14

Mag

2008

Intervista a Massimo La Spina
serate evento - interviste agli scrittori

in occasione dell’uscita di In levare  (Feaci edizioni, 2007)

 

(data di inserimento: 10 dicembre 2007)

di Alberto Carollo per [CaRtaCaNta©]laboratorio di materiali narrativi

 

Cominciamo, caro Massimo, con l’introdurti a un ipotetico lettore che non ti conosce: chi è Massimo La Spina e cosa vorrebbe fare da grande?

Ho 41 anni. Sono nato a Taormina e cresciuto a Giardini Naxos. Ma fin da piccolo ho cominciato a non avere una dimora fissa. Mio padre, geometra, alternava periodi da libero professionista a periodi da dipendente di ditte costruttrici, così ci spostavamo. Le Isole Eolie, Caltagirone, la provincia di Reggio Calabria. Mia madre, sarta e casalinga, cercava di adattarsi, con spirito di sacrificio.
Ho frequentato quasi tutte le scuole a Giardini Naxos, fino al liceo scientifico, dove ho iniziato a scribacchiare versi. Poi mi è stata data la chance di studiare architettura a Firenze. Con scarsi risultati. Vivo a Firenze ormai da 22 anni e ho cambiato tanti lavori, forse perché non ho ancora trovato la mia strada, e la mia “dimora”.

Non è casuale che ti abbia chiesto cosa intendi fare da grande. Hai cambiato molti lavori: è accaduto per necessità contingenti e/o per curiosità verso il mondo e quanto ha da offrirti? Quanto delle tue esperienze di lavoro e di vita è confluito nella tua poesia e quanto hai lasciato fuori della porta?

Dopo un po’ che stentavo a stare al passo con gli esami - anche perché mi lasciavo attrarre da altre cose -, le finanze della famiglia, mai state troppo consistenti, cominciarono a scarseggiare e dovetti iniziare a lavorare per mantenermi.
Prima di questo ho avuto il tempo di appassionarmi alla fotografia, al cinema, a libri che parlano di cultura Zen, di conoscere situazioni e persone che mi hanno cambiato la vita, come partecipare all’occupazione della facoltà, ricevendone in cambio maggior consapevolezza della realtà, politica e sociale e della mia “collocazione” in essa.
Credo comunque che poco di questo confluisca direttamente, almeno in modo conscio, nella mia poesia. Non cerco di trascrivere in versi ciò che la vita di ogni giorno mi suggerisce, tranne in rari casi. Quasi sempre si tratta di ripiegamenti verso i movimenti interni della coscienza, su ricordi affiorati, sul loro rimescolamento con le emozioni del presente, scegliendo punti di osservazione che si focalizzano sul “dentro”, o meglio, sul riflesso che le vicende della vita provocano sulle pareti interne della coscienza, che fungono da specchio.
Immagino, anzi sono sicuro, che il mondo esterno influisca anche nella resa formale, nel linguaggio, in una qualche misura che però non saprei definire.

Il lavoro sottrae molto tempo alla tua scrittura o ti organizzi in modo da ritagliarti in maniera soddisfacente uno spazio per scrivere?

Fondamentalmente sono pigro. Anche quando ho molto tempo a disposizione, riesco a perderlo nei modi più disparati. Questo vuol dire che non organizzo il mio tempo, che la mia scrittura non è “allenata”, né costante, vive di sprazzi e resta assopita per giorni.
Il lavoro c’entra poco. Quando mi scappa di scrivere non mi trattengo dal fare tardissimo la notte, anche se la sveglia è in agguato. Certo, poi lo pago durante il giorno.

Qual è stata la genesi di In levare? Perché questo titolo?

In levare è il titolo che ho dato a una poesia, abbastanza istintivamente per via del contenuto, “… sottraimi…”, e, a posteriori, anche per il risultato “sonoro” e formale.
Di lì a poco, grazie all’interessamento di alcuni amici e amiche bloggers, sono entrato in contatto con la redazione di Feaci Poesia, nella persona di Giovanni Monasteri (che ringrazio ancora per l’opportunità che ha dato, e continua a dare, a me e a tanti altri), il quale giustamente mi ha suggerito di pensare ad una nuova collocazione delle poesie in un ambito non più esclusivamente cronologico, come era quello del blog, in funzione di una successiva pubblicazione.
Quando si è trattato di scegliere, scremare, “sottrarre” e riordinare, individuando tra tutte le poesie nuovi percorsi di senso, nuove strade che rendessero coerente e compatta una eventuale silloge, la scelta di quel titolo mi è sembrata la più giusta, quella che, almeno per me, racconta meglio di ogni altra il senso più profondo di quella operazione.

