf. VII, Pluto ha una enfiata labbia]. Nell’incontro con Forese Donati in Purg. > cangiata labbia. Contini: smaterializzazione; scompare il volto e subentra la fisionomia. labbia> plurale tantum. C’è qui un passaggio dalla parte al tutto = sineddoche [labbia = volto]. Da un neutro plurale latino si passa a un femminile singolare.

Spirito. non ha alcuno dei significati che attualmente diamo alla parola. E’ un termine tipico della poesia stilnovistica, soprattutto di Cavalcanti e di Dante. E’ introdotto nella poesia stilnovistica dal poeta che più sapeva di filosofia, Cavalcanti, il quale costruisce un sonetto imperniato su questa parola. E’ un termine che Cavalcanti ha dedotto da San Tommaso e Alberto Magno. Nel corpo di ogni essere animato c’è un corpo sottile che si chiama spirito, uno strumento dell’anima che provoca le operazioni dell’anima stessa, veicolo della vita e dell’anima, ma anche veicolo delle operazioni spirituali (sentimenti, emozioni ecc...). L’uso in Dante di una parola come questa ci fa capire che una poesia di questo tipo, per effetto di tanta critica ottocentesca (i Preraffaelliti) che l’aveva resa incorporea, è in realtà una poesia concreta, che utilizza dei tecnicismi filosofici. Questo gioco tecnologico è molto preciso; anche anima e core hanno un valore preciso. Oggi c’è una sinonimia tra anima e core. In Dante e Cavalcanti era diverso; il cuore era la sede dei sentimenti, ma anche dei sensi. L’anima piuttosto delle operazioni intellettuali. Anche qui abbiamo a che fare col linguaggio filosofico.

Soave. Dolce. Culto della variatio > più sopra aveva detto dolcezza. Un passo del Convivio, II Cap. 8, ci induce a dare a soave una sfumatura in più. Soave è tanto quanto suaso, abbellito, dolce, piacente e dilettoso. Dante collega soave al verbo. Una dolcezza che persuade (Pascoli).

Va dicendo. Forma perifrastica > si distingue da dice per essere continuativa, durativa.

Sospira. Il sonetto finisce su questa parola per coloro che interpretano in maniera sentimentale il testo. La poesia stilnovistica è piena di sospiri. Un grande studioso tedesco, però, si è accorto che nella tradizione mistico-religiosa occidentale suspirare ha in più di un’occasione il senso di anelare e di bramare > desiderio il cui oggetto è Dio. Friedrich, - questo lo studioso – cita San Bonaventura, ma anche Le Confessioni di Sant’Agostino: Illa pulcritudo qui suspirat anima mea. E’ caratteristico della poesia medievale questo continuo scambio tra poesia profana e poesia mistico-religiosa. Es. vedi la metamorfosi cristologica della figura di Beatrice.

Osservazioni di carattere stilistico.

Il verbo pare, parola chiave del sonetto, è distribuito a distanza pressoché uguale. Mostrare e mostrasi sono invece in posizione chiastica.

Schema: ABBA ABBA CDE EDC.

Lo schema della fronte è il più comune all’altezza di Dante. Lo schema delle terzine non è invece il più comune. E’ uno schema rovesciato: CDE EDC. Lo schema è chiastico. In realtà, se lo schema è chiastico, anche nelle quartine Dante ottiene degli effetti chiastici, a scatole cinesi.


V. 1 > pare; v. 8 > mostrare sono in relazione di sinonimia.
V. 4 e 5 > guardare e laudare. Paronomasia dei suoni.
V. 6 e 7 > vestuta e venuta.
Se guardiamo alle parole e alle loro relazioni avremo questo: A x y B /B C C A

Lo schema metrico delle terzine realizza ciò che nelle quartine è realizzato in altra maniera. Roman Jakobson ha osservato che spesso, nelle poesie brevi, il centro del messaggio sta nel centro geometrico del testo. E’ questo un caso tipico. Questi versi sintetizzano tutto il resto: e par che sia una cosa venuta/da cielo in terra a miracol mostrare. Beatrice è un essere celeste che scende dal cielo alla terra per mostrare miracoli. Mostrare – mostrasi, ma anche miracol – mira. Figura etimologica: es. vivere la propria vita.

