Matteo Veronesi, Lettera dalla Dacia (agosto 2009)
con Note minime a cura di Elisabetta Brizio
e un commento di Patrizia Garofalo

Mi insegue fino qui come un’ombra malcerta il pensiero di me stesso - fino a questo lembo estremo di latinità dove ultima trema la nostra dolce radice prima che si franga e disperda fra aspri accenti d’oriente
Qui, dove il viso vetusto scavato, quasi d’uomo, dei Carpazi scherma l’afa d’Agosto e lascia vivo sul corpo e nel pensiero un filo acuto d’inverno che scende fino all’anima, e tortura o fa più viva la ferita mai chiusa di questa colpa incolpevole di non amare il mondo che in se stessa ha la sua pena infinita - anche qui torno a me stesso, mi vengo incontro come il mio spettro più tetro - in questa piega, in questo gorgo del tempo ricurvo su se stesso come un orfano in lacrime
Come disteso sul limite, sull’esile lama incosciente che divide lo spazio incolore di una liquescente Europa - e così me da me stesso, il mio antico gelo d’amore, da questo amore che muore o forse non è nato - e dalla vanità del travaglio il bianco della pagina, ciò che non fu e non sarà da ciò che poteva essere pur se chiamato al niente - getto al deserto il mio grido senza voce alla sorgente ghiacciata dei giorni il mio pianto senza lacrime, il mio tormento indifferente - e i miei anni alla tomba del futuro all’armoniosa morte senza morte
Matteo Veronesi, nato a Bologna nel 1975, è dottore di ricerca in Italianistica. Oltre ad aver pubblicato saggi letterari su varie riviste (fra cui «Poesia», «Poetiche», «Testo», «Atelier», «Il Domenicale», «Bibliomanie») e curato edizioni di Seneca, Poe e Pirandello per l’editore Barbera, è autore del libro Il critico come artista dall’estetismo agli ermetici (Azeta Fastpress, Bologna 2006) e della monografia Pirandello (Liguori, Bologna 2007) e curatore di Luigi Orsini tra letteratura, musica e arte (Editrice Compositori, ivi 2006).
Il sito di Matteo Veronesi
Acronia in confine labile e ossimorico. Note minime su "Lettera dalla Dacia" di Matteo Veronesi di Elisabetta Brizio
io nemmeno immaginerei la morte senza rima come un verso libero
Remo Pagnanelli
Il pensiero dominante e ossessivo di sé e della perdita della fede come un demone perpetuo insegue l’autore fino alla sparizione della radice del proprio linguaggio, al cospetto di una “aspra” estraneità di idioma che gli chiarifica il senso del proprio essere straniero. Sfuggire ai nostri pensieri è impossibile, “l’uomo è l’essere che non può uscire da sé”, diceva Proust. E Kafka, quasi di rimando: “non è necessario che tu esca dalla tua casa. Rimani al tuo tavolino ed ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta. Non aspettare neppure, resta solo in assoluto silenzio. Il mondo verrà ad offrirsi a te, perché tu lo smascheri”. L’inverno quasi allegorico custodito dai Carpazi che fanno da diaframma tra le scabre memorie di un inverno meteorologico e l’afa di agosto (anzi, “d’Agosto”, quasi a voler personificare l’enfatizzazione della vita d’intorno) è la stessa condizione invernale del soggetto lirico (“l’inverno è in me”, diceva un altro poeta) che si autoaccusa, in ossimorica constatazione, della “colpa incolpevole di non amare il mondo”. È il tragico riconoscimento della propria aridità spirituale in stretta contiguità - e messa quasi in discussione - con una consustanziale “pena infinita” e con l’immagine del tempo che non più si dispiega, paragonato al nontempo paralizzante dell’”orfano in lacrime”. L’identificazione di una singolarità che “divide” il poeta non solo dal sé stesso residuale della retrospezione ma anche dalla condizione umana che indulge all’inconsapevolezza. Orfanità e disaffezione nei confronti di quale fede? Della leopardiana universale “felice inconsapevolezza” (o “inconsapevole