Leggendoti ho avuto l’impressione, ribadita pure dalle parole di Zena Roncada nell’introduzione alla tua silloge, che la tua sia una voce “fuori dal coro”. La tua poesia non ostenta, non alza il tono, non sgomita per essere ascoltata. Il tuo osservatorio sulla realtà è quasi defilato: osservi i fenomeni, distilli lo sfilacciato mutevole della vita in versi intimi, confidenziali, quasi “tra amici” – come se dicessi al tuo interlocutore: se mi vuoi ascoltare io sono qui, disponibile. Senza clamori, ricorrendo “(…) a tutte le parole che non/ sono con me ora, e che arriveranno, poche per volta, per non esagerare” e “(…) come un nodo/ da sciogliere piano” per citare alcuni tuoi versi. Ritieni questa una caratteristica della tua disposizione d’animo o l’intento di offrire un discorso poetico sincero, che raggiunga il cuore senza troppi orpelli? Ti ritrovi in queste considerazioni o vorresti puntualizzare e aggiungere qualcos’altro?

Sì, mi ritrovo abbastanza. La sincerità del discorso poetico mi appartiene nel senso che sono certamente io quello che descrive/trascrive sensazioni ed immagini, anche se si tratta di sensazioni ed immagini non necessariamente vissute in prima persona, ma appunto immaginate. Quello di “raggiungere il cuore senza orpelli”, prima di tutto il mio, è una specie di mantra, un obbiettivo fisso, una tensione continua.
Quanto siano semplici e diretti i percorsi per arrivarci è tutta un’altra questione.

Il tuo esercizio privilegia il verso libero; come lavori sulla musicalità delle parole, sulle assonanze e il ritmo della tua poesia? Quali sono gli effetti che intendi suscitare in chi ti legge?

Quello che scrivo deve, il più possibile, soddisfare il mio orecchio, tanto quanto la mia ricerca di senso. Mi capita di sentire il bisogno di incasellare le parole in ritmi e strutture predefiniti, il più delle volte ripetitivi e semplici, ma questa “rigidità” di spazi e tempi, mi spinge ad accostamenti inusuali (sinestesie?) e altre forme retoriche per rispettare le regole. E questo fa sì la punteggiatura diventi, per me, superflua.
Ma è anche il contrario: siccome voglio che il tutto si regga senza l’aiuto della punteggiatura, mi picco di riuscire a sistemare le cose in modo che le frasi e i versi non ne sentano il bisogno. Naturalmente non mi riesce sempre, ma quello è l’intento.
Il più delle volte, specialmente in quest’ultimo periodo, tendo invece a seguire ritmi più sfilacciati, meno rigidi, più intimi, forse, più assimilabili a flussi di coscienza, in cui cerco di trasportare il lettore eventuale. Intenzionalmente frantumo versi precedentemente strutturati per ricomporli seguendo diverse tracce interiori, cercando compattezza e coerenza su altre strade, con l’intento di suscitare una lettura “continua”, senza scarti o scosse formali, quasi in apnea.
E’ chiaro che questi sono ragionamenti fatti sempre a posteriori. Analisi e ripensamenti su un’attività creativa che sul momento si esprime in modo molto più intuitivo.

Ci sono dei momenti di intensa visionarietà nella tua silloge. Mi riferisco, per esempio, in A memoria: “Non avessi la memoria/ disegnerei tamburi di sabbia/stanchi dei battiti del sole/e intrecci d’arbusti in fiore/sull’erba azzurra dell’alba” (peraltro bellissimi versi).
Hai pensato a cosa potrebbe provare un lettore di fronte a versi di questo tipo? Ti sei fatto un’idea del tuo lettore ideale? Quali caratteristiche dovrebbe avere?

Le “visioni” sono legate a quello che dicevo prima a proposito degli accostamenti inusuali, a volte forzati, a volte più “fluidi”, che tentano di dare nuova vita e nuove risonanze a parole già usate, ma mai usurate.
A memoria è un caso limite. Nasce dallo stimolo di un blogger, che chiedeva ai suoi amici/lettori di immaginare come disegnare/rappresentare il mondo non avendone assolutamente memoria. Mi è venuto in mente che poteva tradursi in una serie di immagini “impossibili”, non legate alle regole della natura che conosciamo e del mondo come lo vediamo. Ma alla fine, e forse si deduce dall’ultimo verso, si è rivelata un’operazione quasi disperata. In ognuna di quelle immagini permane una scintilla di memoria, un riflesso di come si è, di quello che si è visto, letto, sentito, sognato, desiderato.
Ecco, a pensarci mi piacerebbe che questo passasse al lettore che volesse avvicinarsi al mio “modo”. Che si mettesse nella predisposizione d’animo di chi sta per fare un viaggio in un immaginario che per quanto “altro”, instilli e conservi una scintilla di una memoria che nonostante tutta la stranezza e la singolarità, è anche la sua.

