di Aurora Dal Maso Ieri sera alla libreria Mondadori, presentatore e ospite sono riusciti a ricreare un’atmosfera da vero “focolaio domestico”, in perfetta sintonia con il libro al centro della chiacchierata. Tra una ricetta e un racconto, uno scoppiettante botta e risposta tra Alberto Carollo, colonna portante di CaRtaCaNta e Milvia Comastri, autrice della raccolta di racconti Donne, ricette, ritorni e abbandoni (Pendragon). Alberto ha brevemente presentato il libro: “storie di donne alle prese con questioni cruciali dell’esistenza dove il collante è il cibo, suggello per separazioni o nuove fasi della vita in un continuo alternarsi tra pubblico e privato”, e poi via alle domande.
- Fin da giovanissima hai coltivato l’interesse per la scrittura, poi hai interrotto. Cos’è intercorso da quel momento ad oggi, se hai voglia di parlarne naturalmente.
- Sin da quando avevo tre, quattro anni raccontavo storie, le inventavo a detta di mia madre, poi ho iniziato a leggere e dicevo di voler fare la scrittrice. Ho avuto dei riscontri, in seguito, come capita a molti, ho incontrato l’amore e tra famiglia e lavoro, ho smesso di scrivere. Posso dire di avere una certa creatività e non scrivendo più ho cominciato a cucinare, prima seguendo le ricette, addirittura in ordine alfabetico partendo dalla lettera A del manuale di cucina, poi ho iniziato a inventarle. Come capita, l’amore finisce e mi sono imbattuta casualmente in un corso di scrittura tenuto dal prof. Benassi. Ho ricominciato a scrivere, ho partecipato a concorsi, ne ho vinti diversi e ho mandato a degli editori i miei racconti, uno ha risposto e così è nato il libro.
- Nella società di oggi così frenetica, per cucinare come per scrivere, bisogna disporre di molto tempo. Esprimersi in cucina equivale a riprendersi una certa lentezza? È importante per il nostro benessere? - È importantissimo. In cucina possono nascere nella mia testa delle storie. Elogio la lentezza, ma so che la velocità c’è. Sono innamorata dell’Oriente e quando posso vado e lì si vive con più lentezza, si vive nella giusta dimensione.
- Nel libro ci sono ricette di dolci. Sono ricette “compensative” per anestetizzare un momento di sofferenza? - Non avevo mai pensato a questo. Ho scelto i dolci perché s’inserivano meglio, i dolci sono più delicati. Non amo molto i dolci, però pensandoci può darsi tu abbia ragione.
- Woody Allen ha detto: “L’amore finisce, tutto ciò è avvilente”. Pensi che la scrittura possa essere una terapia per fare luce in se stessi? - Per me sì, in maniera rilevante e penso per tutti. Chi scrive sta bene e dopo una fine (di un’amicizia, di un amore, un lutto), la scrittura è terapeutica. Per me lo è stata.
- Hai un blog, come ti ci sei avvicinata? È cambiata la tua scrittura? - L’ho aperto circa due anni fa, l’ultima notte che ho passato nella casa dove ho vissuto per 35 anni. L’ho fatto per curiosità, poi ho pensato che inconsciamente avevo voluto crearmi un’altra casa, una casetta virtuale che mi occupa tantissimo tempo! Mi piace segnalare altri blogger, mi dà soddisfazione, ho conosciuto un mucchio di gente, bellissime persone.
- Progetti per il futuro? - Ho un bel po’ di racconti e poesie. Ho iniziato un romanzo che è fermo da un bel po’ e ho un’idea per altri due romanzi, devo solo scrivere! Ho degli argomenti che mi stanno a cuore, ma non so se scriverò su questi.
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