15

Mag

2008

Intervista a Aldo Moscatelli
serate evento - interviste agli scrittori

Scrittore e editore de I Sognatori
Casa editrice per visionari senza voce

 


(data di inserimento: 23 aprile 2008)

 

di Alberto Carollo per [CaRtaCaNta©]laboratorio di materiali narrativi

AC: La prima domanda che pongo a Aldo Moscatelli, scrittore e editore, per rompere il ghiaccio e riscaldare la platea, è: come è nato il Moscatelli scrittore, e su quali libri e esperienze di vita e arte si è formato?

Aldo Moscatelli: ho iniziato a scrivere attorno ai 14 anni, obbrobri pedissequi che mischiavano tematiche e idee mutuate dall’ambito cinematografico (mia grande passione) e ovviamente da quello letterario. Prendevo un po’ da questo e un po’ da quello, centrifugavo e per qualche ora credevo di aver scritto un lavoro valido. A distanza di ventiquattro ore o giù di lì, stracciavo tutto e ricominciavo daccapo. Non riuscivo a staccarmi dai miei modelli di riferimento, quindi citavo a piene mani senza mai giungere a qualcosa di originale. Ero un piccolo Quentin Tarantino in salsa letteraria, ma – a differenza sua – senza alcun talento. Questa storia è durata quattro lunghi anni, quasi cinque. Poi (superata la maggiore età) scrissi “Istantanea”, racconto presente nella raccolta “Il cimitero dei giocattoli inutili”: quello è stato il primo lavoro del quale sono andato fiero. Da lì in poi la strada è stata in discesa: ero maturato senza accorgermene. Potevo leggere di tutto, senza il timore di restarne influenzato. Gran bella cosa. Mi sono formato su libri di vario genere, ma Edgar Allan Poe è lo scrittore che mi ha influenzato maggiormente. Una faticaccia, dover rinunciare all’ascendente di un autore che per me rimane una specie di divinità. Ma era necessario. Poi ho amato Kafka, Lovecraft, più tardi Benni, Orwell, Exupery, Steinbeck, e altri ancora. Va detto però che senza la lettura dei saggi incentrati sugli argomenti a me cari (filosofia, religione, musica, cinema, politica, storia, psicologia, antropologia, fenomeni poco noti e/o poco chiari) mai avrei potuto scrivere determinate cose. Questo patchwork di interessi sfocia ovviamente in un insieme di esperienze e influenze: adoro per motivi diversi Kafka e Mario Bava, Poe ed Alice Cooper, Orwell e Freud, Lucio Fulci, Bakunin, Montaigne, Dario Argento, Socrate, Romero, Delumeau e altri “miti” personali.

AC: Va da sé che a un certo punto l’esordiente Moscatelli abbia inviato i suoi manoscritti a qualche casa editrice, affacciandosi al variegato mondo dell’editoria italiana. Com’è andata, qual è stata la tua esperienza con gli editori che hai avuto modo di contattare? Come giudichi il panorama editoriale odierno?

Aldo Moscatelli: uno schifo, sia la mia esperienza sia il panorama attuale. Ne ho viste di tutti i colori: richieste di contributo, tentativi di raggiro, false promesse, mail senza risposta, responsi mai ottenuti, imbecilli che prima ti chiedono di inviare il tuo romanzo e quattro mesi dopo ti dicono che loro non pubblicano romanzi, concorsi truccati o truffaldini, tempi di valutazione non rispettati, voltafaccia di chi fino a un minuto prima (quando aveva da guadagnarci qualcosa) lodava le capacità letterarie del sottoscritto. Di tutto. La situazione attuale non è migliore. Molti esordienti mi raccontano privatamente le loro esperienze, e posso dire senza timore di smentita che forse il numero di squali è aumentato, in questi anni: nella grande e nella piccola editoria, in quella a pagamento e in quella non a pagamento. La cosa che m’infastidisce di più è vedere gente che fino a quattro anni fa chiedeva il contributo editoriale sbandierare, adesso, il vessillo della contrarietà. Si sono arricchiti coi soldi di chi ha abboccato (non io, per fortuna), e ora – forse – il contributo non lo chiedono più; ma è troppo semplice, a distanza di neanche un lustro, voler passare dalla parte degli “onesti”. Francamente, quelli che io definisco i Mastella dell’editoria mi danno il voltastomaco.

AC: Quando hai sentito l’esigenza di diventare editore di te stesso e di altri autori, e con quali propositi?


