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a cura di Patrizia Sartori
Milvia Comastri: Beh, prima di tutto grazie per aver trovato, nei miei racconti, tanti aspetti diversi. Mi fa davvero molto piacere. Rispondendo, poi, a questa tua prima domanda, posso solo affermare che nella stesura di un racconto intervengono un po’ tutti gli elementi che hai elencato. A volte basta una frase ascoltata per strada per dare il via a un primo input. Il resto lo fa l’immaginazione, e la storia nasce pian piano dentro la mia testa prima ancora di mettermi davanti al computer e mi accompagna per giorni, a volte anche per mesi. E’ come se preparassi gli ingredienti per fare un dolce e li allineassi tutti sul piano del tavolo. Poi, quando inizio a scrivere, gli elementi si miscelano e ne aggiungo di nuovi, pescati da ricordi personali (che rimangono però sempre come una sorta di accessorio al testo) e, se la storia mi conduce in territori a me ignoti, ecco che inizio a raccogliere informazioni. In questo cerco di essere piuttosto precisa, perché mi spaventa scrivere su qualcosa che non conosco. PS: Milvia, donna, cuoca e scrittrice; cosa hanno in comune e cosa cambieresti in queste tue tre versioni? MC: Credo che un denominatore comune sia la creatività e la curiosità di sperimentare. E anche di agire, cucinare e scrivere cercando di non aver nessun tipo di pregiudizio: né sulle persone che conosco, né sugli ingredienti da abbinare in un cibo, né sui personaggi che a volte entrano prepotentemente nelle storie che scrivo e prendono il comando. Cercando, ho detto, perché non sempre ci riesco. E quindi è proprio questo che vorrei cambiare, in tutte e tre le mie versioni: essere più determinata nelle scelte, forse avere quel pizzico di audacia che con il passare degli anni si è andato spegnendo. PS: Come è nata l’idea di associare la cucina alla scrittura? MC: Non lo so, se devo dare una risposta razionale la risposta è che non lo so. Credo però che una ragione ci sia, anche se l’ho capita a posteriori: non mi sono occupata di scrittura per interi decenni, per trentadue anni ho abbandonato il sogno che avevo coltivato fin dall’infanzia. In quel lungo periodo ho scoperto, però, che mi piaceva tantissimo cucinare, inventando ricette come prima avevo inventato storie. Quando, per eventi non felici della vita, ho ripreso a scrivere, sono nati quei racconti: una sorta di ricongiungimento, del tutto inconscio, di due periodi della mia esistenza. PS: La tua si potrebbe definire una scrittura “delicata”, senza eccessi o forzature, partecipe ma col dovuto distacco, che tende a evocare piuttosto che descrivere con minuzia di particolari. Il tono è sempre garbato, anche nel trattare situazioni scabrose o al limite: violenza, prevaricazione, ecc… Di certo è una scrittura che potremmo, per alcune caratteristiche, definire “femminile”. Esiste secondo te una scrittura al femminile e, nello specifico, una scrittura al femminile da rivalutare, o senti questo termine come riduttivo? MC: E’ una domanda, questa, che mi sono posta anch’io tante volte. Francamente non sono sicura che esista una scrittura al femminile. Forse perché non mi piacciono molto le classificazioni. Io credo che sia la visione del mondo che ognuno di noi ha, che ci porta a utilizzare una determinata modalità di scrittura. Insomma, è il carattere dello scrittore, sono le esperienze che lui ha vissuto, che danno al suo narrare un taglio particolare. E oggi come oggi le differenze fra i due sessi, per quanto riguarda le esperienze di vita, sono sempre minori. Forse le donne sono ancora dotate di uno sguardo più carico di “pietas” rispetto agli uomini. Forse è per questo che si può parlare di “scrittura al femminile”? PS: Quali sono, restando in tema di ricette, gli ingredienti che rendono uno scrittore un “buon scrittore”? MC: Dando per scontati alcuni ingredienti basilari (come il sale o lo zucchero in cucina), cioè avere una buona conoscenza della lingua con cui si scrive, e non stancarsi mai di leggere altri autori, secondo me l’ingrediente assolutamente indispensabile è l’onestà, verso se stessi e soprattutto verso il lettore. Non tradire il lettore utilizzando… effetti speciali posti qua e là per stupire a ogni