La Vita Nova ha una tradizione bipartita: a) le poesie stanno dentro il libello (prosimetro) b) esiste però anche una tradizione in cui alcune poesie della Vita Nuova sono trasmesse per conto loro. Il problema è di sapere se la tradizione extravagante dipende da quella organica o se parte da un momento in cui le poesie non erano ancora inserite dentro l’opera. Il maggior studioso delle rime di Dante, Domenico de Robertis, è dell’opinione che questi manoscritti che trasmettono poesie isolate risalgano ad un momento anteriore alla composizione delle prose. Se le cose stanno così ci troviamo di fronte a delle varianti significative, non a refusi o errori di scrittura. Ma queste varianti cosa sono? Si tratta forse di varianti d’autore? Per alcune di queste poesie de Robertis ha sempre pensato che si tratti di varianti d’autore. Una di queste varianti è Tanto gentile. Si tratta di varianti d’autore se c’è un senso sotteso, se esse ci dicono qualcosa di culturalmente interessante.

V. 7 non par ma credo che sia una cosa venuta.

v. 10 non che dà per li occhi ma fer per li occhi (ferisce)

v. 13 non un spirito soave ma uno spirito fiero pien d’ardore.

L’ipotesi di De Robertis è ragionevole perché queste varianti gettano luce sugli antefatti culturali, stanno insieme culturalmente.

Credo è una eco di un verso di Guinizzelli: Credo che delle cose sia sovrana.
Uno degli imperativi delle varianti d’autore è cancellare le tracce, le fonti della propria ispirazione. E par elimina ogni elemento di soggettività > infatti non esiste in questo sonetto qualcuno che dice ‘io’. Comprendiamo così il motivo dell’intervento.
Per quanto riguarda i vv. 10 e 13 forse abbiamo a che fare con un copista molto creativo, ma cavalcantiano. Cavalcanti è principalmente un poeta non dell’amore contemplativo ma di quello drammatico, che esprime in queste forme. Se le cose stanno così Dante ha limato le tracce del suo giovanile cavalcantismo come cultura dell’amore drammatico. La Vita Nova è per Pier Vincenzo Mengaldo un libro anti-cavalcantiano (a dispetto di quanto affermano altri autori), anche se proprio in questa sede Dante lo definisce ‘primo amico’.
Chi è questa che vien ch’ogn’om la mira di Cavalcanti è il sonetto che più assomiglia a questo, ma è di carattere contemplativo, quindi antecedente a quell’amore drammatico cantato in seguito dal poeta. Patrick Boyd si è accorto che delle poesie della loda la consecutiva è la subordinata più frequente > questo avviene perché una causa produce una serie di effetti.

Nuclei tematici del sonetto

Abbiamo in parte già accennato ad alcuni temi o elementi che si desumono dal testo, dall’utilizzo di determinate soluzioni formali o nelle cosiddette “varianti d’autore” se siamo disposti a dare credito a De Robertis. Di tali elementi parliamo ora in modo più discorsivo e generalizzato. Nel sonetto, ch’è una delle più alte ed intense espressioni della “loda”, troviamo tutti i temi tipici del canone dantesco fissato in Donne ch’avete: i mirabili effetti del saluto, il passaggio per la via come momento beatifico, Beatrice come miracolo e creatura celeste. Parlavamo poc’anzi, commentando quel sospira posto come explicit del sonetto, della metamorfosi cristologica di Beatrice. Dante conclude la Vita Nuova con la promessa che non parlerà di Beatrice fino a che non sarà in grado di “più degnamente trattare di lei”. Tornerà all’amata nella Commedia, per cantarne il trionfo nientemeno che nel Paradiso. Beatrice, oltre che un essere umano è una Dea, è il veicolo attraverso il quale l’uomo può avvicinarsi a Dio, è vita e morte, dolore e gioia, e viene indifferentemente paragonata a Maria e a Gesù. In Purg. XXXIII 4-12 Beatrice è, come Gesù, speranza di resurrezione e di nuovo sviluppo. “Colorata come foco”, la donna/dea pronuncia le stesse parole del Cristo nel Vangelo di Giovanni, annunciando la promessa di una sua seconda venuta: “Un po’ di tempo e non mi vedrete; e, mie amate sorelle, ancora un po’ di tempo e mi vedrete”. Molti commentatori hanno identificato Beatrice con la “chiesa spirituale” che sarebbe ritornata in un prossimo futuro, del tutto purificata. Ma Beatrice simboleggia anche il mistero trinitario dello Spirito Santo: “Questa donna fu accompagnata da questo numero del nove a dare a intendere ch’ella era uno Nove, cioè un miracolo, la cui radice del miracolo è solamente la divina Trinitade” (Vita Nuova XXIX, 3). L’identificazione di Beatrice con Bice Portinari, vissuta a Firenze nel tempo di Dante, non cambia la forte componente simbolica, l’icona da lei rappresentata.