Aldo Moscatelli: dieci anni di gavetta non si dimenticano. Dieci anni passati a ingoiare veleno. Non ho mai piegato la testa davanti a richieste di contributo, scendere a compromessi non è la cosa che mi riesce meglio, e quando potevo leccare qualche importante fondoschiena per ottenere determinati vantaggi, ho risposto “picche” (e anche qualcos’altro, che non riporto per buongusto). Ero nauseato. Così, ancor prima di terminare gli studi universitari è maturata l’idea della casa editrice. Senza l’aiuto e il supporto costante (non solo creativo) di Francesca Santamaria, non ce l’avrei mai fatta. Poi è successo. Una volta Nelson Mandela disse: “un vincitore è un sognatore che non si è arreso”. Ho fatto mio quel motto. Probabilmente un posto come assistente all’Università non me lo toglieva nessuno, ma ho preferito complicarmi la vita.
Ho fondato I sognatori per poter pubblicare anche i miei lavori, e questo fattore non l’ho mai nascosto. Ma come già detto altrove, neanche un malato di mente metterebbe su una casa editrice per assecondare esclusivamente il proprio ego. Al massimo apre un sito, pubblica con Lulu, si rivolge a una tipografia e stampa a proprie spese l’opera… ma non fonda una casa editrice. Troppo lavoro, troppi soldi che se ne vanno senza garanzia di ritorno, troppe responsabilità.
Sapevo fin dall’inizio, piuttosto, che le difficoltà da me patite in ambito editoriale erano le stesse incontrate da altri scrittori esordienti. Gente che (come Flavio Pagani, scrittore del quale ho pubblicato da poco l’opera prima, “Lapsus”) stentava a trovare un editore per via del dio denaro, che in ambito editoriale ormai decide tutto, laddove un tempo si riuscivano a conciliare esigenze economiche e qualità letteraria. I Sognatori, quindi, è nata col compito precipuo di portare a galla i nomi ingiustamente esclusi dal panorama editoriale, magari per il poco appeal commerciale dei loro lavori.
Faccio anche notare che io non guadagno un centesimo dalla vendita dei miei libri: l’intero ricavato viene reinvestito nell’attività editoriale, dal momento che non vi sono percentuali da attribuire al sottoscritto. Gli ultimi tre libri (l’antologia “Un sogno dentro un sogno”, “Lapsus” di Flavio Pagani e “Altrove da me” di Lucilla Galanti) non li ho pagati con una stretta di mano, per intenderci.

AC: Non ritieni che la tua attività di editore ti sottragga tempo e energie che potresti dedicare più proficuamente alla scrittura? Oppure pensi, al contrario, che la tua esperienza come editore e revisore dei manoscritti che ti vengono sottoposti possa essere tesaurizzata e confluire positivamente nella tua produzione narrativa?

Aldo Moscatelli: mi spiace non poter articolare bene la risposta, ma in verità ho potuto conciliare i due ruoli (editore e scrittore) soltanto nel primo anno di attività. Adesso non più. Gli impegni editoriali non sottraggono tempo: lo assorbono completamente. Non tocco penna ormai da 11 mesi, e non credo che la situazione migliorerà nel 2008 o nel 2009. Questa impossibilità genera grande sofferenza, è ovvio. Comunque qualche soddisfazione me la sono tolta, pubblico l’ultimo libro e poi tanti saluti, editore a tempo pieno. Non so per quanto… non lo so davvero. I ventiquattro lettori (uno in meno del Manzoni, non sono famoso come lui) che mi seguono con affetto se ne faranno una ragione. Certo, se il mio prossimo libro dovesse registrare un boom di vendite e consensi, il segnale lanciato dai lettori mi inciterebbe a tornare sulla decisione presa. Non si sa mai.
Comunque no, l’analisi dei manoscritti altrui non influenza minimamente la mia produzione letteraria. Non sono Manzoni, dicevo, ma neanche Stephen King, che notoriamente prende spunto dai libri degli scrittori esordienti americani per (ri)scrivere ciò che scrive.
Figuriamoci, ho troppe idee per la testa già di mio!

AC: Come organizzi la tua giornata di editore e scrittore? Dove trovi il tempo per scrivere e come ti organizzi? Hai qualche aneddoto o piccolo segreto da condividere con chi vorrebbe aspirare a diventare uno scrittore e pensa sia un’impresa titanica?