costo, e rendere così una storia inverosimile e assurda. Essere un buon scrittore, per me, significa anche interagire con il lettore, lasciare spazio a lui e ai personaggi, non starsene in mezzo alle pagine con supponenza. Onestà, Umiltà: ecco gli ingredienti che non devono mancare a un buon scrittore. E al diavolo se i suoi libri non diventeranno mai best seller…. PS: Il grande pubblico odierno sembra ricercare nei libri emozioni forti: sesso, violenza, ritmo, suspense, distrazioni, grandi congegni narrativi (un titolo per tutti: Il codice da Vinci), senza soffermarsi troppo sullo stile, che risulta in molti best seller piuttosto omologato. Secondo te qual è un buon compromesso per aggiudicarsi una grossa fetta di lettori e conservare uno stile “singolare”, “personale”, ammesso che tu ti prefigga un obiettivo del genere? In altre parole, come conciliare l’autorialità con un occhio al mercato? MC: Ahi! Questa sì che è una domanda difficile… Non credo di avere la risposta…Personalmente non mi prefiggo l’obiettivo di avere una grossa fetta di lettori…Se scrivo lo faccio perché scrivere mi fa star bene, come sto bene quando ascolto buona musica. Certo, mi fa piacere se altri mi leggono, altrimenti non avrei neppure spedito il manoscritto della mia raccolta agli editori. Ma non penso mai al mercato…No, non so proprio rispondere, potrei solo ripetere quello che ho scritto nella precedente risposta. Ma non sarebbe la risposta giusta, lo so. PS: Nel tuo blog affronti spesso temi di carattere sociale. MC: Sì, credo che la parola scritta, in quest’epoca che si basa principalmente sull’immagine possa, anzi debba, avere ancora potere. La parola scritta fa riflettere. L’immagine rimane impressa per un attimo nella retina e se ne va, subito sostituita dalla successiva. Forse l’immagine influenza, positivamente, ma purtroppo molto più spesso negativamente, alcune nostre scelte. La parola però rimane, le parole sono pietre, diceva qualcuno, e la parola scritta può essere un macigno, un grido, un coltello. Certo, ci sono parole e parole. Ma indubbiamente la scrittura ci fa fermare un attimo, ci induce a pensare. E, di conseguenza, a non arrenderci e a continuare a combattere. PS: Ti definisci impulsiva e irrazionale, li consideri pregi o difetti relativamente allo scrivere? MC: La definizione che appare nel mio profilo di blogger è quella, è vero. Perché in parte lo sono, impulsiva e irrazionale. Credo però che siano due grandi difetti, per uno scrittore. Si può scrivere, sì, d’impulso. Ma poi bisogna lavorare giorni e giorni su quanto si è scritto, limare, correggere, limare, correggere, limare, correggere, fino a quando una vocina interiore ti dice: ecco, ora è a posto. E per quanto riguarda l’irrazionalità…beh, bisogna dosarla ben bene, come il sale…Un pizzico in più e l’arrosto è da buttare… Anzi, per chi scrive, meglio astenersi dall’usarla. PS: C’è qualcosa di cui ti piacerebbe scrivere e perché? I tuoi progetti futuri di scrittura e di vita, se hai voglia di parlarne. MC: Non ho un argomento particolare su cui mi piacerebbe scrivere: sono le storie che vengono a me, non io che le vado a cercare, quindi non so mai cosa possa succedere.
Leggi anche la presentazione del libro di Milvia Comastri: Donne, ricette, ritorni e abbandoni.
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| Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Maggio 2010 23:19 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Patrizia Sartori: I racconti di “Donne, ricette, ritorni e abbandoni” presentano una costruzione lineare e, al tempo stesso, esplorano l’essere umano a 360°, toccando e sviluppando valori e sentimenti sulle questioni cruciali dell’esistenza: l’amore, l’amicizia, la memoria del passato, il tradimento, la malattia e la solitudine, l’omosessualità, dal male di vivere alla riscoperta dei piaceri semplici, di ogni giorno, come la cucina, i suoi odori e sapori, il coinvolgimento di tutti i sensi oltre che della ragione e del pensiero. Hai preso spunto per scrivere da situazioni reali, da alcune tue esperienze e osservazioni? Quanto hai lavorato a tavolino raccogliendo informazioni e quanto, viceversa, hai fatto ricorso ai tuoi ricordi e alla tua immaginazione?