felicità”) ancora ignara della noia e del disinganno, della caduta di quelle illusioni che in certa misura conservavano un nesso con la promessa di una qualche verità. In disaccordo con una visione del mondo credula nella possessione della realtà, l’autore è qui in limine - labilissimo confine geografico e spirituale al contempo - della percezione della propria esistenza difettiva di slanci emotivi, in un arduo equilibrio tra il compianto per la disponibilità ad amare e il dubbio che tale possibilità sia stata solo una sorta di falsificazione retrospettiva. Al limite - in dolorosa ambiguità - tra la propria vocazione (adombrata come narcisistica e pertanto al di qua della necessità imperiosa a scrivere e dell’angoscia della creazione) a fare versi e l’afasia o un silenzio fatto di un verbo poetico che nella sua perentorietà respinge ogni allusione ulteriore: la parola si staglia con la stessa astanza e inflessibilità della montagna. Non più pause, iati come “parole del silenzio”, non più un dettato poetico che include in sé il silenzio, facendolo fluire nei suoi interstizi e nelle sue intime venature come elemento espressivo o sostanziale, ma parole che nella loro nettezza, nella loro corporeità quasi di cosa o di pietra escludono ogni sonorità, si mostrano fasciate dalla luce ferma della non parola e dell’indicibile. Al limite tra l’avvertimento di ciò che non è stato e di quello che pur votato al nulla avrebbe potuto verificarsi. Lo stesso limite che “divide lo spazio / incolore di una liquescente Europa” pare innescare una scissione nel soggetto empirico e nella sua vocazione poetica e scritturale. Quel “me stesso” che all’inizio del testo sembrava saldamente strutturato iterandosi va incontro a un indebolimento fino a diventare “liquescente” come tutte le cose in una zona di frontiera. Al limite, ancora, tra il deserto e il silenzio che imprigionano, ma senza per questo sovrastare e schiacciare. Allora l’esperienza - nel conclusivo climax del disincanto - assume la configurazione dell’implosione, di una emotività soffocata priva di movimento, dell’invischiamento, dell’inutilità, di un pathos dell’assenza e della sovrana indifferenza: “ghiacciata” è la “sorgente dei giorni”, “senza lacrime” il pianto, “indifferente” il tormento e il futuro viene presagito come una “tomba” nell’incompiutezza del senso e nella progressione del vuoto, in una “armoniosa morte senza morte”. Una siffatta definizione dell’esperienza come vacuità viene - quasi paradossalmente - definita “armoniosa”: nella misura in cui assume la tonalità estetica di eminente oggetto della creazione poetica, di una verità artistica come non nichilistica risposta al deserto. Nella solidità del verso che, pur nell’intonazione elegiaca, pare sfidare la fragilità e l’inaffidabilità dell’assoluto. L’autore sa che tutti gli anelli inesorabilmente tengono e che non è insensato resistere in questa condizione - metaforica e storica - invernale, fermi all’antitesi del “non siamo” e al di là della prospettiva dell’”I am waiting / perpetually and forever / a renaissance of wonder”, dell’attesa cui non giunge risposta. Vivere è sinonimo di resistere, rendere sopportabile, in uno stato d’animo da sopravvivente. Resistere è l’affermazione ontologica di Veronesi, e fare non marginalmente esperienza della morte in questa “morte senza morte” che chiamiamo vita. Non più solo, pascalianamente, coscienza, ma - nella desublimazione della condizione liminare - tolleranza verso l’umana miseria (e questo è il fato o la funzione del dolore e fors’anche della poesia) che è vano e necessario, e degno di comunicazione - proustianamente, “quel fecondo miracolo della comunicazione in mezzo alla solitudine” - mistificare attraverso una poesia della felicità inconseguibile e della