Aldo Moscatelli: sveglia alle 7.00, si comincia a lavorare alle 8.00 e si tira avanti fino alle 13.00. Pausa pranzo, si riattacca alle 16.00 e la giornata di lavoro ha termine alle 21.00. A volte si sforano gli orari, specie nei periodi di “pienone”. Niente vacanze, lavoro anche a Pasqua, Ferragosto e Capodanno.
Tutto questo riguarda l’Aldo editore, perché come già detto l’Aldo scrittore non esiste più da mesi. Da circa un anno sto portando avanti il lavoro (complicatissimo) di revisione del mio prossimo libro, ma ho imposto a me stesso di dedicargli non più di dieci minuti al giorno, su per giù. A volte non lo tocco nemmeno.
Agli aspiranti scrittori evito, in genere, di fornire consigli. Però cito spesso una frase di Ojetti: “credete in voi stessi quando scrivete; dubitate, come un nemico, quando vi rileggete”.
E poi: cercate i vostri maestri, poi imparate a non seguirli.

AC: Con la tua casa editrice hai pubblicato due testi, L’orologio di cenere (I sognatori, 2006) e Il cimitero dei giocattoli inutili (I sognatori, 2007). Si tratta di due libri molto diversi per genere, struttura e stile. Vuoi dirci qualcosa sulla loro genesi e sul loro sviluppo? Come li consideri, ora, che i sogni si sono trasformati in oggetti reali, congedati dalla tua creatività col viatico della pubblicazione?


Aldo Moscatelli: li considero ancora oggi due buoni libri. In giro c’è di meglio, ma anche di peggio.
Con “L’orologio di cenere”, noir apparentemente rigoroso, intendevo invece sperimentare; ho voluto calare l’hard boiled nei nostri tempi, porre un investigatore vecchio stampo (alla Marlowe) in un contesto assai moderno, in cui la perspicacia dell’intelletto umano è stata soppiantata dalla fredda pseudo-certezza dei computer, e le vecchie ricetrasmittenti dai cellulari. Peccato che questo sperimentalismo sia passato quasi inosservato, in favore di lati senza dubbio meno interessanti del romanzo (l’ambientazione non italiana, ad esempio). Comunque…
Se ben ricordo l’ho scritto in due o tre mesi, nel periodo universitario, con Tom Waits, Alice Cooper e Nick Cave in sottofondo, in rigorosa rotazione.
“Il cimitero dei giocattoli inutili” è una raccolta di racconti elaborati in un arco temporale di circa otto anni, se non vado errato. Si tratta di novelle il cui tema di fondo (anche questo, passato quasi inosservato) è la “diversità”, e i problemi che ne derivano. Diversa è l’onda che naviga controcorrente, diverso è l’uomo che cammina a testa in giù, diverso è il ragazzino di “Dissolvenze”, e così via. Un’esaltazione della diversità, attraverso racconti d’impronta favolistica. Tutto qui. A chi li ha letti, sono piaciuti. In tal senso ho compiuto un piccolo miracolo: quello di far affezionare a questa raccolta di racconti alcuni lettori che tendenzialmente non amano affatto le raccolte di racconti. È un vanto enorme, per me. Soprattutto perché io sono Aldo Moscatelli, non Edgar Allan Poe.

AC: A quando il tuo prossimo libro edito? Hai qualcosa in cantiere? Puoi dare delle anticipazioni ai tuoi lettori?

Aldo Moscatelli: è un romanzo, esce a giugno. Ma in questo periodo preferisco parlare dei miei scrittori piuttosto che dei miei scritti. Dico soltanto che il titolo del romanzo potrebbe procurarmi qualche problema.

AC: I sognatori garantiscono dei servizi che altre case editrici dicono di non potersi permettere, per vari motivi (specialmente per non perdere tempo e andare subito al sodo: procacciarsi il prodotto che gli è più congeniale, che presumono possa vendere bene, n.d.r.): mi riferisco a schede di valutazione (senza richiesta di contributo) dei manoscritti, un’attenta analisi dei testi e la ricerca di un feedback con gli autori, anche con coloro che, pur apprezzabili, non ritenete in sintonia con la vostra linea editoriale. Non ritieni che bisogna essere decisamente “coraggiosi”, degli autentici “sognatori”  con un pizzico di follia per varare un progetto editoriale come il tuo?  

Aldo Moscatelli: diciamo allora che le altre case editrici, più che puntare al sodo, puntano al soldo. Ad andare dritta al sodo è I Sognatori. E di questi tempi occorre davvero essere pazzi per offrire quello che altri mai si sognerebbero (appunto…) di offrire. Ma tanto non serve a nulla, o giù di lì. Io, finché la salute mi assisterà, andrò avanti per la mia strada. Qualcuno che apprezza e aiuta c’è, e tanto basta. Altri si limitano a dire “bravi, bravi”, una pacca sulla spalla e un bel calcio nel sedere. Ma a dire “bravi, bravi” non ci vuole niente. Delle volte vorrei che alle parole seguissero i fatti, ma tant’è. Ci sono scrittori esordienti che si vedono recapitare una scheda di valutazione coi fiocchi, roba che a chiederla a un’agenzia letteraria non ti spillano meno di 50 euro. Alcuni ringraziano, altri nemmeno. Quasi nessuno fa un passettino in più. Così, tanto per dimostrare che a volte la stima può concretizzarsi in un gesto sincero. Per citare il mio River Crane: “parole di fumo: salgono al cielo, e poi si dissolvono”.