Sono un frequentatore abituale del tuo blog e trovo che tu ti esprima bene anche in prosa. I tuoi post sono arguti e pieni d’inventiva. Cosa vuol dire, per te, scrivere in prosa e in poesia? Oltre alle evidenti differenze tecniche e espressive, sono per te domini inconciliabili tra loro o ritieni di poterli far confluire in un unico personale progetto di scrittura?

Scrivere in prosa, per me, è soprattutto raccontare in prima persona e descrivere nel modo più calzante quella realtà di cui la poesia lascia intravedere solo qualche traccia.
In prosa sento la necessità di tenere a freno quell’inventiva che lascio alla poesia, cercando invece di rimanere il più possibile aderente, quasi in modo fotografico, ai fatti. I primi tempi del blog mi lasciavo di più andare a tentazioni, diciamo così, creative.
Non so bene perché, ho ridotto sempre di più questo aspetto, concentrandomi sulla poesia e sul diario di fabbrica, ma non escludo in seguito di riprovarci.
Per lo più tengo divise la poesia e la prosa, per motivi che non so ben spiegare, ma mi è capitato di cimentarmi con quella che viene definita prosa poetica, con risultati discutibili, comunque altalenanti.

Da qualche anno lavori come operaio in una fabbrica; così, al tuo blog hai aggiunto Polvere plastica, una sorta di diario-memoriale di fabbrica, nell’epoca del precariato e delle vite “funamboliche”. Polvere plastica ha anche ottenuto dei riconoscimenti in rete, cose che ti hanno dato delle piccole-grandi soddisfazioni. Vuoi parlarcene?

E’ iniziato quasi subito, poche settimane dopo l’inizio della mia esperienza di operaio. La ripetitività delle mansioni, insieme al pensiero di stare vivendo comunque un’esperienza transitoria, invece di assopire in me l’attività mentale, ha scatenato la ricerca di un linguaggio che esprimesse quella vita, fin nei più piccoli e insignificanti dettagli. Ne è venuto fuori una sorta di diario, che di per sé non ha nulla di creativo o innovativo, ma che fotografa, appunto, una realtà in cui si trovano oggi tanti lavoratori, ancora di più se lavoratori interinali. Sul cui mondo ci sarebbe da disquisire a lungo e non solo nelle sedi designate, ma nell’ambito della comunicazione in generale. Il diario è solo il mio piccolo contributo.

Cosa ha rappresentato per te la scoperta della forma-blog? Quali opportunità ti ha fornito? Cosa pensi delle potenzialità della rete per la diffusione della scrittura e della poesia in particolare? Secondo te è realmente un’occasione per dare maggior visibilità a autori che, come te, non hanno scelto percorsi più tradizionali a mezzo stampa, o i canali ormai saturi della grande distribuzione? Pensi che il pubblico degli internauti sia di preferenza orientato a muoversi verso prodotti più di nicchia e di qualità o in ogni ambito rinvieni il “tristo e il buono”?

Penso che le potenzialità della rete, parlando dell’ambito dei blog, siano appunto potenziali. Voglio dire che quando clicco sul tasto “Pubblica post” il mio scritto è “potenzialmente” leggibile da un enorme numero di persone nel mondo. Per un fatto statistico, può succedere che venga letto anche da chi è interessato alla diffusione ulteriore di quello scritto, ma in forme più tradizionali. Può essere un’opportunità. Ma chi vuole intraprendere la via della scrittura, almeno ancora per un po’, dovrà comunque fare i conti con la diffusione classica, giacché la rete conserva quella caratteristica di temporaneità, di non durata, che compromette le scelte di chi invece aspira alla permanenza e alla riconoscibilità.
Per me, che in fondo non ho mai inseguito, almeno non in modo costante e convinto, velleità “autoriali”, il blog ha rappresentato un luogo di conoscenza, principalmente di me stesso, ma anche di realtà diverse, di pensieri condivisi, di persone straordinarie.
Un luogo di condivisione e scambio, dove persone, e sottolineo persone, danno e prendono in cambio emozioni, conoscenza, memoria.
Che poi questo si sia trasformato in un “prodotto editoriale” è stato grazie alla benevolenza, alla sensibilità e all’amicizia di queste persone (Zena Roncada, per dirne una, lo stesso Giovanni Monasteri, ma anche altre che non nomino perché la lista si allungherebbe a dismisura).
Mi ritengo fortunato. Principalmente di essere capitato, fin da subito, in una cerchia di bloggers (te compreso!) che non si nascondevano dietro un nickname, per apparire meglio, ma usavano quel nickname per mettersi in gioco, senza clamori e senza vergogna. Il resto è venuto da sé, coi tempi suoi.

Grazie Massimo per la cortesia e la sincerità con la quale hai risposto a queste domande e buona fortuna, lunga vita e prosperità a In levare.

 

visita i blog di Massimo La Spina: www.usermax.splinder.com

e www.polvereplastica.splinder.com

scarica gratuitamente l'e-book In Levare da qui:


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Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Maggio 2010 23:19