Non è questa la sede per digressioni antropologiche, culturali e/o teologiche, ma basterà dire che nel corso della Storia l’immaginario maschile ha operato secondo categorie ben definite, quasi stereotipate se le osservassimo esclusivamente attraverso la lente di commentatori moderni e smaliziati. E’ curioso che nel Medioevo la donna, relegata per secoli negli strati più infimi della società, perseguitata da inquisitori sessofobici, stigmatizzata come il “vascello del demonio” dagli intellettuali e dai religiosi, acquisti una tale rilevanza nei letterati e negli artisti in generale da divenire il centro, il fulcro del loro mondo poetico. A lungo, in un mondo sciovinista e maschilista, la donna ha rappresentato alternativamente un’Eva, ricettacolo di tentazioni che conducono alla perdizione; una Messalina, veicolo di vizi sfrenati e incontenibili; via via cortigiane splendide e irraggiungibili, causa di molteplici sofferenze per i loro amanti; oppure, al contrario, modelli esemplari dalle qualità divine: il culto di Maria, la sposa di Salomone, Persefone, “l’eterna primavera”, il culto delle Sante, martiri e visionarie, (pensiamo a Orsola, a Caterina da Siena, a Teresa d’Avila e Giovanna d’Arco, a Beatrice e per certi versi anche alla Laura petrarchesca). Dovremmo aspettare la moderna psicologia e il contributo di scritture al femminile per avere ritratti reali e polimorfi della complessa natura del gentil sesso: dalle fanciulle in fiore di Proust alla Bovary di Flaubert, alla Anna Karenina di Tolstoj; dalla Dalloway di Virginia Woolf, alle anime ‘parlanti’ di Dickinson, Sexton e Bishop; e in Italia Grazia Deledda e, perché no, poetesse come Alda Merini solo per citarne alcune. Ma tornando all’importanza che ancora oggi riveste il mito di Beatrice, basterà citare un breve passaggio da un saggio di Elisa Ghiggini, Rosa Mistica: “Le immagini di donne che trovavo impresse sui muri della mia città, o che comparivano nei cinema o nei programmi televisivi, mi parevano molto lontane dalla mia vita quotidiana, dalle mie esperienze e desideri; corrispondevano più ai desideri erotici maschili, in cui il corpo femminile non era libero ma doveva sottostare a norme imposte da altri. Nemmeno nelle mie fantasie più liberatorie avevo immaginato che sarei incappata in un poeta come Dante, capace di esaltare Beatrice soprattutto per le sue qualità interiori, di valorizzarla per qualcosa in più che la rendeva speciale, depositaria di una dottrina sacra che promuoveva il continuo divenire (...)”. Bastano queste parole a testimoniare quanto abbia inciso nell’immaginario (questa volta di entrambi i sessi) la figura di Beatrice. Ma cosa rende così speciale Beatrice agli occhi di Dante?