AC: Quanto è importante per te l’attenzione da dedicare a un autore, la qualità dell’editing e la composizione dell’oggetto-libro, dall’immagine di copertina alla scelta della carta? E come conciliate, in generale, il “fattore qualità” con la necessità di far quadrare il bilancio?

Aldo Moscatelli: importanza capitale, Alberto. Non a caso stampiamo in off-set, non in digitale. I costi così raddoppiano, ma chi se ne frega. Se devo editare un romanzo, almeno che esca bene. Sul fronte editing stiamo migliorando, tant’è che “Lapsus” secondo me è perfetto. La qualità della carta è ottima: anche qui, costi elevati. Le nostre copertine… beh, Francesca Santamaria si sta facendo un nome all’interno della scena, e devo dire che io copertine così originali non ne ho mai viste. Evito come la peste gli elementi superflui di un libro, tipo i risvolti e le sovraccoperte. Li considero alla stregua degli effetti speciali digitali: sfavillanti ma fasulli, nonché brutti a vedersi e spesso inutili.
Il bilancio… un occhio lo getto, non lo nego, ma sto andando avanti a testa bassa, consapevole dei rischi che corro. Compio delle scelte, quasi degli azzardi, e me ne faccio carico. Dopo sta ai lettori (e non solo) premiare tali scelte. Ricordo un tale, uno scrittore esordiente, che – nero su bianco – mi garantì la vendita di duemila copie del suo manoscritto, qualora gliel’avessi pubblicato. Unica condizione: dovevo valutare il romanzo in una settimana. Gli dissi che non se ne parlava, perché prima del sul lavoro ce n’erano altri cinquanta da leggere, e non sarebbe stato corretto nei riguardi dei rispettivi autori lasciarlo passare avanti. Risultato: non si è più fatto sentire. Ho gettato nel cesso… non so, 10.000 euro? 15.000?
Come consigliava saggiamente Freddie Mercury: “qualunque cosa fai, falla con stile”

AC: Uno degli slogan della vostra casa editrice è “NO alle librerie”. Piuttosto insolito e curioso per quelli che sono abitualmente i luoghi deputati a ospitare e promuovere le nuove uscite librarie. Vuoi parlarci più nel dettaglio di questa vostra linea di condotta?

Aldo Moscatelli: partiamo da un presupposto: librerie vere, in senso tradizionale, quelle che nell’immaginario collettivo rimangono avvolte da un’aura di romantica sacralità, ormai ce ne sono pochine. Alcune si sono involute: non sono altro che supermarket (your supermarket dream, cantava Frank Zappa), in cui ormai sono presenti più ragazzini in piena esplosione ormonale – alla ricerca di coetanei dell’altro sesso – che lettori veri. La struttura del megastore ha rimpiazzato quella della libreria in senso stretto. Ad ogni modo, entrare in una libreria come “lettore” non ha niente a che vedere con l’entrare in libreria da “editore”. Il primo deve acquistare, il secondo vendere, ed è qui che si complicano le cose. I canali di distribuzione italiani (uno dei quali, a detta di tutti, lavora malissimo) costano parecchio, il che conduce a un aumento più che naturale del prezzo di copertina, ma in generale una distribuzione capillare è pressoché impossibile per una piccola casa editrice. Quello che davvero non accetto è l’opzione dei resi: se una libreria non vende i libri che le fornisco, sono costretto a riprenderli e a risarcirla. Ora, se le librerie offrissero ad ogni case editrice pari opportunità, in cambio dello sconto librario (30%, se ben ricordo), la cosa mi andrebbe pure bene. Ma è stranoto che le librerie ormai garantiscono la visibilità (della vetrina, e non solo) unicamente ai soliti noti; i libri degli sconosciuti (editore e scrittore) vengono lasciati in un angolino a prendere polvere, non vi è alcun interesse da parte loro a consigliare o porre in risalto il romanzo di un anonimo, per bravo che sia.
La domanda è: siamo sicuri che in libreria il lettore snobba un’opera per via della bassa qualità, sempre e comunque? O capita a volte che il lettore non veda determinati libri perché qualcuno ha deciso dall’alto che a doversi mostrare in tutto il loro splendore debbano essere altri libri, qualitativamente inferiori? E allora perché, caro libraio, devo risarcirti il prezzo dei libri che tu non hai saputo vendere? E perché io editore devo esercitare il rischio d’impresa, investendo risorse di ogni tipo in scrittori capaci ma affatto noti, e tu libraio invece no? A me non sembra giusto, ed è per questo – pur sapendo che qualche eccezione ancora c’è, nel mondo delle librerie – che ho preferito sin dall’inizio saltare questo passaggio della distribuzione, rivolgendomi al web.