desertificazione. I versi di Matteo Veronesi sono dotti e austeri, di un lirismo classico, nella loro glaciale purezza, non indulgono a polivalenze né a superfluità mediante l’introduzione di elementi esteriori all’infuori dell’immagine umanizzata dei Carpazi, schermo dell’idioma e dell’enigma nonché metafora di una irredimibile scissione. Una versificazione in cui la “pena infinita” rigorosamente si espande senza referenti di significazione oltre il paesaggio della mente - nel suo incessante fluire indotto dal pressoché totale ricorso all’enjambement e dalla scarsità grande della punteggiatura - di un soggetto lirico che più non crede al montaliano miracolo e ragiona con reticenza anziché sbigottirsi. Versi la cui letterarietà trattiene il cedimento dell’anima nei limiti della constatazione di uno stato di cose. L’enfatica iterazione dell’avverbio di luogo “qui” e dell’aggettivo dimostrativo “questo” - emblematici connotatori oltre il referente immediato - stanno a rimarcare tutta l’evidenza di uno sguardo solitario che esclude ogni possibilità di risolvere il binomio caduta-redenzione, perdita e riacquisizione. Nessun approdo al paradisiaco attraverso l’arte: al poeta che più non anela a una identità è solo concessa questa devozione all’inconsistenza del vivere al cinque per cento, e il persistere nella sostenibilità di una sfera purgatoriale, attenendosi alla propria ombra dell’eterno inverno dello spirito. Perché non c’è nulla che valga oltre il resistere del soggetto dell’esperienza.
Maria Elisabetta Brizio è nata a Macerata. Si è laureata in Lettere Moderne nel 1983 con il Prof. Alvaro Valentini presso l'Università degli Studi di Macerata. Vive a Macerata. Ha pubblicato su diverse riviste digitali, come Nuova Provincia, Bibliomanie, TellusFolio, Zerobook e Pagina Tre.
La fine della menzogna in Lettera dalla Dacia di Matteo Veronesi di Patrizia Garofalo
La Dacia, come mare scomposto, ricomposto e poi deflagrato fa da sintesi ad un corpo che diventato “ombra malcerta” dilava e disperde fisicità e percezione d’essere. All’antichità, scavata nelle montagne come nei visi vetusti, “abbaglia” l’afa che a disfacimento ripropone il non tempo conservando nel caldo torrido il sottile filo di inverni dolorosi e verità appannate e desiderose di pace almeno, se non di ristoro. È questa lamina acciaiata e fredda a rendere continua la stasi anche nel movimento, nello spostamento del luogo, nel disagio di un impossibile differimento. “Orfano in lacrime” il poeta si riconosce spettro della “pena infinita” di non amare il mondo. Proprio questo però l’assolve, questa consapevolezza che si fa pugnale contro se stesso, che incide viso e corpo, che purifica nella coscienza la grandezza poetica di Matteo Veronesi nel cogliere senza paratie aspetti di sé che scolpisce come la storia della terra che visita. La storia è veglia coscienza del tempo ed il tempo poetico la rende universale e “limite” è parola impegnativa e polisemica. Confine forse, territorio franco nel quale liberare il pensiero, fine della pur consapevole menzogna, circoscrizione di sé, atto catartico comunque come ogni gnosi, nella potenza dei versi ritmati da due stupefacenti enjambement. “il mio antico gelo d’amore da quest’amore che muore/ o forse non è nato/ e dalla vanità del travaglio/ bianco della pagina,/ ciò che non fu e non sarà/ da ciò che poteva essere / pur se chiamato al niente”. Nell’estremamente significativo ossimoro tormento-indifferente, il pianto senza lacrime si fa vitale urlo-muto, graffia, taglia l’afa “d’Agosto” proprio perché ricavato dal grande silenzio del dentro di sé ed il poeta offre la sua dimensione di grandezza proprio nella sua denudazione . Accolgo stupefatta la grandezza di un’anima.
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