Per comprendere l’evoluzione della figura di Beatrice nell’opera dantesca dobbiamo ancora una volta affidarci direttamente al testo. Tanto gentile, lo abbiamo visto, ha uno sviluppo narrativo. Il sonetto non a caso è contenuto nella Vita Nuova, ch’è considerato il primo romanzo in volgare italiano. La VN all’inizio si presenta come una vicenda dalle caratteristiche “cortesi”; la donna dello schermo è una prassi della poesia trobadorica e il sentimento d’amore di Dante per Bice Portinari, il suo turbamento ed angoscia, hanno una precisa connotazione profana. Dante aderisce inizialmente alle istanze cavalcantiane dell’amore doloroso. Cavalcanti ha una concezione dell’amore come passione irrazionale, pertinente alla sfera della vita sensitiva; il poeta subisce Amore senza tuttavia rinunciare ad analizzarne razionalmente l’essenza, le cause e le manifestazioni. Anche Dante, nei primi anni della sua esperienza poetica, si nutre delle istanze culturali dello studium bolognese, come il suo ‘primo amico’ Cavalcanti. In questo ambiente laico trovano larga diffusione i principi di filosofia naturale, le istanze del pensiero di Aristotele, di Tommaso, di Alberto Magno di Averroè.

Per meglio comprendere la persistenza di moduli profani e trobadorici all’inizio della VN, gioverà ricordare il capitolo III. Nella parte in prosa Dante narra di come, a nove anni di distanza dal primo incontro, egli riceve il saluto di Beatrice. Pieno della dolcezza che gliene deriva, si ritira in solitudine, pensando alla donna, e ha in sogno una visione: Amore gli appare in una nuvola di fuoco, lieto benché terribile a vedersi. “Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggeramente”, scrive. La nudità di Beatrice è un apax nell’opera dantesca e ha una esplicita connotazione sensuale; nel sonetto collegato a questo episodio l’accenno alla nudità di Beatrice scomparirà: l’amata è “involta in un drappo dormendo”. La composizione del sonetto, A ciascun alma presa e gentil core, ha l’intento di documentare la visione dantesca e viene inviato a tutti i poeti che si professano vassalli d’Amore, affinché propongano la loro interpretazione dello strano sogno. Cavalcanti fornirà una sua spiegazione del sogno; secondo la sua interpretazione il pasto del cuore si riferisce alla necessità di nutrire e sostenere chi è consumato dalla passione; e il pianto finale di Amore viene ingegnosamente attribuito al suo dispiacere per l’imminente risveglio del poeta. Dante da Maiano rifiuterà invece il livello della convenzione letteraria della poesia amorosa cortese per rispondere a Dante con una spassosa interpretazione in stile comico- burlesco: la visione verrà attribuita a malattia fisica o mentale, con riferimenti alle teorie e pratiche del tempo.