AC: Una parte cospicua della diffusione dei vostri libri e delle vostre iniziative viene dal Web, ambiente nel quale I sognatori si muovono a loro agio. Cosa ha rappresentato e rappresenta un media trasversale dalle vaste potenzialità – forse per certi versi ancora da conoscere e imparare a gestire - come la rete per uno scrittore e un editore?

Aldo Moscatelli: una continua fonte di sorprese, positive e negative. C’è chi mi ha definito un cerebroleso (ma anche di peggio), chi un pressappochista che non tiene conto di questo e di quello, ma anche (cito testualmente) un “editore con le palle quadrate”. Chiaramente tendo a prendere un po’ tutto col sorriso sulle labbra, non posso impedire a qualcuno di formarsi un’opinione, corretta o fuorviante che sia. Ma alla fin della fiera io mi considero un editore sui generis, uno scrittore esordiente che è passato dall’altra parte e non ha voglia di dimenticare. Tutto qui. La rete, in quest’ottica, può aumentare la popolarità, fungere da cassa di risonanza per un messaggio, ma anche distorcere la realtà. Di tanto in tanto trovi qualcuno che ti rema contro, ma personalmente i favori di quest’ultima tipologia di individui non mi interessano. Parafrasando Lawrence, si tratta di gente che non sa di cosa parla o che parla come se lo sapesse.
Comunque mi è stato riferito che I Sognatori gode di buona popolarità presso i forum frequentati dagli scrittori: non ho verificato minuziosamente, ma credo sia un buon segnale. Purtroppo “buona popolarità” non coincide con “garanzia di vendita”. L’esterofilia e la tendenza ad acquistare il libro sulla bocca di tutti, permangono. La rete è dispersiva, e noto con rammarico che per di più è in costante aumento il numero di “mercenari” al soldo di scrittori e case editrici, soggetti che esaltano in ogni luogo i libri di amici, parenti o datori di lavoro. In questo senso non sono affatto ottimista, non credo (come Beppe Grillo) che la rete risolverà ogni problema, in un prossimo futuro. È una tristezza: il web dovrebbe rappresentare l’alternativa a certi giochetti commerciali, non la conferma. Mi chiedo come faccia certa gente a vivere in pace con la propria coscienza: se qualcuno esaltasse un libro dei Sognatori senza averlo gradito e nel tentativo di guadagnarci qualcosa, in nome di un’amicizia che a quel punto sarebbe tutta da verificare, m’incazzerei come una iena.

AC: I sognatori è anche un blog e nella blogosfera avete tessuto dei legami saldi e – mi sembra di capire – proficui. Cosa pensi del fenomeno blog, dei blogger in generale e nella fattispecie di quei blogger che si interessano di lettura e scrittura?


Aldo Moscatelli: ho conosciuto persone meravigliose grazie ai blog, e già questo mi rende felice. Penso che – almeno in potenza – siano un ottimo tavolo di confronto. Ne visito davvero pochi, per questioni di tempo, evitando accuratamente quelli in cui vengono trattati argomenti che non mi interessano o che propinano (e sono tanti) chiacchiere da bar. Soprattutto, evito quelli in cui ci si scanna per argomenti futili (che so… i reality, le boyband) o per argomenti alti (letteratura, problematiche sociali, guerre, ecc…). Mi ricordano la Borsa di Milano prima che il sistema informatico mettesse un freno alle urla dei traders.
Dei blogger penso che… mah, diciamo che rispecchiano i blog nei quali scrivono, quindi se apprezzo un blog solitamente apprezzo anche il blogger che c’è “dietro”. A volte si può essere in disaccordo su qualcosa, ma che importa, grande rispetto può sussistere anche fra gente che la pensa in maniera diversa.
Sui blogger che si interessano di lettura … allora, in linea generale credo che il proprietario di un blog sia libero di scrivere, a casa sua, quel che gli pare: chi non apprezza può rivolgersi altrove, di blog ne esistono milioni. L’importante è mantenere un atteggiamento analitico, formarsi un’idea. Di contro, ritengo anche che a livello di recensioni (i classici non corrono certi rischi, quindi mi riferisco alla narrativa contemporanea, specie se italiana) vi siano troppi particolarismi, troppe implicazioni. La valutazione libera di un libro recente è cosa rara. Per questo appoggio iniziative come quella di BibLogs, social network nel quale sono presenti lettori comuni il cui obiettivo è parlare di libri senza darsi addosso continuamente; fra di essi vi sono lettori che non hanno gradito determinati libri dei Sognatori, e questo paradossalmente mi tranquillizza: significa che hanno la libertà di dire quel che vogliono, senza pressioni interne o ingerenze esterne. Spero che questo presupposto non venga mai a mancare. Siti ben più noti, invece, sono colmi di scrittori, lettori-scrittori, giornalisti-scrittori e scrittori camuffati da “uomo qualunque”… scrittori, insomma… che guerreggiano fra loro senza mai giungere a nulla di concreto e serio. Personalmente mi fanno ridere.
I blogger scrittori… argomento spinoso! Non ho una conoscenza del fenomeno tale da poter esprimere un giudizio scevro da eventuali critiche, quindi l’unica cosa che posso dire è che – in base alla mia esperienza – molti blog sono “laboratori” individuali nei quali i rispettivi autori tentano un approccio diretto coi blogger-lettori. In questo non vi è assolutamente nulla di sbagliato. Alcuni sono bravi, altri no. Il problema, se c’è, non riguarda chi scrive, ma chi legge, cioè coloro che vengono chiamati a esprimere un giudizio, e che tropo spesso incoraggiano anche scrittori poco o nulla dotati. Per amicizia, empatia, colleganza, o altro ancora.  A volte senza possedere le “armi” culturali necessarie per un’attenta valutazione. Ecco perché molti di loro si ritrovano poi ad essere stroncati da chi, professionalmente, è abituato a giudicare un’opera attenendosi unicamente agli elementi narrativi, senza alcun coinvolgimento emotivo.
Un discorso a parte meritano gli scrittori “che ce l’hanno fatta”, quelli già pubblicati. Io guardo con benevolenza gli esordienti che, tra mille sforzi, tentano di scrivere sul proprio blog qualcosa di valido. Spesso sono umili e sinceri, quindi vanno rispettati. Minore simpatia suscitano in me quegli scrittori che si vantano puerilmente di essere stati pubblicati da tizio e caio, atteggiandosi a blogstar e ponendosi già, con un solo libro edito alle spalle (magari pubblicato a pagamento, sai che ci vuole… anzi sì, lo so: un portafogli gonfio) come punto di riferimento per gli altri. Per chi è “rimasto indietro”.
Ovviamente mi riferisco a una minoranza di scrittori tronfi e impettiti, ma c’è.
Senza contare che tra le loro fila militano individui che un tempo gridavano “abbasso l’editoria a pagamento”, “abbasso i concorsi letterari cretini”, “abbasso le agenzie letterarie”, “abbasso i giornalisti nepotisti e corrotti”. Adesso abbassano soltanto i pantaloni, questi signori, e pubblicano per case editrici a pagamento (quando non ne sono a capo), pubblicizzano concorsi letterari cretini e agenzie che da anni combinano disastri (sapessi cosa mi raccontano, certi scrittori esordienti…) e gozzovigliano coi giornalisti nepotisti e corrotti, nel clangore dei “sei bravo!” e nel tintinnare dei “no, tu sei più bravo, dai!”.

AC: Quello dell’editoria a pagamento è un tema controverso e decisamente attuale sul Web. Basta leggere gli intenti della vostra casa nel vostro sito, e alcuni articoli di approfondimento sulla vostra linea editoriale per comprendere qual è la vostra posizione, ma vorresti sintetizzarla a beneficio dei nostri lettori?

Aldo Moscatelli: ricordi le 95 tesi di Lutero? Beh, da un po’ sto lavorando a qualcosa di simile, ma nel mio caso il nemico non è la liceità delle indulgenze, bensì quella della richiesta di contributo. Su questo tema mi hanno accusato di speculare (gli altri chiedono soldi e io speculo, pensa un po’!) e di mostrare posizioni troppo rigide (peccato che io motivo sempre le mie scelte, a differenza di altri che si limitano a generici “non è così”, sta di fatto che da due anni attendo che qualcuno tiri fuori un’argomentazione in grado di mettermi in difficoltà, e non è ancora arrivata). Il mio pensiero è troppo complesso per poterlo riassumere in poche righe; posso però dire che sono CONTRO la richiesta di contributo, in ogni sua possibile manifestazione. Chi obbliga un autore ad acquistare copie del libro che lui stesso ha scritto, o a pagare (rifuggendo così le proprie responsabilità sul fronte dell’investimento) una cifra qualunque, ha in me un nemico irriducibile. Non ritengo vi siano situazioni in cui la richiesta di contributo possa rientrare in una sfera di liceità. Credo pure, e lo dimostrerò, che nella realtà dei fatti (se vogliamo lavorare di fantasia è un altro conto) la richiesta di contributo vada ad esclusivo vantaggio dell’editore, sempre e comunque. Chi s’illude che (ribadisco: nella realtà dei fatti) vi siano piacevoli eccezioni, si sbaglia di grosso. Ma ne riparlerò a tempo debito…