Nel prosieguo della VN Dante approda a una conquista personale: una poetica non più basata sulla autoanalisi del tormento del poeta, causato da Amore, ma un processo di progressiva sublimazione che conduce all’esclusiva lode dell’amata, della sua bellezza fisica e morale, dei suoi effetti salvifici. Beatrice non è più soltanto la donna angelicata degli stilnovisti, di matrice guinizzelliana, capace di trasformare la Potenza divina - ch’è nella natura dell’uomo – in Atto (secondo una nota dottrina aristotelica); Beatrice è creatura veramente divina, mandata da Dio in terra per elargire beatitudine. Ma la VN è anche la prima espressione di un’altra costante dantesca, la riflessione tecnica ed espressiva, l’avvio di una ricerca estetica volta al raggiungimento di una perfezione formale. Beatrice è per Dante, perciò, anche movimento della vita verso la coscienza di sé, delle sue qualità umane e morali ma anche del suo grande talento letterario. Il confronto simbolico con una figura femminile, fortemente idealizzata, è una peculiarità presente in molti artisti di sesso maschile; nel caso di Beatrice, lo abbiamo visto, le interpretazioni si sprecano da più fronti. Dante era uomo del suo tempo, intriso della cultura dei padri della Chiesa, nonché della cultura tomistico-aristotelica dello studium; la sua visione teologica è complessa e sistematica, e troverà la sua compiutezza nel grande progetto della Commedia. Nella Vita Nova il Dante giovanile, nel cursus delle sue esperienze stilnovistiche, sembra invece assorbito dalla ricerca di una congeniale espressione poetica, dall’evincersi dalle iniziali istanze guittoniane e guinizzelliane e dalle influenze cavalcantiane per affermare la propria unicità artistica. Questi processi trovano conferma in alcune dinamiche della moderna psicologia, e in particolar modo nelle teorie di Carl Gustav Jung, il padre della psicologia analitica e dell’inconscio collettivo. Jung parla di un processo di individuazione del sé nel quale il soggetto si confronta col proprio inconscio. La libido freudiana si manifesta per Jung non solo nelle istanze pulsionali, ma anche nella sfera delle funzioni superiori, intellettive e spirituali; a questo livello essa agisce attraverso il simbolo, manifestazione individuale del substrato archetipico profondo dell’umanità e motore della trasformazione del singolo, del suo tendere a un’evoluzione e perfezione spirituale. Il processo di individuazione archetipica costituisce la finalità dell’esistenza di ogni persona. In questa ottica Jung individua alcune categorie archetipiche e afferma che in ogni uomo c’è una componente archetipica femminile (così come in ogni donna vi è una componente archetipica maschile) che deve essere riconosciuta ed espressa per essere integrata nel processo di individuazione. Lo studioso svizzero chiama Anima l’archetipo femminile, Animus quello maschile. “L'immagine dell'Anima, sostiene Jung, è proiettata dagli uomini sulle donne (mentre in queste ultime è l'immagine corrispondente, l'Animus, ad essere proiettata sugli uomini). L'Anima permette l'accesso al mondo del trascendente, del metafisico e degli dei. "Tutto quel che l'Anima tocca diventa numinoso, cioè assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico (...) In quanto vuole la vita, l'Anima vuole il bene e il male (...) crede nel bello e nel buono (...) E' occorsa una lunga differenziazione cristiana per chiarire che il bene non è sempre bello e che il bello non è sempre buono (...) L'Anima è conservatrice e si attiene in modo esasperante all'umanità antica. Perciò appare spesso e volentieri in veste storica, dimostrando predilezione per la Grecia e l'Egitto. Il confronto con l'Anima richiede molto più coraggio che il confronto con l'Ombra [altra immagine archetipica, n.d.r.], proprio perché qui si entra nel terreno proibito degli dei: si entra cioè in quei fatti psichici che fino ad or non è molto furono, e ancora spesso sono, proiettati all'esterno. Per il figlio è la madre personale il luogo della proiezione dell'Anima quale patrimonio di risorse spirituali e morali. Per l'uomo antico era la dea o la strega. Per l'uomo medioevale l'Anima era proiettata nella Regina del cielo e nella Madre Chiesa. Il primo momento dell'incontro con l'Anima è generalmente segnato dal suo lato elfico irrazionale ove saggezza e follia sono una cosa sola (…).”

E’ affascinante constatare come queste dinamiche collimano con l’esperienza dantesca, la quale getta un ponte ideale tra il Medioevo e i nostri tempi, per i quali potremmo divertirci a pescare esperienze umane e artistiche consimili. Ma non è questa la sede né il fatto rilevante. Le teorie sembrano disperdersi, come neve al sole, se rapportate all’imperitura bellezza della parabola esistenziale e poetica di Dante Alighieri, uomo e poeta, e della mirabile immagine-Anima che da lui abbiamo ereditato, la Beatrice-personaggio, la donna-dea il cui saluto è fonte incessante di beatitudine e di salvezza dalle storture e brutture del mondo ch’è stato, che è e che verrà.

 

Bibliografia consigliata:

- Cesare Segre - Clelia Martignoni, Testi nella Storia, La Letteratura italiana dalle origini al Novecento, vol. I "Dalle origini al Quattrocento" (Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori)

- Dante Alighieri, Vita Nova, I grandi libri Garzanti, introduzione di Edoardo Sanguineti, note di Alfonso Berardinelli, 1977, 1982, 1991 e segg.

- G. Contini, Esercizio d'interpretazione sopra un sonetto di Dante, in Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, 1970, pp. 161-68;

- Carl Gustav Jung, L'io e l'inconscio, traduzione di Vita A., Bollati Boringhieri, 1985.


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Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Maggio 2010 23:19