AC: Di recente è uscito un vostro nuovo libro: Lapsus di Flavio Pagani. So che il vostro catalogo, proprio per le sue caratteristiche, è piuttosto selettivo. Dateci cinque buoni motivi per avvicinarci a questo vostro nuovo autore e al suo romanzo.


Aldo Moscatelli: è selettivo perché siamo una casa editrice, non una tipografia, né un servizio di print on demand, né una casa editrice a pagamento. Ci pensano già queste realtà a pubblicare il primo che capita. Noi facciamo filtro, com’è giusto che sia. Il che significa che leggiamo quel che arriva in redazione, cosa che non tutti possono dichiarare mettendo la mano sul fuoco. D’altronde i dati (aggiornati all’ottobre 2007) parlano chiaro: il 71% degli italiani non acquista libri. Il restante 29% si divide fra lettori “deboli” (24%), “medi” (4%) e “forti” (1%). Aggiungiamo il fatto che il 50% dei libri pubblicati ogni anno in Italia vende una sola copia. A che serve allora inzeppare un mercato già saturo? Ad alimentare la deforestazione? O per caso qualcuno (devo specificare chi?) ha tutto da guadagnarci dalla stampa a getto continuo di cani e porci?
Per quanto riguarda “Lapsus”… ah, Flavio Pagani! Ottimo scrittore, bella persona e narratore di rara fantasia. Il suo libro ne rispecchia le doti umane e artistiche, quindi direi che:

A) “Lapsus” è un romanzo scritto benissimo, cosa assai rara di questi tempi;

B) “Lapsus” è originale, innovativo, sperimentale, coraggioso;

C) “Lapsus” rifugge qualunque tentativo d’inquadramento in categorie già note, per via delle mille contaminazioni in esso presenti;

D) “Lapsus” sa divertire e indurre alla riflessione, in maniera mai scontata;

E) “Lapsus” gode di una veste grafica meravigliosa (opera della nostra Francesca Santamaria, e chi sennò?), rispetto alla media e all’investimento effettuato costa poco (10,90 euro), ed è stato pubblicato dalla casa editrice I Sognatori.

Col tuo permesso, Alberto, vorrei spendere due parole anche per “Altrove da me”, il nostro ultimo libro. Si tratta di un romanzo per certi versi accostabile a “Lapsus”, ma in versione nera. Intendo dire che “Altrove da me” è a suo modo surreale come “Lapsus”, sperimentale (secondo me piacerà ai sostenitori di Celine, Burroughs e forse Palahniuk ) come “Lapsus”, a suo modo anche ironico. Ma è nero. Parla di disagio, quello esistenziale (sono presenti echi di Sartre e Kafka), e lo fa attraverso una storia assurda, grottesca, piena di metafore e sottesi. È un romanzo che può far male, specie nella descrizione delle “disavventure” (chiamiamole così) cui va incontro la protagonista dell’opera. Il tutto stemperato da un umorismo nero straordinario. Lucilla Galanti ha soltanto vent’anni, ma è già un’ottima scrittrice.

AC: Avete varato la seconda edizione di un concorso letterario, Un sogno dentro un sogno. L’edizione dello scorso anno ha avuto un buon riscontro – avete pure tratto un’antologia dei racconti finalisti - e vi preparate a ripeterne il successo. Vuoi parlarcene e fornire qualche consiglio a chi intende concorrere?

Aldo Moscatelli: che posso dire? È un concorso che l’anno scorso ha messo d’accordo vincitori e vinti, soprattutto su un fattore: l’onestà con la quale è stato portato avanti. Abbiamo mantenuto promesse e premesse, nonché pubblicato un’antologia d’alto livello, che è piaciuta un po’ a tutti. Persino alcuni partecipanti non premiati l’hanno acquistata e gradita. Segno che le nostre scelte non sono state compiute su fattori che prescindessero dalla qualità. Quest’anno si replica, con una serie di interessanti novità che gli interessati possono leggere qui.
Consigli non posso darne, anche perché non saprei cosa consigliare ai partecipanti. Apprezzo l’originalità, quindi cercate di non seguire strade già battute. Per il genere non c’è problema, l’importante è non distanziarsi dal tema centrale del concorso, che anche quest’anno è “il sogno”.

AC: Mi sembra di capire, insomma, che sognare è un lusso che dobbiamo concederci, ma è anche un impegno costante, un habitus mentale attivo, combattivo e partecipe. Se ti chiedessi: come vedi il percorso del Moscatelli scrittore e editore dal 2006 (nascita della casa editrice) a oggi? E come credi o ti auspichi si evolverà il progetto de I sognatori da qui a – poniamo – una decina d’anni?

Aldo Moscatelli: possiamo parlare del passato e del presente, Alberto.
Francamente, non sono cambiato granché. E la cosa mi stupisce, perché nel mio campo professionale si fa presto a cambiare idee, bandiera e anche la faccia. Continuo a lavorare onestamente, e a sperare che le cose proseguano per il meglio. Menefreghista nei confronti di una realtà che non mi piace, un po’ pazzo sognatore, sempre meno scrittore e sempre più editore.
Da quando ho cominciato a svolgere questo lavoro, parecchia gente ha tentato di “illuminarmi” con consigli di vario tipo. Tanti bravi maestrini improvvisati: “in ambito editoriale le cose vanno così, le cose si fanno così, la realtà è questa, puoi sognare quanto vuoi, io ho lavorato in una casa editrice e so per esperienza che…”. Il punto è che la gente non accetta facilmente i cambiamenti, e quando qualcuno tenta di infrangere concretamente le regole dello status quo, viene guardato con diffidenza e ostilità.
Vuoi la verità, caro Alberto? Me ne sbatto, le cose le faccio come dico io. Bernard Shaw scrisse: “alcuni vedono le cose come sono e dicono: perchè? Io sogno cose che ancora non esistono e chiedo: perchè no?”.
Vivo alla giornata, insomma, per mettere un mattone sull’altro, e realizzare quel che vedo. Il mio lavoro, non lo cambierei con nessun altro. Vorrei dedicare un po’ più di tempo alla scrittura (si era capito?), che forse è anche l’unica cosa che mi riesce davvero bene in questa vita, ma forse ci sarà qualche occasione. In futuro, chissà…
Vogliamo cadere nella retorica? Ho un tetto, un lavoro, i miei trent’anni, la salute e gli affetti. Il resto, se verrà, è bene. Altrimenti pazienza. Non sono ossessionato dal successo, in qualunque forma e in qualunque entità. Mi piacerebbe aiutare altri scrittori esordienti, tutto qui.
Provengo da una famiglia di agricoltori, conosco in prima persona la fatica fisica, i sacrifici economici, cosa vuol dire “risparmiare”, cosa vuol dire “vivere”. E ciò che conosco non può spaventarmi. La mia tesi di laurea fu sulle “paure umane”, lo sapevi?
Tra dieci anni… e chi mi dà la garanzia che ci sarò ancora, professionalmente o (nella peggiore delle ipotesi) fisicamente? Preferisco non fare progetti a lunga scadenza, ché poi vanno a male.
La saggezza popolare, spesso contraddittoria, dichiara da un lato: “chi ha tempo non aspetti tempo”, e dall’altro “tempo al tempo”. Io sposo entrambe le tesi: ho tempo e quindi mi do da fare, ma per raggiungere certi obiettivi ne occorre in misura maggiore, bisogna armarsi di pazienza e sperare.
Mi auguro soltanto che le cose vadano bene per davvero, in modo da creare un precedente, e dare forza a… come chiamarli? Utopisti? Sognatori? Idealisti? Quelli, insomma, che davanti al maestrino sbraitante, che ha imparato a memoria la preghiera del “la realtà è questa, le cose vanno in questo modo e non ci si può far niente”, potranno finalmente rispondere: “Ma se ce l’ha fatta Moscatelli a cambiare le cose, perchè non dovrei riuscirci io?”.

   
  
 

ALDO MOSCATELLI interverrà a villa Lattes, Vicenza,
per presentare la casa editrice I sognatori e le sue due ultime uscite editoriali, Altrove da me di Lucilla Galanti e Lapsus di Flavio Pagani in presenza degli autori
il prossimo 30 maggio 2008 alle ore 20.30.

informazioni: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.


Commenti
Nuovo RSS
+/-
Commenta
Nome:
Email:
 
Website:
Titolo:
 
:angry::0:confused::cheer:B):evil::silly::dry::lol::kiss::D:pinch:
:(:shock::X:side::):P:unsure::woohoo::huh::whistle:;):s
 

3.26 Copyright (C) 2008 Compojoom.com / Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved."

Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Maggio 2010 23:19